Editoriale

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I pedagogisti hanno sempre insistito che quando si parla con i bambini è meglio non usare vezzeggiativi ma un linguaggio proprio. I piccoli arricchiscono il loro vocabolario e comprendono meglio il mondo circostante. Ma noi, da adulti, amiamo usare un linguaggio improprio, scimmiottare quello scientifico anglofono, e non ci rendiamo conto che ci prendiamo in giro, «addolciamo» la realtà e nascondiamo colpe e interessi.

È il caso della parola «alieni» riferito alle specie non autoctone e, che popolano campagne, boschi, mari.

Un bluff, consapevole, perché così evitiamo di rispondere alla domanda successiva: come mai si trovano qui? Le risposte le conosciamo, ma citiamo, a volte, solo quelle, non le azioni per impedirlo.

I cambiamenti climatici, gli «appassionati» della natura e delle specie straniere, il commercio marino, l’agire improvvido dell’uomo e comunque tutte azioni che hanno gli umani come attori principali.

Ma cosa c’è di nuovo? Niente, proprio niente.

Uno studio della ricercatrice Sandra Nogué, dell’Università di Southampton (Regno Unito), ha dimostrato che i cambiamenti nella vita vegetale di un ecosistema insulare causati dalla colonizzazione umana sono 11 volte maggiori di quelli dovuti al clima o agli effetti come ad esempio le eruzioni vulcaniche. E questa modifica causata dall’azione umana è irreversibile e si riproduce costantemente, secoli dopo la colonizzazione umana.

Ma se la fame e la paura di non potersi nutrire portava i nostri predecessori a portarsi semi e animali al seguito, oggi, questa paura non c’è più ed è solo un comportamento irrazionale. Perché le conoscenze acquisite possono già dirci se la nostra azione può avere un impatto e danneggiare l’ambiente naturale del luogo e quindi noi stessi.

La natura la sa più lunga di noi e se non ci sono le condizioni quella specie non attecchisce. Se lo fa è perché lo può fare e non certo per timore reverenziale del suo «portatore».

Nel mezzo, come spartiacque di questo comportamento: il senso di possesso dell’oggetto desiderato e la conoscenza scientifica; nel mezzo c’è l’ignoranza, la superstizione, la religiosità. E accade così che come una nebbia piano piano dimentichiamo tutto, torniamo ai primordi, dominati dalla stupidità.

Nelle scuole si insegna il caso dei conigli importati in Australia, fra gli addetti ai lavori si sa dei cinghiali importati dall’Est in Italia per scopi venatori e si comincia anche a conoscere il caso dei parrocchetti in Italia, ora che iniziano a distruggere i frutti dolci delle campagne…

E gli Ogm? Non sono forse alieni? E il Covid cos’è? Non è forse un alieno? Che differenza c’è fra l’Ailanthus e il Covid?

La verità, la dura verità, è che al di là del livello tecnologico raggiunto, al di là dell’impiego dell’Intelligenza artificiale, siamo ancora all’inizio di quel cammino chiamato civiltà. Il gap fra conoscenze e applicazione del sapere nelle azioni quotidiane è ancora molto profondo.

E fa impressione il constatare che in un paese come l’India, sede delle più grandi fabbriche di vaccini, si muore a milioni per strada.

Cosa ci aspetta in futuro?

 

Ignazio Lippolis