Inarrestabile la perdita di animali

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© Brent Stirton Getty Images WWF-UK Original
La causa principale del drammatico declino delle popolazioni di specie sulla terra osservata nel Living Planet Report è la perdita e il degrado dell'habitat, inclusa la deforestazione, influenzata anche dal modo col quale l’umanità produce cibo. © Brent Stirton Getty Images WWF-UK Original

Pubblicato il Living Planet Report 2020 che riporta l’analisi della perdita di animali (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, pesci) nel mondo dal 1970 ad oggi, propone modelli per invertire la curva in picchiata. Wwf: le popolazioni globali di animali selvatici hanno subito un declino di quasi 2/3. L’associazione chiede un’azione urgente perché si inverta la tendenza entro il 2030: arrestare la distruzione degli ecosistemi naturali e rivedere l’intero sistema di produzione e consumo del cibo

LPR_grafico INFOGRAFICA (diagramma crollo popolazioni animali)
Il Living Planet Index globale dal 1970 al 2016, indicato nel Living Planet Report 2020 del Wwf. L’abbondanza media di 20.811 popolazioni, che rappresentano 4.392 specie monitorate in tutto il mondo, è diminuita del 68%. La linea bianca mostra i valori dell’indice e le zone ombreggiate rappresentano il livello di confidenza statistica che caratterizza l’andamento (intervallo: da -73% a -62%).

Se fossero legate ad azioni quotate in Borsa, farebbero tremare i polsi ai mercati finanziari globali: le curve pericolosamente negative che emergono dall’analisi Wwf sul Pianeta Vivente «parlano» invece di gorilla, orsi, pappagalli, tartarughe e storioni, tutti elementi fondamentali degli ecosistemi grazie ai quali l’umanità vive.

Purtroppo i due aspetti, economico e ambientale, a cui aggiungere quello sanitario, non sono affatto disgiunti: la natura è essenziale per l’esistenza umana ed è proprio su di essa che si basa l’intera economia, sui suoi servizi che garantiscono sicurezza alimentare, riduzione degli impatti dovuti agli eventi naturali, acqua potabile, salute e medicine, solo per citarne alcuni.

Da qui l’importanza del Living Planet Report, lanciato dal Wwf al livello internazionale in cui si misura la riduzione delle popolazioni globali di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci: l’analisi 2020 mostra un calo medio di due terzi avvenuto in meno di mezzo secolo, causato in gran parte dalla distruzione degli ecosistemi che sta anche contribuendo all’emergere di malattie zoonotiche come il Covid-19.

Il Living Planet Index (Lpi), fornito dalla Zoological Society of London (Zsl), mostra infatti che i fattori ritenuti in grado di aumentare la vulnerabilità del pianeta alle pandemie, come il cambiamento dell’uso del suolo e l’utilizzo e il commercio di fauna selvatica, sono gli stessi che hanno determinato il crollo delle popolazioni di specie di vertebrati tra il 1970 e il 2016 il cui valore medio globale si attesta intorno al 68% di perdita. «Il Living Planet Report 2020 sottolinea come la crescente distruzione della natura da parte dell’umanità stia avendo impatti catastrofici non solo sulle popolazioni di fauna selvatica, ma anche sulla salute umana e su tutti gli aspetti della nostra vita — ha affermato Marco Lambertini, Direttore Generale del Wwf Internazionale —. Non possiamo ignorare questi segnali: il grave calo delle popolazioni di specie selvatiche ci indica che la natura si sta deteriorando e che il nostro pianeta ci lancia segnali di allarme rosso sul funzionamento dei sistemi naturali. Dai pesci degli oceani e dei fiumi alle api, fondamentali per la nostra produzione agricola, il declino della fauna selvatica influisce direttamente sulla nutrizione, sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di miliardi di persone».

«La natura è alla base della nostra salute, del nostro benessere e dei nostri mezzi di sussistenza, eppure la stiamo distruggendo molto più velocemente di quanto sia in grado di ricostituirsi — dichiara la presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi —. Nel mezzo di una pandemia che colpisce tutto il pianeta è più che mai importante intraprendere in tempi brevissimi un’azione globale coordinata per arrestare e invertire entro la fine del decennio la perdita di biodiversità in tutto il mondo, proteggendo in questo modo la nostra salute. Il Living Planet Report raccoglie l’ennesimo SOS lanciato dalla Natura che, questa volta, i leader mondiali che si riuniranno (virtualmente) tra pochi giorni per la 75^ sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non possono ignorare».

Il costo del «crac» ecologico

La continua perdita di biodiversità minerà il raggiungimento della maggior parte degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, compresa la riduzione della povertà e la sicurezza alimentare, idrica ed energetica. Ma la biodiversità ha anche un valore economico sbalorditivo, che dovrebbe essere riconosciuto nei sistemi contabili nazionali. Gli impatti economici del declino della natura costeranno al mondo almeno 479 miliardi di dollari all’anno, aggiungendo fino a circa 10 trilioni di dollari entro il 2050, secondo il Wwf, il Global Trade Analysis Project e il rapporto Global Futures del Natural Capital Project.

Un’analisi a 360°

Il Living Planet Report 2020 presenta una panoramica completa dello stato dei sistemi naturali attraverso l’Lpi, che monitora l’abbondanza di fauna selvatica globale, alla quale hanno contributo oltre 125 esperti di tutto il mondo.

La causa principale del drammatico declino delle popolazioni di specie terrestri, osservata nell’Lpi, sono la perdita e il degrado degli habitat, inclusa la deforestazione, influenzata anche dal modo col quale l’umanità produce cibo.

Le specie in via di estinzione analizzate nella Lpi includono il gorilla di pianura orientale, il cui numero nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega (Repubblica Democratica del Congo), ha visto un calo stimato dell’87% tra il 1994 e il 2015, principalmente a causa della caccia illegale, e il pappagallo cenerino in Ghana sud-occidentale, il cui numero è diminuito fino al 99% tra il 1992 e il 2014 a causa delle trappole usate per il commercio di uccelli selvatici e la perdita di habitat.

L’Lpi, che ha monitorato quasi 21.000 popolazioni di oltre 4.000 specie di vertebrati tra il 1970 e il 2016, mostra anche che le popolazioni di fauna selvatica che si trovano negli habitat di acqua dolce hanno subito un calo dell’84%, il calo medio della popolazione più netto tra tutti i bioma, equivalente al 4 per cento all’anno dal 1970. Un esempio è costituito dalla popolazione riproduttiva dello storione cinese nel fiume Yangtze in Cina, diminuita del 97% tra il 1982 e il 2015 a causa dello sbarramento del corso d’acqua.

«Il Living Planet Index è una delle misurazioni più complete della biodiversità globale — ha affermato il dott. Andrew Terry, direttore conservazione della Zoological Society of London —. Un calo medio del 68% negli ultimi 50 anni è catastrofico e una chiara prova del danno che l’attività umana sta arrecando al mondo naturale. Se non cambia nulla, le popolazioni continueranno senza dubbio a diminuire, portando la fauna selvatica all’estinzione e minacciando l’integrità degli ecosistemi da cui tutti dipendiamo. Ma sappiamo anche che agendo sulla attività di conservazione delle specie possiamo allontanarci da questo baratro. Servono impegno, investimenti e competenza per invertire queste tendenze».

Modelli per un futuro possibile

clima ghiacciaiIl Lpr 2020 include anche modelli pionieristici che mostrano che senza ulteriori sforzi per contrastare la perdita e il degrado dell’habitat, la biodiversità globale continuerà a diminuire. Questi modelli, contenuti nel documento «Piegare la curva della biodiversità terrestre richiede una strategia integrata», scritto dal Wwf in collaborazione con oltre 40 Ong e istituzioni accademiche e pubblicato oggi su Nature, chiariscono che stabilizzare e invertire la perdita della natura, provocata dalla distruzione degli habitat naturali da parte degli esseri umani, sarà possibile solo adottando sforzi di conservazione più audaci e ambiziosi e apportando cambiamenti trasformativi al modo in cui produciamo e consumiamo il cibo. Tra i cambiamenti necessari: rendere la produzione e il commercio alimentare più efficienti ed ecologicamente sostenibili, ridurre gli sprechi e favorire diete più sane e rispettose dell’ambiente.

La ricerca mostra che l’attuazione dell’insieme di queste misure, piuttosto che isolatamente, consentirà al mondo di alleggerire le pressioni sugli habitat della fauna selvatica, invertendo così i trend di perdita di biodiversità.

La modellizzazione indica anche che se il mondo continua con il «business as usual», i tassi di perdita di biodiversità osservati dal 1970 continueranno nei prossimi anni e ciò sarà una catastrofe per l’intera umanità.

«Nella migliore delle ipotesi queste perdite impiegherebbero decenni per invertire la rotta e sono probabili ulteriori perdite irreversibili di biodiversità, mettendo a rischio la miriade di servizi ecosistemici da cui le persone dipendono», ha affermato David Leclère, autore principale dell’articolo e ricercatore presso l’International Institute of Applied System Analysis.

L’effetto delle azioni di conservazione

A fianco delle statistiche allarmanti, ci sono però esempi di alcuni casi che mostrano il potenziale di ciò che possiamo ottenere con un’azione immediata, collettiva e decisa. È il caso delle popolazioni di alcune specie come la tartaruga caretta nel Simangaliso Wetland Park, Sud Africa, lo squalo pinna nera del reef (Carcharhinus melanopterus) nell’Ashmore Reef in Australia occidentale o il castoro europeo (Castor fiber) in Polonia, o di quelle di tigri e panda, aumentate nel loro numero globale (a parte alcune popolazioni locali a forte rischio) insieme al risultato di protezione marina globale, salita al 6% inclusa la Creazione dell’Area Marina Protetta del Mare di Ross in Antartide. Bisogna concentrarci su iniziative come queste e affiancare una politica globale e un’azione del mondo imprenditoriale per proteggere e ripristinare la natura.

Il punto di svolta: l’assemblea Onu di settembre

Il Living Planet Report 2020 viene lanciato a pochi giorni dalla 75a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella quale i leader dovranno esaminare i progressi compiuti sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’agenda 2030, l’Accordo di Parigi sul clima e la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD). L’Unga 2020 riunirà i leader mondiali, le imprese e la società civile per sviluppare il quadro d’azione post-2020 per la biodiversità globale e rappresenta quindi un momento fondamentale per gettare le basi per un New Deal così necessario per la natura e le persone.

Lambertini ha dichiarato: «Il modello Bending the Curve fornisce una prova preziosa per poter sperare nel ripristino della natura capace di fornire alle generazioni attuali e future ciò di cui hanno bisogno: secondo questo modello i leader mondiali devono — oltre agli sforzi di conservazione —. Creare un sistema alimentare più sostenibile e eliminare la deforestazione, una delle principali cause del declino della popolazione della fauna selvatica, dalle catene di approvvigionamento».

«Questa ricerca può aiutarci a garantire un New Deal per la natura e le persone che sarà la chiave per la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni di fauna selvatica, piante e insetti e dell’insieme della natura, inclusa l’umanità. Un New Deal non è mai stato così necessario».

La petizione globale

Si può sottoscrivere la petizione del Wwf – panda.org/pandemics – e unirsi all’appello rivolto ai leader mondiali perché vengano implementati programmi politici e piani d’azione per un approccio «One Health» che garantisca tutto lo sforzo possibile per proteggerci da future pandemie.

 

(Fonte Wwf)