Lo stato ambientale dell’Europa lascia a desiderare

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Un quadro per nulla edificante a quasi 30 anni dalla Direttiva Habitat e ben oltre dalla Direttiva Uccelli. La politica visionaria di Natura 2000, sicuramente ambiziosa, si scontra con una formula di Unione di Stati ciascuno dei quali mantiene strette competenze ed indirizzi politici in materia ambientale

La situazione della natura in Europa non è buona. Ancora una volta. Ed è in continuo declino. Giudizi pesanti provenienti dall’Agenzia europea per l’ambiente che ha pubblicato da pochi giorni il rapporto sullo Stato della Natura in Europa. Il quadro dei risultati ottenuti dall’applicazione delle direttive comunitarie in materia di protezione della natura, in particolare per la conservazione degli uccelli selvatici e per la conservazione di habitat e specie, sono insoddisfacenti. Il periodo considerato sono i sei anni dal 2013 al 2018.

L’analisi è ovviamente continentale, anche perché le politiche di conservazione che si esplicano attraverso le direttive Ue mirano al consolidamento di rete Natura 2000, la rete coerente di siti naturalistici diffusi in tutti i 27 Paesi comunitari, che copre il 18% di terre emerse del continente ed il 10% di superficie marina. I risultati in poche parole sono:

  • il cambiamento climatico è una minaccia crescente specialmente a causa di siccità e scarse precipitazioni;
  • circa la metà delle specie di uccelli selvatici hanno popolazioni con uno status di conservazione soddisfacente ma le specie legate alla presenza di aziende agricole mostrano tendenze negative;
  • la caccia e la caccia illegale sono i fattori di maggiore pressione per gli uccelli migratori;
  • gli habitat importanti per gli insetti impollinatori hanno un peggior stato di conservazione, anche in tendenza, di altri habitat;
  • le attività agricole (ed il loro abbandono) e l’urbanizzazione costituiscono i fattori di maggiore pressione per gli habitat, seguiti dall’inquinamento;
  • le foreste mostrano tendenze in miglioramento, le dune e le paludi tendenze di deterioramento;
  • Prendendo in esame la situazione italiana;
  • lo status e le tendenze di specie ed habitat marini restano largamente sconosciuti.

Lo stato di conservazione degli habitat a livello europeo è peggiorato del 6% rispetto al periodo precedentemente indagato (2008-2012). Le modalità di raccolta dei dati e di valutazione degli indicatori non sono state omogenee sul territorio europeo ed anche questo è un elemento negativo.

A fronte di un Regno Unito classificato in débâcle nella conservazione di habitat, c’è un buon livello di conservazione nei Balcani occidentali comunitari, in Grecia ed in Bulgaria. L’Italia si classifica tra lo scarso ed il cattivo stato di conservazione di habitat e la Puglia segue la media italiana con alcune eccellenze marine distribuite equamente tra Adriatico e Ionio.

Lo stato di conservazione delle specie vede incredibilmente Cipro e Malta, territori dove avvengono ogni anno stragi di uccelli migratori e dove la gastronomia tradizionale usa senza regole specie di uccelli selvatici, in testa con oltre il 50% di valutazioni positive. Lì, per esempio, lo stato di conservazione del pipistrello comune (Pipistrellus pipistrellus) è riportato come ottimo.

In Italia vi è un buono stato di conservazione di specie terrestri mentre le specie marine risultano averne uno scarso. In Puglia la conservazione delle specie terrestri tutelate dalla Direttiva Habitat sembra addirittura eccellente nel periodo dato. La situazione delle specie marine è invece molto preoccupante nel Mar Egeo.

Insomma, un quadro per nulla edificante a quasi 30 anni dalla Direttiva Habitat e ben oltre dalla Direttiva Uccelli. La politica visionaria di Natura 2000, sicuramente ambiziosa, si scontra con una formula di Unione di Stati ciascuno dei quali mantiene strette competenze ed indirizzi politici in materia ambientale.

Tra i Paesi membri non è difficile scorgere una riluttanza ad ottemperare alle disposizioni comunitarie in materia di protezione della natura e la casistica delle sentenze della Corte di Giustizia U.E. lo dimostra.

Anche le ultime iniziative comunitarie per fronteggiare la pandemia di Sars-CoV-2 (Next Generation Eu e nuova Pac) appaiono evitare accuratamente di affrontare quantomeno il tentativo di riequilibrare il rapporto tra ecosistemi naturali ed attività umane. Anzi, nella prospettiva di superamento del periodo pandemico tutto è orientato, legittimamente, ad una crescita economica senza precedenti nella quale, al di là di parole d’ordine ormai anche scadute (decarbonizzazione, transizione energetica, green deal), resta però un grande buco nero, ossia la sorte della residua naturalità dei territori europei. Non ci sembra di poter essere ottimisti.

 

Fabio Modesti