Clima – Flora e fauna si adattano e l’uomo che aspetta?

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Forse dovremmo iniziare a pensare e progettare i nuovi insediamenti aspettandoci fenomeni naturali più violenti di quelli conosciuti fino ad oggi e forse dobbiamo preparaci a cedere inesorabilmente il territorio impropriamente occupato alla natura senza opporre inutile resistenza e ritornando ad adattarci alle mutazioni climatiche cicliche

Nella sensazione comune fino a qualche decennio fa, documentata dai testi di scuola, la vite, l’uva e la vendemmia erano associate alla fase terminale della stagione estiva e aprivano le porte all’autunno. Negli ultimi anni si è verificata sempre più un’anticipazione della raccolta delle uve per la produzione di vino. Quest’anno l’anticipazione si è avuta alla prima settimana di agosto: un anticipo di un mese rispetto ai canoni di qualche decennio fa. Analoga situazione si era verificata nel 2003 e nel 2005.

I produttori e i cultori del vino stimano le perdite di produzione e analizzano le potenzialità qualitative del prodotto: gli esperti dicono che avremo per la vendemmia 2012 un calo di resa del 10% e un calo di produzione di circa il 20%, in compenso l’uva ha potenzialità per ottenere una qualità del vino tra la buona e ottima.

L’analisi della Coldiretti, attente alle dinamiche che possono influire le attività di oltre 250mila aziende vinicole, indica che la tendenza all’aumento della temperatura atmosferica ha prodotto negli anni un cambiamento di base alle caratteristiche delle uve: aumento della gradazione zuccherina di 2-4 gradi con acidità inferiore di circa 1-2,5 grammi litro. Ma oltre agli aspetti economici ed enologici questa anticipazione indica una manifestazione di cui tener conto.

Altro fenomeno davvero particolare sono l’adattamento e il proliferare di colonie di pappagalli in molte città italiane da sud a nord. Il caso osservato a partire dagli anni 90 documenta la presenza diffusa di un’avifauna non propriamente originaria delle nostre zone. La città di Genova rappresenta una situazione veramente particolare perché coesistono, allo stato libero, le specie diffuse anche nelle altre città (Roma, Bologna, Cagliari, Molfetta): Parrocchetto dal collare, Pappagallo monaco e Amazzone fronteblu.

La distribuzione geografica naturale del Parrocchetto dal collare (Psittacula krameri, Scopoli) comprende Africa centrale e nord-orientale, Afghanistan, Pakistan occidentale, India e Nepal, fino alla parte centrale di Burma e Ceylon.

La distribuzione geografica naturale del Pappagallo monaco (Myiopsitta monachus, Boddaert) va dalla Bolivia centrale al Brasile meridionale all’Argentina centrale; introdotto a Portorico e negli Stati Uniti nord-orientali.

La distribuzione geografica naturale del Pappagallo Amazzone fronteblu (Amazona aestiva, Linnaeus) va dal nord est del Brasile a sud fino al Paraguay e al nord dell’Argentina.

È vero che pappagalli erano presenti in Italia anche ai tempi dei romani ma facevano parte dei «giardini zoologici» del tempo. Come pure esistono dipinti dell’XI e del XIII secolo che ritraggono scene di vendemmia lungo il Tamigi e perfino in Cornovaglia.

Il clima del nostro pianeta è cambiato nelle ere geologiche alternando periodi freddi a periodi caldi, questo è documentato e non può essere messo in dubbio. A questi cambiamenti la natura: la flora, la fauna e l’essere umano si sono saputi adattare o in alcuni casi hanno lasciato solo le tracce fossili della loro presenza. I tempi di adattamento o meno sono in funzione della velocità dei cambiamenti climatici e ambientali.

Oggi quello che non si riesce a comprendere sono i tempi reali di questi cambiamenti, le azioni e le responsabilità dirette e indirette dell’uomo che possono accelerare o innescare meccanismi globali di difficile gestione. Le opere antropiche hanno occupato spazi lungo i corsi d’acqua e lungo le linee di costa; le perturbazioni atmosferiche di cui siamo stati testimoni anche quest’estate, dalla Russia, all’Afghanistan, alla Valtellina, indicano che i regimi previsionali idrologici e idraulici possono essere facilmente superati. Come faremo a contenere l’innalzamento del livello del mare, prodotto dallo scioglimento dei ghiacciai innescato dall’aumento della temperatura, che sottrarrà terra ferma oggi occupata dall’uomo?

Forse dovremmo iniziare a pensare e progettare i nuovi insediamenti aspettandoci fenomeni naturali più violenti di quelli conosciuti fino ad oggi e forse dobbiamo preparaci a cedere inesorabilmente il territorio impropriamente occupato alla natura senza opporre inutile resistenza e ritornando ad adattarci alle mutazioni climatiche cicliche.