Taglialegna #stateacasa, intollerabile assalto ai boschi italiani

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Bosco ceduo
Un Bosco ceduo

Gufi e Isde chiedono alle istituzioni di non accogliere la richiesta avanzata da Conaibo (Coordinamento nazionale delle imprese boschive), Aiel (Associazione italiana energie agroforestali), Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani) e alcuni Comuni montani di riaprire le attività di taglio degli alberi in deroga alla quarantena, e hanno aperto una petizione sul sito Change.org per chiedere il sostegno dei cittadini che hanno a cuore l’ambiente e la salute pubblica. Ecco le ragioni

Che succede agli alberi delle aree urbane? Da qualche tempo si moltiplicano sui Social le denunce di tagli indiscriminati in città e nei viali anche fuori porta. Senza, purtroppo, risparmiare i boschi.

Più volte ce ne siamo occupati anche noi. È il caso della denuncia di Franco Tassi ed anche a proposito dei tagli a Firenze, e se ne è parlato anche su Rai Tre.

Ci si chiede perché non si faccia niente. Ma le ipotesi che si fanno in rete sono varie: dall’uso per biomasse alla paura di cadute con riflessi costosi per la Pubblica amministrazione, altra motivazione è che si stiano tagliando alberi per facilitare il funzionamento del 5G. È noto che gli alberi, come i cartelloni pubblicitari, i palazzi e qualunque altro ostacolo fisico, disturbino le onde millimetriche che sono alcune delle frequenze che saranno utilizzate per il 5G.

Ma la motivazione più plausibile è che tutta questa massa verde serva ad alimentare le centrali a biomassa che stanno proliferando in tutta Italia senza un sufficiente calcolo di costi-benefici.

Altro interrogativo è come mai avvengano questi interventi al tempo del Coronavirus.

Ma sono tutte motivazioni vere? E le denunce sono altrettanto vere?

Intanto è bene sapere che il nostro Paese si è dotato nel 2013 di una legge sul verde in città, la n. 10/2013, intitolata «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», per promuovere una rinnovata cultura del verde e degli alberi nei contesti urbanizzati. La legge istituisce, presso il ministero dell’Ambiente della tutela del territorio e del mare, il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico che si avvale del supporto tecnico di Ispra.

Certo è strano e preoccupante che questo problema, di fronte ai cambiamenti climatici e alla necessità di mitigare la CO2, non venga affrontato seriamente e non ci siano risposte, ad esempio, dal Ministero.

Ed a Governo e Ministri è stata inviata una durissima lettera da parte di Isde Italia (Medici per l’Ambiente) e Gufi (Gruppo unitario per le foreste italiane) in cui chiedono di non autorizzare la ripresa dei tagli boschivi, un’attività che nel caso delle latifoglie è anche fuori tempo massimo: è ormai primavera e i tagli nei boschi di latifoglie sono vietati per consentire alle piante il periodo vegetativo.

Infatti, si spiega nel comunicato, «nei boschi di latifoglie (querce, faggi, carpini…) non è concessa l’attività di taglio durante il periodo vegetativo, cioè quando le piante hanno già messo le foglie. Tagliare le latifoglie in primavera, tramite la tecnica del ceduo che rimuove il tronco dell’albero lasciando solo un ceppo da cui nascono nuovi polloni, le danneggerebbe gravemente con evidenti ricadute sugli ecosistemi. Il taglio delle foreste di conifere (pini, abeti) è invece concesso tutto l’anno, perché nel loro caso la tecnica del ceduo non si può utilizzare e la riproduzione avviene unicamente tramite seme».

E perché, in un momento come questo, ai taglialegna è concesso quello che ad altre categorie è vietato? «Le associazioni dei tagliatori — si legge ancora nel comunicato — non stanno quindi chiedendo solo di violare la quarantena a cui sono sottoposte tutte le altre aziende, ma anche di poter violare la legge che protegge i boschi di latifoglie, tagliando a primavera ormai giunta: quest’anno, infatti, la stagione risulta particolarmente anticipata, a seguito di quello che è stato l’inverno più caldo di sempre in Europa (3,4 gradi in più rispetto alla media del periodo)».

È necessario intervenire rapidamente e non ci si spiega perché questo accanimento che dura da più di nove anni. «Le nostre foreste — si legge ancora nel comunicato — che per mera superficie sono in aumento, vengono gravemente impoverite e compromesse da continui tagli che interessano gli alberi più grandi: un diradamento che, se lascia intatta la superficie della foresta, di fatto la spoglia quasi completamente riducendola a pochi alberi giovani e sottili, distanti tra loro. Una devastazione evidentissima anche a un occhio non esperto (si allega foto di una foresta governata a ceduo)».
Gufi e Isde ricordano ancora che «bruciare il legno provoca maggiori emissioni di CO2 e di polveri sottili persino rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili, con ricadute drammatiche in termini di contrasto al cambiamento climatico e di impatto sulla salute. Le biomasse forestali non possono essere considerate una fonte rinnovabile di energia: anche piantando un albero in sostituzione di quello tagliato, questo impiegherà anche un secolo ad assorbire le emissioni di quello abbattuto, sempre ammesso che non venga tagliato prima, un lasso di tempo che non ci è concesso prenderci nella lotta al riscaldamento globale e per la conservazione della biodiversità. Non a caso, due anni fa ben 784 scienziati hanno scritto al Parlamento Europeo per segnalare che usare legna come combustibile accelererà il cambiamento climatico, mentre sempre più studi rivelano l’importanza delle foreste mature e intatte nella lotta al riscaldamento globale. Inoltre, come evidenziato da un comunicato stampa del Wwf a marzo, esiste uno strettissimo legame tra pandemie e danni all’ecosistema».

Gufi e Isde hanno anche promosso una petizione «Taglialegna #stateacasa» sul sito Change.org.

 

R. V. G.