L’inquinamento dell’Ilva non più tollerabile

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Per garantire i livelli occupazionali è necessario pensa re a un sistema integrato che miri al risanamento delle componenti ambientali attraverso le bonifiche utilizzando fondi privati messi a disposizione di chi ha prodotto il danno ambientale: Bonificare, monitorare, gestire e progettare nuovi impianti

In questi giorni è all’attenzione delle cronache europee la situazione della produzione siderurgica italiana, non per la sua crisi economica, poco sentita dai grandi gruppi industriali, ma per le gravi accuse rivolte dal Giudice delle indagini preliminari (Gip), Patrizia Todisco della Procura della Repubblica di Taranto che da anni indaga sulla grave situazione ambientale di Taranto, la più grande fabbrica siderurgica in Italia: l’Ilva.

Le accuse sono molto gravi ma non hanno sorpreso molti visto che nei vari rapporti ambientali sia dell’Ispra (ex Apat) sia dell’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpa) della Regione Puglia, è chiaramente scritto chi ha inquinato negli anni, quali sono gli inquinanti riscontrati e quali le componenti ambientali (aria, suolo, sottosuolo, mare, acque sotterranee) gravemente compromesse. È bene ricordare che tutto ciò che è trasportato o si deposita nelle varie componenti ambientali alla fine è assorbito dagli organismi (fauna e flora marina e terrestre) e finiscono per interessare direttamente o indirettamente l’organismo umano con gravi conseguenze per la salute.

Le accuse rivolte ai proprietari della fabbrica e ai manager impegnati nella gestione della produzione sono gravi, sono accusati di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose.

L’attenzione si è accesa non tanto per le gravi e documentate conseguenze della gestione dell’impianto sulla salute della popolazione e dei lavoratori, così come descritte dai periti, ma per il sequestro dell’area senza la possibilità di utilizzare i luoghi, con il conseguente rischio di chiusura che ha angosciato i lavoratori. Un’angoscia legata al rischio di non garantire più alle loro famiglie un reddito, un’angoscia che li ha spinti a protestare senza termine.

La Puglia è una delle regioni italiane che in passato con i suoi grandi poli industriali di Taranto, Brindisi e Manfredonia, ha emesso in atmosfera un’alta percentuale d’inquinati. È anche la Regione che è riuscita ad adottare politiche di controllo e riduzione degli inquinati. Come riportato nei rapporti sullo stato dell’ambiente le emissioni di CO nel 2007 registravano un calo di oltre la metà rispetto ai dati dichiarati nel 2006, infatti, nel 2007 le emissioni dichiarate di CO sono di 235.514 t/anno rispetto alle 547.749 t/anno dell’anno precedente. Nello stesso periodo di confronto pur avendo una netta riduzione di polveri e polveri sottili, la Puglia rimaneva la regione in Italia con più alto valore in assoluto con 4.400 tonnellate di PM10 nel 2007. Analoga situazione di primato negativo si è registrata sempre nel 2007 con le quantità di diossine e furani di origine industriale. Le emissioni nel 2007 aumentavano rispetto al dato 2006 registrando un valore pari 99,60 gr/anno pari al 80,9% sul dato nazionale. Oggi tali valori sono notevolmente diminuiti e sono, a detta degli amministratori e politici, sotto controllo; rimane sempre l’interrogativo di dove si sono depositati i grammi di diossina di polveri sottili e altri inquinanti liberati in tanti anni di produzione senza una severa politica di controlli e riduzione degli inquinati.

Tanti pongono l’accento in queste ore come la salute dei lavoratori e dei «cittadini inquinati» venga al primo posto, rispetto alle esigenze produttive e di profitto. Sembra civile e moderno che nessun lavoratore debba essere costretto a lavorare sotto ricatto occupazionale in luoghi di lavoro altamente inquinanti e che nessun cittadino debba temere per la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo che possono essere compromessi dall’attività industriale troppo vicina alla propria abitazione.

Come si evince dall’analisi dei dati contenuti nei rapporti dell’Arpa Puglia, sembra più esplicito il «Rapporto sullo stato dell’ambiente 2009», nell’area industriale di Taranto non esiste solo l’Ilva. Oggi a livello regionale e nazionale scontiamo le politiche di «convinzione di massa» relative all’occupazione che le grandi produzioni industriali hanno sempre garantito facendo dimenticare il loro impatto sulle componenti ambientali.

Senza un’imposizione pubblica delle Amministrazioni statali e regionali, le grandi aziende difficilmente agiranno a tutela certa della salute e dell’ambiente nel più semplice interesse della collettività. Oggi come ieri necessita pensare a un sistema integrato che miri al risanamento delle componenti ambientali attraverso le bonifiche utilizzando fondi privati messi a disposizione di chi ha prodotto il danno ambientale; al severo monitoraggio dei cicli produttivi e delle componenti ambientali, rafforzando i controlli degli enti pubblici utilizzando fondi pubblici; al controllo e alla condivisione dei grandi processi di gestione degli impianti industriali e alla riprogettazione, dove occorre, dei nuovi impianti nel più rigoroso rispetto dei principi di tutela dell’ambiente e della salute.

Nella foto di Flaviana Defilo, uno scorcio del porto di Taranto