Competizione tra Economia e Società

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Continuare imperterriti a definire il problema della crescita socio-economica come quello della competizione è derivante da una «ossessione ideologica» che pone fiducia cieca in una vecchia ed obsoleta aconcettualità liberale della competitività, che oggi non è solo storicamente sbagliata, ma pericolosa, perché distorce le politiche sociali dell’ambiente territoriale sociale in tutta l’Europa

La competitività tra parassiti che mantengono i loro privilegi e speculatori finanziari ci ha portati al disastro socio economico.

Il Prof. Mario Monti fondamentalmente e coerentemente è interessato a rimettere in pareggio il bilancio economico e pertanto insiste fiducioso del fatto che «bisogna puntare sulla competitività», utilizzando in tal modo una ideologia liberale che può funzionare solo in un sistema di concorrenza idealmente perfetto, ma non in quello imperfetto infestato da parassiti e speculatori come è quello odierno.

Il ricorso alla competitività estesa a tutto e a tutti, può infatti rimediare temporaneamente il sistema economico, ma contemporaneamente tende a non tutelare la produttività ed il lavoro delle imprese, specie quelle piccole e affossare nelle miseria gli individui e famiglie economicamente più deboli che sono in crisi e prive di accesso al credito.

Pertanto il prof. Mario Monti, sta travisando il concetto di «equita e sostenibilita sociale», proprio in quanto persiste a considerare valida la logica della concorrenza, che nelle condizioni attuali di crisi, provoca un «Darwinismo Sociale»sempre più deprivato da ogni sorta di corresponsabilità necessaria a favorire la complessità effettiva dello sviluppo socio-economico contemporaneo.

L’economia liberale, presa come fonte unica di ispirazione concettuale, storicamente è stata fondata sul concetto di competitività, che oggi conduce irrimediabilmente a pesanti ed inaccettabili distorsioni sociali che a loro volta inducono anche la degenerazione morale come conseguenza di un sistema di competizione di tutti contro tutto.

La competitività «Darwiniana», estesa a livello sociale è infatti priva dei dubbi che lo stesso Darwin si pose, comprendendo che l’evoluzione delle specie non poteva essere sistematicamente dovuta a un sistema di completa competitività tra gli esseri viventi, poiché la competizione doveva naturalmente essere mediata da un più complesso parametro ecologico che Darwin indico come «Biocenosi».

Le specie che competono per la stesse opportunità dell’ecosistema, debbono infatti tener conto della variabilità delle risorse ecologiche; ad es le specie di pesci che sono in competizione, non possono escludersi a vicenda secondo l’unico principio che il pesce più grosso mangia i pesci più piccoli, proprio perché è necessario che si compensino relativamente e diano adito alla generazione di nuove specie nella bio-diversità, in modo da poter coesistere complessivamente con la risorsa di base che per tutti i pesci è la riproduzione del plankton nel mare.

Oggi il rischio di giungere a degenerare in un«Darwinismo sociale selvaggio», in merito al continuo e sistematico ricorso al concetto di competitività, semplicemente intesa come la propensione a superare gli altri per ottenerne vantaggi di profitto di qualsivoglia natura, è del tutto deleteria poiché è altresì necessario ricorre alla collaborazione ed alla condivisione sostenibile delle risorse. Altresì l’unica prospettiva definita dalla competitività assolutizzata come metodo, conduce a fattori distorsivi sociali irrimediabilmente compromettenti la complessità dello sviluppo socio-economico contemporaneo, il cui orizzonte di sviluppo è strutturalmente fondato sulle frontiere del cambiamento, basate sulla innovazione tecnologica e sulla creatività sociale.

Pertanto il vantaggio competitivo oggigiorno viene a dipendere da un insieme di fattori di cambiamento sociali ed economici che possono determinare le condizioni di sviluppo locale o territoriale della innovazione e della creatività imprenditoriale, che nel loro complesso debbono divenire favorevoli a gestire la competizione nel mercato globale.

La competitività contemporanea quindi non può essere concepita come un concetto statico separato da criteri di collaborazione territoriale per il cambiamento, in modo da poter correlare la crescita strettamente alla nozione di una effettiva strategia intelligente dello sviluppo socio-economico, intesa come complesso di azioni «non» più volte «Darwinisticamente» al raggiungimento di una posizione di nicchia dominante, ma a determinare contemporaneamente lo sviluppo locale sia dei fattori sociali sia di quelli economici della produttività e della profittabilità, tali che nel loro complesso inducano il benessere e lavoro dei cittadini e in specialmodo dei giovani, anziché solo e soltanto profitto a tutti i costi.

Continuare imperterriti a definire il problema della crescita socio-economica come quello della competizione è pertanto derivante da una «ossessione ideologica» che pone fiducia cieca in una vecchia ed obsoleta aconcettualità liberale della competitività, che oggi non è solo storicamente sbagliata, ma in vero è pericolosa, perché distorce le politiche sociali dell’ambiente territoriale sociale in tutta l’Europa.

Pensare la risoluzione dei problemi strutturali del cambiamento tra la vecchia società industriale e la futura società della conoscenza condivisa, ancora ed univocamente in termini di competitività, porta direttamente o indirettamente a formulare politiche Regionali economiche e del lavoro completamente errate, che si estendono su una vasta serie di problemi sociali, nazionali ed internazionali, che viceversa dovrebbero riuscire nella sfida di migliorare il benessere dei cittadini la produttività delle imprese e quindi gli scambi commerciali anziché di assecondare quelli finanziari e speculativi.

Ricorrere pedissequamente alla competitività è quindi sicuramente una «ossessione ideologica liberale di vecchio stampo», che finisce per essere realmente illiberale perché non definisce appropriatamente le necessità di incremento della produttività «liberata» da un fenomeno dominante che è quello della speculazione finanziaria, come in vero è e sarebbe in tutta evidenza necessario per la crescita del sistema socio-economico contemporaneo, in modo da poter iniziare a coltivare una ripresa sostenibile della economia in un quadro di effettiva equità sociale.

Pertanto chiediamo al prof. Mario Monti ed al suo governo di tecnici, di evitare di pronunciare con continuità fino alla noia, la «retorica della competitività» come panacea di tutti i mali, che ormai è purtroppo già tanto diffusa tra la gente, così che giornalisti ed economisti si trovano a fraseggiare nei Talk Show e nei mass media di competitività come unica «arma di fantasiose battaglie economiche» che purtroppo, proprio per mancanza di coerenza storica con le necessità dello sviluppo contemporaneo, si tradurranno in sconfitte sociali in un contesto dove il rafforzamento degli orizzonti dello sviluppo è invece direttamente determinato dalla capacità co-operazione tra imprese e ricerca finalizzata alla innovazione ed al cambiamento.