Centrale termoelettrica innovativa alimentata con il carbone del Sulcis

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La centrale sarà dotata di sistemi di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica. È stata concepita in coerenza con gli indirizzi della CE, al fine di poter richiedere il cofinanziamento europeo, in particolare ove si raccomanda che la cattura riguardi un impianto di potenza elettrica non inferiore a 250 MWe

È di questi giorni l’ipotesi di rilanciare il «progetto integrato Sulcis», un’iniziativa di innovazione industriale elaborata in Sardegna da Sotacarbo, in stretta collaborazione con Enea, e illustrata dal ministero dello Sviluppo Economico alla Commissione europea. L’iniziativa è volta a fornire l’opportunità alle nostre aziende di competere sul mercato internazionale dell’energia.

Il progetto, nella sua formulazione originaria, prevede, in accordo con la legge 99/2009, la costruzione nel bacino del Sulcis di una centrale elettrica da 450 MWe dotata di sistemi di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (Ccs, Capture Capture and Storage), che come combustibile impieghi per il 50% il carbone estratto dalla vicina miniera di Carbosulcis «Nurax’e Figus» (l’impiego di carbone anche «di bassa qualità» è sempre più diffuso nel mondo). È stato concepito in coerenza con gli indirizzi della CE, al fine di poter richiedere il cofinanziamento europeo, in particolare ove si raccomanda che la cattura riguardi un impianto di potenza elettrica non inferiore a 250 MWe.

L’esercizio di sistemi CCS di taglia significativa è indispensabile per lo sviluppo e la qualificazione di queste nuove tecnologie, essenziali per produrre energia con emissioni assai ridotte di inquinanti e prossime a zero in termini di CO2 anche utilizzando carbone e altri combustibili fossili. Secondo la Iea le tecnologie Ccs possono contribuire per circa il 20% alla riduzione delle emissioni di CO2 nello scenario di riferimento (il cosiddetto «scenario 450»).
Si tratta di sistemi ancora molto costosi, che riducono l’efficienza complessiva della centrale di circa 10 punti percentuali; gli extra costi complessivi, in 10 anni di esercizio, di un sistema Ccs applicato ad una centrale da 250 MWe possono oscillare fra 1,2 e 1,7 miliardi di Euro. Si tratta di ovviamente di finanziamenti aggiuntivi rispetto agli investimenti necessari a realizzare una centrale «convenzionale». Importanti programmi di ricerca e dimostrazione su scala industriale sono attualmente in corso in tutto il mondo per superare le barriere alla commercializzazione di queste tecnologie e abbassare entro 10 anni il costo della CO2 evitata a circa 40 ?/t CO2.

Un altro aspetto cruciale è legato allo stoccaggio della CO2, in termini di potenzialità del sottosuolo del Sulcis e di sicurezza. Dal 2004 l’area del Sulcis è stata ampiamente studiata da istituti italiani, università e più recentemente da quotati organismi internazionali aggregati nella rete di eccellenza europea CO2GeoNet. La quantificazione precisa delle potenzialità di stoccaggio costituisce uno degli obiettivi fondamentali delle attività di progettazione, a partire dalle valutazioni teorico-sperimentali effettuate preliminarmente che configurano uno scenario assolutamente interessante e promettente, che non presenta evidenti elementi di criticità.

Quanto agli aspetti di sicurezza, occorre rilevare innanzitutto che l’area del Sulcis, e l’intera Sardegna, ha caratteristiche di sismicità che la rendono privilegiata rispetto ad altre aree. Inoltre, gli studi condotti dall’Università di Roma dimostrano che le caratteristiche del sottosuolo sono tali da renderlo praticamente stagno rispetto a possibili fughe di gas.

Uno dei dubbi sollevati in merito all’applicazione di tecnologie Ccs nel bacino del Sulcis è relativo all’impiego di quel particolare carbone, peraltro di scarsa qualità. Occorre osservare che il progetto non è nato per «salvare la miniera e i posti di lavoro di Carbosulcis», in quanto fissa le caratteristiche del carbone che verrà acquistato al prezzo di mercato, e la Carbonsulcis dovrà applicare tale prezzo per poter fornire il suo prodotto. Le ricadute in termini occupazionali rappresentano dunque un’opportunità da non farsi sfuggire: la ricaduta di un piano di sviluppo tecnologico per l’innovazione industriale, non la sua driving force.

Si è scelto di impiegare carbone «di bassa qualità» perché sempre più diffusamente utilizzato nel mondo; inoltre, l’alto contenuto di zolfo del carbone sardo, in questo contesto, è un problema secondario, perché in ogni caso lo zolfo va rimosso prima della cattura della CO2.

In tempi brevi verrà ripresentato al ministero dello Sviluppo Economico un progetto rimodulato, più sostenibile economicamente, nella consapevolezza che la sua ratio è di sviluppare, testare e poi produrre industrialmente tecnologie Ccs destinate al mercato estero, con la prospettiva di poterle applicare anche per le centrali a gas, per cementifici, acciaierie e altri impianti industriali, grandi produttori di CO2.

(Fonte Enea)