Frutti dimenticati e biodiversità recuperata

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Il tema dei frutti antichi e dimenticati risulta vasto e complesso e vede la sua individuazione e definizione aprire processi lunghi e difficili, soprattutto in Italia, dove il patrimonio varietale di interesse agrario è ricco, grazie all’eterogeneità geologica, pedo-climatica, ecologica e agroambientale. Pubblicato un altro Quaderno Ispra

Parlare di frutti dimenticati e di biodiversità recuperata è lo scopo dei quaderni dell’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) dedicati alla conoscenza dell’agrobiodiversità delle regioni italiani. Con la pubblicazione del «Quaderno sui frutti dimenticati e la biodiversità recuperata, dedicato alle regioni Campania e Veneto», salgono ad otto, i precedenti quaderni riguardano Puglia ed Emilia Romagna, Calabria e Trentino Alto Adige, Lombardia e Sicilia, Molise e Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sardegna, Abruzzo e Lazio, Basilicata e Valle d’Aosta, i quaderni dedicati allo studio delle varietà frutticole italiane non più coltivate e in pericolo di scomparsa.

Un lavoro, quest’ultimo, curato dall’Ispra, dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) Emilia-Romagna e realizzato grazie al contributo di molti esperti locali; un’iniziativa con la quale Ispra vuole contribuire alla conservazione di un’importante risorsa genetica e culturale, tramandata da secoli dagli agricoltori locali, importante anche per affrontare le attuali sfide dei cambiamenti ambientali.

Raccontare i frutti dimenticati di tutte le regioni, ponendo a confronto, in ciascun quaderno, una regione del sud con una del nord, ha lo scopo di evidenziare le caratteristiche di realtà geograficamente lontane tra loro, ma allo stesso tempo di favorire sinergie e promuovere un sistema organico di conoscenze e tutela. Il lavoro di ricerca e raccolta di informazioni ha l’obiettivo di ottenere un quadro coerente e il più possibile completo sull’agrobiodiversità del nostro paese e sulle relazioni che essa ha con le singole realtà regionali e le attività umane che vi si sono svolte nei secoli.

Il tema dei frutti antichi e dimenticati risulta vasto e complesso e vede la sua individuazione e definizione aprire processi lunghi e difficili, soprattutto in Italia, dove il patrimonio varietale di interesse agrario è ricco, grazie all’eterogeneità geologica, pedo-climatica, ecologica e agroambientale. Si legge quindi nella prefazione come sia assolutamente urgente procedere con la raccolta delle conoscenze e la conservazione del germoplasma individuato, poiché, a causa principalmente dei più moderni metodi utilizzati in agricoltura, in particolare nelle pratiche intensive, negli ultimi decenni molte cultivar sono già andate perdute.

Il depauperamento di questa insostituibile risorsa, sia in termini culturali sia genetici, potrebbe determinare una minore capacità di sviluppare processi agroalimentari sostenibili e di fronteggiare i cambiamenti ambientali in corso. Non si può poi non ricordare che il tema dell’agrobiodiversità ha importanti connessioni anche con la conservazione dei paesaggi agrari tradizionali, oggetto di tutela a livello internazionale, e con la ricchissima tradizione gastronomica che caratterizza il nostro paese, con differenze da luogo a luogo anche all’interno di una stessa regione.

Si parte quindi con la storia delle tante produzioni frutticole e orticole espresse dalla Campania che risalgono a tempi antichissimi. Ne sono testimonianza gli affreschi con frutta rinvenuti negli scavi di Pompei, Ercolano e Oplonti, e i resti di cibo carbonizzato lì ritrovati.

Ai giorni nostri la grande variabilità si riscontra facilmente con uno sguardo ai limoneti della Penisola Sorrentina-Amalfitana, ai castagneti irpini, casertani e salernitani, ai noccioleti delle province di Avellino e Salerno, agli albicoccheti dell’Area Vesuviana, ai pescheti della Terra di Lavoro e della Piana del Sele, ai frutteti di Fico Bianco del Cilento, a quelli di Annurca, pregiata varietà di melo coltivata in tutte le province della Campania.

Il gran numero di specie coltivate in regione, grazie a caratteristiche pedologiche e climatiche particolarmente favorevoli, ha portato nel tempo, a seguito della selezione effettuata dagli operatori agricoli, alla diffusione di tantissime varietà, adatte alle diverse condizioni pedoclimatiche locali, le più pregiate delle quali hanno avuto il riconoscimento del marchio Dop o Igp o sono state inserite nell’Elenco ministeriale dei «Prodotti agroalimentari tradizionali» (Pat) della Campania. Altre risorse genetiche autoctone sono state oggetto, negli ultimi decenni, di azioni di recupero e conservazione. A tal proposito si ricorda come i genotipi recuperati siano attualmente in conservazione presso l’Azienda agricola sperimentale regionale «Improsta» di Eboli (SA) con studi di caratterizzazione morfologica e agronomica che hanno riguardato principalmente l’olivo e la vite.

Passando quindi al Veneto si evidenzia invece come un tempo, neanche tanto lontano, le popolazioni padane fossero note come «polentoni», ma oggigiorno non si coltiva praticamente più il mais da polenta al punto che sono oggetto di recupero varietà storiche di granturco per alimentazione umana quali il Marano, il Bianco Perla, o lo Sponcio.

A differenza di altre regioni italiane, il Veneto non ha una specifica legge regionale relativa alla salvaguardia, raccolta, conservazione e valorizzazione della biodiversità agraria anche se sulla spinta di una tendenza del mercato espressa da una parte sempre più importante dei consumatori e rivolta alla continua riscoperta di un’agricoltura non globalizzata ma in grado di esprimere le innumerevoli unicità che sorgono dal binomio fra i fattori storico-culturali e le caratteristiche di un territorio, anche la Regione Veneto ha emanato una serie di norme di interesse regionale che, seppur non specificamente ed esclusivamente dedicate all’argomento, si sono comunque occupate di questo settore.

A tal proposito si può citare la costituzione di Bionet, nome del Programma riguardante la Rete regionale per la biodiversità di interesse agrario e alimentare del Veneto che vede tra le sue priorità la conservazione delle risorse genetiche locali di interesse agrario e alimentare a rischio di estinzione e/o di erosione genetica (cereali, risorse orticole, frutticole, vite, bovini, ovini, avicoli).

Parlare oggi di agrobiodiversità recuperata non può voler dire una semplice classificazione tassonomica di piante non più coltivate, così come recupero non può voler dire mero salvataggio di tipo archivistico circoscritto in «campi catalogo» o in musei della memoria. Biodiversità è storia di coltivazioni, storia di uomini e popoli, usi, costumi, strategie di sopravvivenza nelle campagne, mentre recupero oggi non può che significare reintroduzione nel territorio stesso di quelle piante, riacquisizione di quei modi di coltivazione e di quelle tecniche dimenticate.

Elsa Sciancalepore