Inquinamento per più di 11 km alle Bahamas

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Sono le conseguenze dell’uragano Dorian, il mare sembra salvo ma il terreno contaminato viene asportato per uno spessore di 10/15 cm. Conclusa la missione per fuoruscita di petrolio cui ha partecipato Ispra

Si è conclusa la missione alle isole Bahamas, organizzata dalla Protezione civile europea, che ha visto coinvolti due esperti europei in oil spill (fuoruscita di idrocarburi), tra cui il ricercatore del Centro nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno dell’Ispra Luigi Alcaro.

La missione ha avuto come principale obiettivo il supporto alle Autorità nazionali, in particolare al ministero dell’Ambiente bahamense, nel far fronte all’inquinamento da petrolio determinato dalla distruzione, a seguito dell’uragano Dorian, della copertura di alcune cisterne del sito di stoccaggio di idrocarburi, localizzato sull’isola di Gran Bahamas, il South Riding Point Terminal, gestito dalla Equinor. Tale rottura, a causa dei forti venti, ha determinato lo spargimento in gran parte del territorio circostante di parte degli idrocarburi contenuti.

Questi i risultati frutto degli incontri con i diversi stakeholder coinvolti nella vicenda (l’Emergency Operations Centre (Eoc), la guardia costiera statunitense – US Coast Guard), ministero dell’Ambiente bahamense, Equinor, ecc.) e i sopralluoghi sulle coste e in mare presso il sito danneggiato:

– La perdita di greggio è avvenuta da due delle cinque cisterne danneggiate, le tre rimanenti erano quasi del tutto vuote al passaggio dell’uragano;

– l’evento è stato di enorme violenza e probabilmente, ha interessato il sito per pochi minuti. Ciò è testimoniato dalla netta distinzione visibile tra terreno impattato e terreno rimasto pulito;

– considerata anche la direzione seguita dallo spandimento di greggio (NE, in direzione della terra ferma), questo non sembra poter aver raggiunto il mare;

– i bacini di contenimento che circondano le cisterne non hanno un sistema di drenaggio dell’acqua piovana (viene eliminata con pompe); quindi il greggio non ha potuto raggiungere il mare da questa via;

– il tratto di territorio contaminato si estende lungo circa 7 miglia per circa 3 in larghezza; sino a 2 miglia di distanza dal deposito l’idrocarburo ha raggiunto il terreno, più lontano invece è stato bloccato dalla vegetazione, rappresentata da una foresta di pino delle Bahamas che potrebbe facilmente essere soggetta a incendi, facilitati dalla presenza diffusa di olio greggio;

– l’olio allo stato liquido viene intanto raccolto per mezzo di 130 camion attrezzati con pompe giunti dagli Stati Uniti d’America;

– il terreno contaminato viene asportato per uno spessore di 10/15 cm, oltre questa profondità vi è subito il substrato roccioso carbonatico.

Gli esperti sono ancora al lavoro per completare le principali raccomandazioni da trasmettere al ministero dell’Ambiente bahamense, soprattutto suggerimenti volti a migliorare le azioni di pulizia (clean up) e su una migliore gestione dei rifiuti prodotti. Esse possono essere così riassunte:

– stabilire il prima possibile i criteri per dichiarare la bonifica conclusa;

– nominare un rappresentante del Governo con il compito di coordinare e monitorare le attività di clean up e di gestione dei rifiuti;

– minimizzare i volumi dei rifiuti prodotti, sostituendo l’impiego dei bulldozer con mezzi più leggeri, essendo lo strato di suolo contaminato profondo non più di 5 cm;

– verificare la possibilità di riciclare il suolo e la vegetazione contaminati in impianti esistenti sull’isola per la produzione di cemento e/o asfalto;

– elaborare un piano per la riforestazione della pineta danneggiata.

 

(Fonte Ispra)