Sostenibilità: un principio buono per tutte le stagioni o un processo di ricerca in itinere?

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Il nodo, che rende equivoco ed arbitrario l’uso del termine sostenibilità, sta tutto nell’idea che ad essa si possa attribuire una definizione finale ed esaustiva, non solo in termini di unicità dei principi, ma anche sul piano pragmatico, con l’unicità delle azioni concrete connesse a tali principi. La convinzione di poter dare alla sostenibilità una direzione riconoscibile (come riferimento universale che si rende necessario addirittura per lo sviluppo di tutta una civiltà compiuta), in realtà, al di là di un contorno di deboli coerenze formali, non offre nulla da spendere in termini di partecipazione creativa, consapevole e responsabile dell’uomo al divenire delle cose.
Se ragioniamo in termini di sostenibilità vitali, la staticità di una definizione lascia il tempo che trova. È, invece, necessario dare un significato culturalmente e socialmente dinamico: dovremmo, dunque, ragionare nei termini di una sostenibilità al plurale e non di un dualismo che, anche se non fosse una contrapposizione irrisolvibile, sarebbe troppo poco per rappresentare la nostra realtà complessa. La sostenibilità vive di integrazione e deve sapersi ristrutturare ciclicamente sia per costruire sinergie da mettere alla prova, da verificare in itinere, da valutare nelle performance rispetto alle attese, sia per creare patrimoni condivisi di saperi che si interrogano e che possono suggerire le nuove ipotesi, nuove prove, di confronto con la realtà e di negoziazione di un ruolo saggiamente costruttivo che potremmo svolgere, come esseri umani, in sintonia con la natura.
Se riconosciamo, come fondamento vitale, gli equilibri complessi non possiamo certo immaginare di sostituirci ad essi, da soli, inventandoci l’improbabile semplicità di un più virtuoso equilibrio artificiale contrapposto al naturale. Gli esseri umani si manifestano come fenomeno sociale per le relazioni sinergiche a livello di coppia, di famiglia, di comunità, di abitanti di questa Terra, ma anche per le relazioni sinergiche che caratterizzano i rapporti con gli altri esseri viventi non umani e con quel sistema materiale che, se non possiamo definire vivente, appare contenere da sempre in sé il principio vitale, che ha determinato (o quantomeno partecipato) al sorgere dei fenomeni vitali naturali così come, oggi, noi li percepiamo. Dunque gli esseri umani e le loro comunità, per le doti di intelligenza delle quali sono forniti, non possono non riflettere sui significati impliciti che derivano dall’interpretazione dei fenomeni, e non trovare, in essi, una direzione che dia senso al proprio esistere e alle libertà di integrarsi e di offrire i propri contributi originali e collaborativi agli equilibri vitali naturali.
Dovremmo, ancora, interrogarci e riflettere su quanto un sistema immaginato senza alternative possa essere sostenibile e dovremmo verificare quanto le analisi, le ipotesi e le proposte di cambiamento, che possono essere formulate, abbiano, poi, concreti riscontri nei fatti. Possiamo, in questa direzione, cominciare con l’osservare cosa avviene in natura (che possiamo definire come il libretto delle istruzioni che permette di trovare un senso al nostro esistere in questo mondo), per poi passare alla valutazione e comparazione necessaria per formulare ipotesi, per rilevare analogie e farne un uso critico finalizzato a interpretare, comprendere e costruire alternative da mettere alla prova per affrontare e superare problemi. Tutto questo è essenziale se vogliamo interpretare le nostre azioni in termini di sostenibilità, che sappia trovare senso umano delle cose, in qualunque modo la volessimo affrontare. Ma sostenibilità non è qualsiasi cosa, che potremmo trovarci ad invocare come buona, se poi non potesse essere contestualmente praticata, individualmente e collettivamente, come luogo di esperienze consapevoli, come spazio di creatività, come luogo di ricerca delle alternative, come opportunità di condividere e diffondere conoscenze, come momento di assunzione di responsabilità, tutte cose che non possono mai mancare nelle nostre scelte autonome di relazioni, in sintonia con gli equilibri naturali.
Dovremmo evitare il suicidio dell’isolamento in quelle esperienze, limitate al solo nostro punto di vista, che riducono la portata delle nostre possibili consapevolezze e responsabilità, che cancellano le qualità della condizione umana, che sono indotte dall’esterno (ma anche, da noi passivamente accettate), che portano a distruttive sottovalutazioni delle nostre capacità, che trasformano le immense opportunità del conoscere e del progredire umano in un angoscioso disorientamento (sostanzialmente da addebitare a un «non interrogarsi» e a un «ignorare la realtà»).
Oggi le favole, trasformate in fiction, tendono a concludere tutta la realtà al loro interno invece di permettere di proiettare il nostro vissuto interno nel contesto ampio delle relazioni con il mondo esterno. Abbiamo solo favole infertili che non comunicano pensieri da sviluppare con la riflessione, ma dettano i comportamenti che dobbiamo assumere e che la moda impone come prodotti, del momento e urgenti, di un consumo necessario. Sono le rappresentazioni che ci abituano alle finzioni e ad una vita recitata che cerca riconoscimenti solo quantitativi da far pesare sulla bilancia della fortuna, del potere, della ricchezza. Tutta una realtà nella quale anche ciò che è imprevedibile è già confezionato ed è pronto per essere indossato e consumato da figuranti umani ridotti in uno stato mentale non molto diverso da quello vegetativo.
Non solo per rispondere, in un modo piuttosto che in altri, alle eventuali provocazioni che possono accompagnare questo tipo di lettura radicale delle cose (sulle quali, comunque, è sempre bene riflettere), ma soprattutto per le responsabilità di essere parte attiva di un equilibrio, dobbiamo chiederci quale contributo possiamo offrire ad una condizione che vorrebbe mettere sotto tono quelle prerogative sociali umane che danno senso al nostro desiderio di realizzare le nostre aspirazioni più profonde e di finalizzarle alla promozione di fenomeni vitali originali in sintonia con le qualità creative degli equilibri naturali.
Interroghiamoci su quanto è accettabile che il concetto dinamico di vita sostenibile possa essere ridotto a qualcosa da raccontare, da immaginare, da argomentare con accattivanti suggestioni, da tradurre in oggetto di imbonimento, inserito in una dinamica del «nulla che cambia» e reso tanto innocuo da offrirci l’inquietante sopportabilità del riuscire a resistere in vita senza poter essere noi stessi? Quanto è accettabile un vivere nell’immobilità del nostro non sapere e non essere, turbato solo da qualche tremito consumistico o dalle attese di un destino meccanico che ci muove (quasi come se fossimo proiettili mortali sparati, ma senza averne la responsabilità), che ci lascia ignari degli effetti prodotti e che perciò permette di immaginarci innocenti strumenti di distruzione degli equilibri vitali?