La scuola sarà il luogo delle parole?

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scuola Image by Jan Vašek from Pixabay
Image by Jan Vašek from Pixabay

Vogliamo che la rinascita che ci attendiamo sia non «calata dall’alto» ma nata dall’humus fertile del terreno a maggese, dissodato e nutrito per germinare cittadini con il senso della comunità e non vincolati alle appartenenze circoscritte o, quel che è peggio, «inscritte» nei perimetri angusti della miopia partitica

Tutti con il naso all’insù… viene giù dall’Alto, quindi è siderale… come immagine non c’è male, infatti Dante ci precedeva nel lungo viaggio infernale a «riveder le stelle» e le stelle sono per antonomasia il luogo dove gli antichi (e forse non solo quelli) amavano intravvedere i destini della guerra, la fortuna, l’amore. È da lì che pioverebbe giù il nuovo mestiere dell’insegnare?

Attenzione: non confondiamo l’arte dell’insegnare con il contenitore. Ancora una volta ecco il terreno di gioco della politica che fronteggia i sindacati, dei sindacati che osteggiano i ministeri, i ministeri che duellano con l’economia, l’economia che fa i conti in tasca e, tutto sommato, scopre il deficit: non ci sono soldi per questi bimbi disorientati, per gli adolescenti tuffati nei social, per i giovani… con il naso all’insù per scoprire nel loro oroscopo se c’è pagella, se c’è voto in rete; poco convinti perché sanno nel linguaggio del giorno che andare in rete… significa fare gol e a quel punto quel che conta è sapere se si è nella squadra giusta, cioè in chi segna o in chi subisce la palla, mentre sanno che la rete è la griglia tra scuola e casa sui loro comportamenti scolastici!

Fuori metafore! Vorremmo sperare che nel groviglio delle date, delle turnazioni, del «a distanza» o «in presenza» non prevalga la strategia ma la metodologia. Quindi, per la scuola e a scuola qualche psicologo e qualche pedagogista, in formazione di attacco e di rimessa per cooperare a tratteggiare «progetti oggettivi» desunti dall’analisi delle situazioni individuali e sociali e a supporto dei percorsi squisitamente disciplinari in cui gli specialisti delle «materie» possono poggiare gli zoccoli duri dell’evoluzione dei loro particolari insegnamenti.

Le quarantene non ci restituiscono gli alunni di prima; le quarantene e le paure virali non ci forniscono docenti rilassati né ragazzi, bambini e adulti invulnerabili. Tra gli strumenti didattici (che sono cose e perciò stesso non hanno nulla di didattico!), oltre i libri, le lavagne di ogni genere e tecnica, i banchi o i giardini all’aperto per inventati scout in cerchio, non vorremmo si dimentichi il fuoco, cioè quello che va alimentato perché non si spenga, quello che va custodito con cura ed efficienza, quello che le Vestali rispettavano per la cura del rapporto tra divinità e uomini.

Ancora una volta fuori dalle metafore! Insegnanti che si mettono insieme prima di tutto per interrogarsi, per ascoltarsi, per porre domande e attendere risposte non sempre così pronte e veloci. Chiedersi che cosa la legge dell’autonomia concede e assegna loro per la scoperta di itinerari percorribili. È l’occasione buona per intendere in senso tecnico e scientifico che cosa sia il Modulo e la Didattica Breve che nel tempo hanno tanto aiutato i ragazzi a rientrare dalla dispersione o, come veniva detta con infelice detto, dalla «mortalità scolastica».

Pensiamo a questi docenti, che con umiltà, poco denaro inversamente proporzionale alla loro dedizione, possano locare nella fantasia intellettuale una possibile Utopia: è l’occasione per dare senso allo stare insieme pedagogico e didattico, per restituire alla Scuola la sua appartenenza alla Ricerca e all’applicazione di trame a reticolo che possano intercettare davvero i bisogni dei nostri figli giovani e piccoli, per rimotivare lo stare insieme in cui non conta il numero (anche se questo conta davvero) ma contino i passi in avanti, la scoperta di anche piccoli successi che sono la strada maestra verso le peak experiences.

Possiamo riuscire a sdrammatizzare questa nostra epoca se manipoliamo questa terribile contingenza fino a relegarla fuori dalle paure e dentro l’esperienza, fuori dal dubbio e dentro la consapevolezza che possiamo ritornare a stare insieme perché, la parola è pur piccola in sé, ma che «nei riguardi dell’ordine dell’anima sta allo stesso rapporto dell’ordine dei farmaci nei riguardi dell’ordine del corpo… la parola è una potente signora, che pur dotata di un corpo piccolissimo e invisibile compie le opere più divine: può far cessare il timore, togliere il dolore, produrre la gioia e accrescere la compassione.» (Gorgia, Encomio di Elena. Frammenti).

La scuola è per eccellenza il luogo delle parole, perché essa è fondamentalmente comunicazione. Ecco, si tratta di una virata: alcuni politici vogliono convincere della bontà dell’autonomia differenziata, in fatto di scuola, per restituirla all’impostazione delle regioni, con un disegno eminentemente partitico (dire politico è fin troppo concessivo di dignità). La scuola è più affine al linguaggio che accomuna, elimina divisioni, costruisce unità, elogia le convinzioni, confronta dignità, ascolta e risponde, interpreta e cerca.

Un’autonomia regionale sanitaria ha dichiarato, in questo nostro tempo di pandemia, la sua debolezza; l’autonomia scolastica regionalizzata, nel tempo della debolezza istituzionale del sistema formativo in Italia, ha da riscoprire il valore di un impianto che si arricchisca delle scoperte delle neuroscienze e restituisca al corpo insegnante la capacità e la libertà di muoversi dentro il tessuto nazionale per rileggere i valori delle sue arti e dell’arte per alimentare la speranza del futuro. Questo è possibile se il luogo della formazione si delinea come spazio del senso, in cui i vari soggetti chiamati allo stare insieme ridisegnano il progetto della società rinascente.

Dall’Alto dei Ministeri restituiteci il senso del «pubblico» che mani furtive avevano cancellato senza dignità. Un ricordo personale: in una risposta che mi giunse dal Ministro competente, mentre ancora esercitavo l’arte di docente, la busta che conteneva la lettera, nella sua intestazione esterna, con grande evidenza mostrava un tratto di penna ben calcato che cancellava il termine «Pubblica».

Non avevano avuto il tempo di buste fresche di tipografia, la conservo ancora!

Sapevo, invece, che anche il servizio prestato dalle altre scuole dette paritarie, in definitiva, risultava anch’esso pubblico, come quello mio prestato in Istituto Statale. Quell’indirizzo era meno politico, cioè meno alimentato dal senso della «polis» e più accondiscendente verso i criteri partitici del momento.

Vogliamo che la rinascita che ci attendiamo sia non «calata dall’alto» ma nata dall’humus fertile del terreno a maggese, dissodato e nutrito per germinare cittadini con il senso della comunità e non vincolati alle appartenenze circoscritte o, quel che è peggio, «inscritte» nei perimetri angusti della miopia partitica.

Buon lavoro.

 

Francesco Sofia, Pedagogista, Socio onorario dell’Associazione nazionale dei pedagogisti italiani