Un crostaceo di nome «plasticus»

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crostaceo Eurythenes plasticus

Appena scoperta dai ricercatori dell’Università di Newcastle negli abissi della fossa delle Marianne nell’Oceano Pacifico un piccolo crostaceo che è già contaminato dalla plastica e per questo battezzato Eurythenes plasticus. Il Wwf chiede un accordo internazionale per fermare l’inquinamento da plastica

«Nomen omen», il destino nel nome, un principio che si applica perfettamente al caso della nuova specie di un minuscolo crostaceo l’Eurythenes plasticus appena scoperta dai ricercatori dell’Università di Newcastle negli abissi della fossa delle Marianne nell’Oceano Pacifico.

Pur vivendo nelle profondità oceaniche, alcuni individui di questo anfipode (gli Anfipodi sono piccoli crostacei caratterizzati dal corpo compresso lateralmente e un po’ arcuato) hanno ingerito plastica mostrando la presenza di tracce di Pet (polietilene tereftalato), un tipo di plastica usata in una grande varietà di prodotti di largo uso, dalle bottiglie per l’acqua agli indumenti sportivi. La ricerca, supportata dal Wwf, è stata pubblicata oggi sulla rinomata rivista scientifica «Zootaxa».

Alan Jamieson, ricercatore capo presso l’Università di Newcastle, ha dichiarato: «Abbiamo deciso il nome Eurythenes plasticus perché volevamo sottolineare il fatto che dobbiamo agire immediatamente per fermare lo “tsunami” di rifiuti di plastica che si riversa nei nostri oceani».

La dimensione dell’utilizzo della plastica è ormai oggetto di numerose ricerche da parte di tanti studiosi, che stanno dimostrando come ormai abbiamo indirizzato la meravigliosa biosfera (la sfera della vita sulla Terra, grazie alla quale l’umanità vive) nel periodo definito Antropocene, a sottolineare la dimensione dominante, pervasiva e distruttiva delle attività umane sugli equilibri dinamici dei sistemi naturali del nostro pianeta. Proprio lo scorso anno un’importante ricerca apparsa su «Nature Communications» aveva dimostrato gli effetti nefasti della plastica sulle comunità marine del batterio Prochlorococcus, fondamentale microrganismo marino che è alla base di almeno il 20% della produzione di ossigeno che proviene dai batteri marini: l’evidenza è che le nanoplastiche possono influenzare la composizione delle comunità marine di questi microrganismi e la loro capacità fotosintetica.

Italia: numeri da «primato»

Il viaggio della plastica verso organismi marini è lungo: solitamente parte dai paesi industrializzati, tra cui l’Italia: nell’area mediterranea siamo il maggiore produttore di manufatti in plastica e il secondo più grande produttore di rifiuti di plastica; generiamo quasi 4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici l’anno, di cui oltre l’80% proviene dall’industria degli imballaggi. Il 13% dei rifiuti plastici non viene raccolto a causa di problemi gestionali e carenze nelle infrastrutture in alcune regioni e zone critiche, portando alla dispersione in natura di 0,45 milioni di tonnellate di plastica. Il 26% del totale di rifiuti plastici prodotti viene avviato al riciclo (il 44% dei rifiuti di imballaggio plastici) e trasformato in materia secondaria, mentre il 60% viene incenerito o conferito in discarica.

I rifiuti di plastica dei paesi industrializzati finiscono spesso nel sud-est asiatico, dove la gestione dei rifiuti è spesso insufficiente o inesistente. Poiché la maggior parte dei rifiuti di plastica non può essere riciclata, spesso viene bruciata o buttata in discarica. Da lì si fa strada nei fiumi e, infine, arriva nell’oceano. Una volta in acqua, i rifiuti di plastica si frammentano in microplastiche e poi nanoplastiche che si diffondono nei mari e negli oceani dove vengono ingerite dagli animali marini, come nel caso del nostro piccolo E. plasticus.

Per porre fine all’inquinamento marino da plastica, abbiamo bisogno di una soluzione globale. Per raggiungere questo obiettivo, nel 2019 il Wwf ha lanciato una campagna internazionale chiedendo un Trattato globale giuridicamente vincolante per ridurre i rifiuti di plastica, migliorarne la gestione e porre fine all’inquinamento marino da plastica.

Per quanto riguarda le iniziative politico-istituzionali per arginare l’inquinamento da plastica l’Italia attende segnali chiari e concerti dal Governo sul corretto recepimento della Direttiva europea sulla plastica monouso, dopo la travagliata vicenda della plastic tax e in attesa di capire quale destino avrà il disegno di legge cosiddetto Salva Mare, al palo in Senato. Secondo il Wwf è bene che l’Italia dimostri concretamente all’Europa e al mondo di voler salvare il nostro mare, recependo tempestivamente e correttamente la normativa comunitaria, che stabilisce di bandire entro il 2021 i piatti, le posate, le cannucce, le aste per palloncini e vuole raggiungere l’obiettivo di raccolta delle bottiglie di plastica del 90% entro il 2029

Il nostro Paese ha vietato l’utilizzo di buste di plastica non biodegradabili per la spesa dal primo gennaio 2011, dall’inizio del 2018 ha vietato l’uso di sacchetti ultraleggeri di plastica per gli alimenti sfusi (ortofrutta, carne, pesce), dal primo gennaio 2019 è vietato l’uso di bastoncini cotonati non biodegradabili e dal primo gennaio 2020 l’uso di microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo. Questa leadership su scala europea va confermata.

«Non tutti gli individui della nuova specie E. plasticus contengono plastica. Quindi, c’è ancora speranza che molti altri esemplari ne siano privi. Per aiutare a proteggere le specie marine e i loro habitat naturali, stiamo chiedendo anche in Italia di lavorare per un trattato internazionale legalmente vincolante per porre fine all’inquinamento marino della plastica», dice Isabella Pratesi, direttore Conservazione di Wwf Italia.

Ogni minuto almeno un carico di camion di rifiuti di plastica entra nei nostri oceani. Per porre fine a questa vera e propria invasione il Wwf ha lanciato una Petizione mondiale, già firmata da oltre 1,6 milioni di persone in tutto il mondo.

Sul sito del Wwf i sostenitori possono chiedere ai governi di impegnarsi per un trattato internazionale legalmente vincolante.

 

(Fonte Wwf)