Fiume Fiora, ecco perché rinaturalizzare

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L'ultima esondazione del Fiora

Continua la protesta dei movimenti ambientalisti della bassa maremma. Accademia Kronos approfondisce alcuni aspetti degli interventi e pone domande. La controtendenza degli Amministratori locali rispetto alle politiche europee in materia di arginatura dei fiumi e prevenzione dalle esondazioni

Il problema non è solo di ordine ambientale e paesaggistico ma è anche un problema culturale nell’affrontare le calamità naturali in un’ottica Europea che promuove la «Rinaturalizzazione» dei corsi d’acqua e non la loro cementificazione, Accademia Kronos suggerisce una soluzione «naturale» al problema delle esondazioni del Fiora.

Non si capisce perché mentre altri Paesi europei come la Germania ove si era verificato l’analogo fenomeno della cementificazione degli argini di fiumi e torrenti, si sia proceduto a una «rinaturalizzazione», dei corsi d’acqua allo scopo di ripristinare gli equilibri e le funzioni di questi ecosistemi. In Germania, in Francia in Spagna, nel Regno Unito e persino in Cina gli alvei rettificati e le sponde di cemento vengono via via demoliti; le aree di espansione, dove è possibile vengono ripristinate; sulle sponde vengono piantati alberi ad alto fusto che aumentano la capacità del suolo di trattenere le acque e gli argini. Gli interventi sul terreno sono naturali usando al massimo delle barriere di tessuto non tessuto che riempite di pietrisco (scarti di materiali rocciosi da cava tipo il basalto, il peperino, etc…) di cui alcune cave di questi materiali insistono sul Fiora nella parte Alta Toscana, hanno la stessa funzione dell’antiestetico e costoso cemento.
Quindi all’Amministrazione ed ai tecnici Comunali suggeriamo di far presente martedì prossimo ai tecnici della Regione Lazio e della Protezione Civile che nella Comunità europea la pratica della rinaturalizzazione dei corsi d’acqua è ormai adottata da tutti come prassi corrente. Come ben spiegato durante il summit dell’ordine dei Geologi di Viterbo e del Lazio, tenutosi presso la Sala Regia del Comune di Viterbo a ridosso di Natale e dove noi eravamo come sempre presenti,così come i Sindaci di Montalto, Orte, Viterbo etc.; queste metodologie di intervento naturali usate in tutte le Nazioni europee che hanno a cuore sia il paesaggio, l’ambiente e la vita dei cittadini, venivano vivamente consigliate da eminenti professionisti che ben conoscono la morfologia del terreno Provinciale.
In quella sede veniva inoltre ben spiegato oltre l’eccezionalità dell’evento alluvionale dovuta ai cambiamenti climatici (di cui la centrale di Montalto alimentata ad olii bituminosi e metano, come quella di Civitavecchia alimentata a carbone, immettono nell’atmosfera circa due milioni di tonnellate di anidride carbonica annue, 2.000 tonnellate di ossidi di zolfo, 1.880 tonnellate di ossidi di azoto, 100 tonnellate di polveri sottili, 1.630 tonnellate di rifiuti tossici speciali di cui il 60% altamente pericolosi, ne sono fortemente responsabili) come le opere di sistemazione idraulica hanno così trasformato molti fiumi e torrenti in canali, in cui le acque scorrono sempre più rapide: è aumentato quindi il rischio che, durante le piene, la loro pressione può travolgere gli argini inondando i campi e le costruzioni posti nelle vicinanze. Veniva citata dallo stesso Ordine dei geologi, a cui stranamente non è stata richiesta una preventiva consulenza, la situazione Liguria, che è spesso soggetta ad alluvioni violente e distruttive a causa della irrazionale gestione dei corsi d’acqua, alcuni dei quali sono stati coperti di cemento e costretti a scorrere entro alvei trasformati in «tubature a pressione».
Nel corso degli ultimi sessant’anni la superficie occupata da edifici, strade o altre infrastrutture a Montalto Marina è cresciuta a dismisura. La causa principale di questo processo è l’aumento della popolazione stagionale, i cui insediamenti hanno strappato spazi sempre maggiori al territorio, alle coste, ai corsi d’acqua e all’intero ecosistema della bassa Maremma. Non a caso Vulci, il Ponte ed il Castello dell’Abbadia e Montalto di Castro sono stati edificati dai nostri avi nel rispetto del Fiume (basta guardare le immagini girate dall’elicottero dei Vigili del Fuoco durante l’esondazione per rendersi conto di ciò e le foto a Montalto Marina di come il Fiume abbia ritrovato il suo Delta naturale subito dopo l’esondazione).
I fiumi, com’è noto, scorrono in natura in un alveo affiancato da ampie aree di espansione in cui, nei periodi di piena, si riversano le acque in eccesso. Ma se si continua con l”estensione a ridosso del fiume delle zone coltivate e abitate, e non si dà più sfogo alle acque in piena, allora poi non possiamo dire che il fiume è stato cattivo perché si è ripreso i suoi spazi.
Negli ultimi decenni gli interventi per regolare il flusso delle acque si sono intensificati, dando luogo al fenomeno della cementificazione dei fiumi e dei torrenti. Il cemento crea uno strato impermeabile che interrompe gli scambi fra le acque dei fiumi e le acque sotterranee e riduce la quantità d’ossigeno disciolto nell’acqua creando un altro gravissimo problema all’ecosistema.
In virtù di tutto quanto sopra esposto non si capisce l’atteggiamento in controtendenza della Regione Lazio nel risolvere questo problema con il cemento; in controtendenza con le Direttive Europee. In tutto questo contesto sussiste poi «l’assordante silenzio» dell’Autorità Interregionale di Bacino del Fiume Fiora il cui settore tecnico è composto tra l’altro, sia sulla sponda toscana sia su quella laziale, da eminenti geologi, ingegneri in idraulica e tecnici di varie specializzazioni. Gradiremmo che questi esperti offrissero alla comunità il loro parere in merito. Gradiremmo anche vedere pubblicate le opinioni della società civile dell’intero territorio Provinciale, ma soprattutto dei Comuni vicini e delle Associazioni ambientaliste e delle Associazioni di categoria (Cna; Cia; Coldiretti; Confartigianato, Confcommercio; Confesercenti, Confindustria, etc.) poiché sul Fiora è nata e si è sviluppata la civiltà del Rinaldone un millennio a.C. e da cui tutti noi sicuramente discendiamo, attendiamo anche l’attesissimo parere della Soprintendenza per il Paesaggio e per i Beni culturali del Lazio.