Toh! Chi si rivede: il granomischio

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granomischio

Noto da 8mila anni coltivato fino al XIX secolo

Si tratta di grani pigmentati duri e teneri, in pratica i chicchi sono blu, viola, rossi. In antichità i contadini garganici li seminavano insieme ai legumi. Le farine che venivano prodotte, davano vita a pani ad alto valore proteico e basso glutine. Michela Cariglia, una vulcanica imprenditrice foggiana che dalla salicornia ad una varietà dimenticata di grano cerca una sintesi nuova nell’alimentazione e fa scoperte straordinarie

michela cariglia
L’imprenditrice Michela Cariglia

Che ci fa una imprenditrice foggiana della blueconomy, che in genere si occupa di itticoltura, tra antichi grani garganici?
«Ci fa quello che dovrebbe fare ogni imprenditore: crea relazioni tra mercati che appaiono diversi solo per chi va avanti a stereotipi, ma che in realtà dovrebbero dialogare molto di più, perché la sostenibilità si costruisce attraverso ponti. Noi tutti siamo nati dal mare e al mare torneremo e in questo ciclo la pesca e l’agricoltura hanno tanto da dirsi, a iniziare dalle alghe che opportunamente trattate sarebbero un ottimo fertilizzante agricolo 100% naturale. Solo per dirne una».
Michela Cariglia è una donna che più di chiunque altro è indomita come il mare. Ne possiede la potenza, l’instancabile movimento, la sua mente imprenditoriale spazia vedendo connessioni molto prima di altri. Il suo percorso dalla pesca ai grani antichi passa attraverso la valorizzazione di un’erba che in Puglia è ovunque, ma che quasi nessuno più utilizza e mangia: la salicornia.
«Più comunemente è chiamata asparago di mare — spiega la Cariglia — e i nostri litorali ne sono pieni, perché cresce abbondante nei terreni salmastri. È una verdura selvatica che per le sue incredibili proprietà nutritive viene coltivata e commercializzata ad alti prezzi in nord Europa, e noi che ne siamo pieni che facciamo? La buttiamo. Ho presentato un progetto per la valorizzazione di questa erba, la cottura a vapore per conservarne tutte le proprietà, è ricchissima di Omega 3, ma ho trovato solo porte chiuse in Puglia. Ora ho presentato lo stesso progetto fuori regione, dove invece sto raccogliendo molto interesse. Sinceramente sono contraddizioni che non riesco proprio a sopportare…».

Ed è portando in giro il suo progetto sulla salicornia che Michela Cariglia incrocia sulla sua strada dei grani antichissimi di quasi 8mila anni, che fino al XIX secolo erano coltivati nel foggiano: il granomischio. Si tratta di grani pigmentati duri e teneri, in pratica i chicchi sono blu, viola, rossi. In antichità i contadini garganici li seminavano insieme ai legumi. Le farine che venivano prodotte, davano vita a pani ad alto valore proteico e basso glutine.
«Il granomischio durante la preistoria arriva nel bacino mediterraneo dall’Etiopia, probabilmente attraverso la Persia — sottolinea la Cariglia —. È un grano che ha bisogno di poca acqua per crescere e questo lo rende particolarmente adatto a territori in costante crisi idrica. Viene macinato integrale, quindi ha un alto contenuto di fibre ed ha un alto indice di antiossidanti. Mangiare una porzione di pasta prodotta con farina di granomischio, per quanto riguarda le quantità di antiossidanti, equivale a mangiare un chilo e mezzo di mirtilli».
I semi di questi grani erano in fondo ad un cassetto del Centro di ricerca agricoltura ed ambiente di Foggia, la Cariglia con altri soci decide di acquistarli per avviarne la valorizzazione. Ad oggi sono gli unici a livello mondiale a detenere e poter coltivare questi semi. Un patrimonio unico.
«Ci siamo costituiti come società benefit — spiega la Cariglia — perché crediamo che questo sia un progetto che può costruire un beneficio per l’intera umanità. Ci siamo certificati bio e halal per poter vendere anche nel mercato islamico. Controlliamo tutta la filiera, dalla coltivazione alla produzione di pasta e farine, seminiamo attraverso cooperative che gestiscono terreni confiscati alla mafia… E stiamo riportando questi semi in Etiopia, da dove sono arrivati, con un progetto che prevede anche la realizzazione di un mulino, in modo che i coltivatori etiopi possano anche trasformare il prodotto che raccolgono. Ecco, questo per me è economia circolare sostenibile, un sistema integrato che sappia rispettare le persone e il territorio». E innescare un ciclo di produzione antica e innovativa allo stesso tempo.
«Nel mondo esistono 520 varietà di cereali, compreso il riso, ma sappiamo quante vengono coltivate in maniera massiva? Solo 6. Significa che stiamo perdendo un patrimonio che i nostri antenati hanno curato per millenni. Oggi questa esplosione di intolleranze ed allergie alimentari, ci rendiamo conto che sono la risposta del nostro corpo a cibi così sofisticati da risultare quasi tossici? I nostri antenati per millenni hanno mangiato in maniera naturale, ciò che la natura offriva loro, poi all’improvviso negli ultimi 60-70 anni abbiamo iniziato ad allontanare ciò che era tradizionale e far uso di cibi industriali. Un cambiamento troppo veloce perché il nostro organismo potesse accettarlo. Ecco perché è indispensabile per il nostro benessere tornare ad alimenti tradizionali. Il granomischio è uno di quelli. Si producono farine veramente integrali e non come molti fanno oggi che aggiungono crusca alle farine bianche».
Granomischio è oggi un marchio registrato (www.granomischio.it), una start up benefit che da Foggia porta avanti un progetto di innovazione e sostenibilità, nel rispetto della più pura tradizione italiana e della dieta mediterranea. Quest’anno la produzione è stata di circa 900 quintali, una piccola nicchia che punta a crescere, per riportare sulle tavole un piccolo seme che ha in sé tutta la potenza della sua millenaria storia.

 

Margherita Schena

 

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