Il pensiero, ultima frontiera della nostra libertà

178

Anche fra i ricercatori, solo quelli che pensano, che osservano, che sono curiosi e si pongono domande, riescono a percorrere strade nuove. Spesso, ci si ferma alle metodiche, alle pubblicazioni, alla carriera e si rischia di produrre danni e allontanarci dalla nostra vera natura

Il pensiero è il «piatto forte» di noi umani, eppure quante volte scopriamo di pensarla allo stesso modo? criticare le stesse cose? e perché poi all’atto pratico nulla cambia o cambia poco? Molta parte di responsabilità l’hanno i condizionamenti politico-economici. Ma è giusto che sia così? a guardare dalla resa nel tempo e i danni ambientali, non sembra che sia una scelta intelligente.

E l’intelligenza ce l’hanno solo gli umani? A giudicare dai contributi di alcuni ricercatori presenti nel numero on line di «Villaggio Globale» sembrerebbe proprio di no. Ma i ricercatori ci abituano ogni giorno a nuove scoperte sugli abitanti della biosfera. Una miniera di riflessioni che potrebbero modificare i nostri comportamenti e orientarci verso un vivere in cui la parola «evoluzione» avrebbe un senso compiuto.

Proponiamo l’Editoriale del Direttore, tutta la rivista è sfogliabile gratuitamente on line.

A New York, nella quinta strada, c’è un cartello che dice: «Non ci pensare neanche di parcheggiare qui» (Don’t even think of parking here). Fa sorridere ma dà l’idea dell’ultima soglia possibile di libertà per l’uomo: il pensiero.

Ma già sono all’opera studi sofisticati in grado di carpire ogni minimo spostamento di muscolo facciale per «leggere» le reazioni mentali, senza parlare di microchip vari come il chip cognitivo allo studio dell’Ibm il cui prototipo ha 256 neuroni elettronici, connessi con sinapsi digitali. Per non parlare dei messaggi subliminali… ma questi ultimi sono già noti.

Quante sono le cose che non sappiamo? A che punto sono le ricerche in questi campi non lo sapremo mai o lo sapremo con il contagocce, giusto quello che vorranno farci sapere. Molti «grandi fratelli» sono già all’opera.

E noi, ubriacati letteralmente da alcool e droghe, saremo messi nelle condizioni di non nuocere al conducente di turno. La soglia di accesso all’alcool si abbassa sempre di più e la droga la respiriamo ad ogni folata di vento frammista alle polveri sottili e alla CO2. Per non parlare degli inquinamenti che minano la nostra salute, ultimo allarme viene dal Lazio con l’arsenico che esce dai rubinetti.

Non si tratta di essere pessimisti a tutti i costi ma ormai la divisione fra il pensare e l’agire è cosa fatta. Prima si diceva che la tale persona era coerente. Quante ne conoscete ora di persone coerenti? Bisognerà ricorrere ai ricordi della gioventù per trovarne qualcuna. Ma non voglio fare qui una «tirata» sull’onestà, la coerenza ecc. ecc.

Quando nel «famigerato» ?68 si iniziò la battaglia per sconfiggere l’ipocrisia e per mostrarsi così come si era nei pensieri e nelle azioni susseguenti, si è semplicemente facilitato il compito ai vari studiosi di marketing di offrirci tutta una gamma di prodotti su misura. Così, completamente disarmati, i giovani di allora (e genitori e nonni di ora) sono stati facile preda del dissacrato «sistema» che si è riposizionato.

Fatti fuori i partiti (leggi le idee) che si erano mostrati incapaci di gestire il nuovo, si sono fatti avanti direttamente i rappresentanti del mercato. E si guardano ora con sorpresa questi nuovi giovani (sempre loro!) che rifiutano tutti e tutto ed armati solo di colori vanno diritti al sodo: libertà e qualità della vita.

In pratica sono saltate almeno due generazioni e i problemi sono di nuovo là: irrisolti e aggravati.

Sono ormai tre anni che ci affligge una dura crisi economica di livello globale. S’erano promessi interventi ma non è stato fatto nulla e dovunque: dagli Usa all’Italia, dalla Cina/India alla Gran Bretagna, quando si vogliono toccare i ricchi e i privilegi salta tutto e tutto si blocca.

Intanto aumentano, a milioni, i poveri e gli affamati. E si moltiplicano ovunque e in zone inimmaginabili i fenomeni di ribellione giovanile. Ma veramente si pensa di controllare sempre tutto?

Certo, se riusciremo a controllare il pensiero il gioco sarà fatto, ma basterà un terremoto, una frana, uno tsunami a far vacillare ogni sistema tetragono che sia.

Le civiltà «primitive» erano giunte all’essenziale. Per loro tutto il segreto risiedeva nella qualità della vita che significava rispetto e convivenza con la biosfera. Tutte le civiltà primitive sono state fagocitate o distrutte da altre che avevano una visione più «moderna». Ed ora noi stiamo ancora ad alternarci, come una infinita tela di Penelope, tra le due forze maggiori dell’esistenza: la solidarietà e l’egoismo.

Forse la nostra condizione è questa, forse una società solo di solidarietà si estinguerebbe per altre ragioni come potrebbe accadere ad una società di solo egoismo. Chi può dirlo?

Una cosa è però certa, questa tensione è figlia del pensiero. Senza c’è solo la schiavitù.

Il pensiero è l’ultima chance, l’ultimo filtro. Ma rifugiarsi in un pensiero fantasioso o fantastico, crea fantasmi e crea mostri. Il pensiero deve essere in grado di produrre idee, parole, scritti, opere. Non è un lavoro difficile né serve una mente superiore. La vita stessa ci può essere maestra, l’istinto principale della sopravvivenza ci può essere guida. Il famoso buon senso. L’osservazione della natura, della vita in un bosco o in un metro quadrato di sabbia…

Anche fra i ricercatori, solo quelli che pensano, che osservano, che sono curiosi e si pongono domande, riescono a percorrere strade nuove. Spesso, ci si ferma alle metodiche, alle pubblicazioni, alla carriera e si rischia di produrre danni e allontanarci dalla nostra vera natura.

Non si tratta di tornare indietro ma di non perdere il filo e di non recidere le radici che, nostro malgrado, continuano ad alimentarci. E sì, cambia la musica e la moda, cambiano le parole e le frasi ma la sostanza è sempre quella: tutto si basa sull’empatia che riusciamo a stabilire con l’altro, con l’ambiente. Il pensiero, quello che a volte non confessiamo neanche a noi stessi, per paura che qualcuno se ne accorga, una volta si chiamava amore…

 

Ignazio Lippolis