Elezioni – Né prima né dopo una parola sulla Sanità

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In una popolazione che invecchia non dobbiamo forse porci il problema di riarticolare la rete dell’assistenza agli anziani che scontano la propria maggiore vulnerabilità fisica in un contesto di contemporanea debolezza sociale e civica? In una società che chiede non solo quantità di prestazioni ma anche qualità ed efficienza non dobbiamo forse interrogarci su come migliorare complessivamente la sanità? In un mondo in cui il senso della medicina deve essere innanzitutto quello di creare condizioni di benessere e non solo quello di curare malattie possiamo investire risorse che diano il senso di un vero cambiamento?

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

Si è infine votato. Con i risultati che sappiamo e le incertezze che ci raccontiamo in ordine a quello che potrà o no avvenire. Ma non è di questo che vogliamo per un attimo parlare bensì di tutto quel prima che ad essere cattivi possiamo definire parole o tattica e che ad esser molto buoni potremmo definire «programmi». Programmi di partito o di schieramento, programmi di leader o di gruppi dirigenti, programmi per l’Italia e gli italiani. Programmi in cui s’è visto ripetere ossessivamente ed alla fine stancamente una noiosa litania di promesse o di rivendicazioni che nella mente non molto fervida dei mille spin doctor in azione hanno battuto e ribattuto su questioni importanti ma non sempre ben comprensibili da parte dei comuni cittadini: la crescita come tormento, lo spread come incubo, una maggiore occupazione come sogno. Tutto giusto, tutto buono, verrebbe da dire.

Il problema è che la «gente» queste formule le ammira come si sopporta il fumo negli occhi e le afferra come si agguanta un capitone scivoloso. Non che non si tratti di problemi vitali ma di certo trattasi di formule: a volte modicamente piene di significati, a volte un po’ troppo vuote di quella quotidianità che si vive di momento in momento, producendo troppo spesso fastidio ed irritazione, frustrazione ed angoscia e solo raramente gratificazione e soddisfazione. Intendiamo dire che ci stiamo abituando a fare delle campagne elettorali dei semplici momenti virtuali ed avulsi dalla realtà in cui si descrivono scenari e si prefigurano soluzioni che partono dal mondo dei sogni (o dell’immaginazione) ed in quel mondo rimangono, senza alcuna attinenza con la realtà e con i problemi che quella realtà offre.

In questo minestrone di spread e di crescite è mancato ad esempio totalmente ogni riferimento ed ogni approfondimento su un punto nodale della architettura sociale (e quindi anche economica) del nostro paese, vale a dire la sanità, come essa è e come la si vorrebbe. Punto nodale anche per via dei costi per alcuni aspetti smisurati (ma che in futuro aumenteranno ancora, per fornire risposte a domande sollecitate da sempre più cittadini e per sempre più numerose aspettative) che tocca pagare in un contesto che invece impone rigore. E limitazioni.

Ci sarebbe piaciuto che in qualche dibattito televisivo gli intervenuti avessero dibattuto di ciò che agli italiani sta indubbiamente a cuore più che ogni altra cosa e cioè «come curarsi». O, per dirla in altra maniera, che tipo di sanità vogliamo, che tipo di sanità siamo disposti a darci, quanta sanità siamo in condizioni di offrirci, a che prezzi, con che priorità. Quanta sanità pubblica e quanta sanità privata, ad esempio. E, nell’ambito della sanità pubblica, con che priorità e quali programmi. Togliendo cosa ed aggiungendo cosa. Limitando quali prestazioni ed implementando quali servizi. Riorganizzando quali strutture (o quali tipologie di strutture) e lasciando deperire quali tipologie di offerte.

In una popolazione che invecchia non dobbiamo forse porci il problema di riarticolare la rete dell’assistenza agli anziani che scontano la propria maggiore vulnerabilità fisica in un contesto di contemporanea debolezza sociale e civica? In una società che chiede non solo quantità di prestazioni ma anche qualità ed efficienza non dobbiamo forse interrogarci su come migliorare complessivamente la sanità per dare una risposta all’altezza delle aspettative? In un mondo in cui il senso della medicina deve essere innanzitutto quello di creare reali condizioni di benessere e non solo quello di curare malattie possiamo investire risorse che diano il senso di un vero cambiamento di rotta? E come? Con quali denari? Con quale filosofia di gestione del senso della salute pubblica?
Sappiamo bene che queste domande possono essere interpretate come sofisticati momenti di riflessione di intellettuali volenterosi (quando non irriguardosamente rompiscatole). La verità è che la vera politica sta in queste domande e nelle risposte che ad esse siamo capaci di dare. La verità è che di fronte alla complessità dei problemi che ci troviamo davanti (e che sempre più balzeranno in primo piano nell’agenda sociale e quindi politica del nostro tempo) non porsi quelle domande significa non solo verificare una volta di più la inadeguatezza della risposta della politica ai grandi temi del vivere ma anche (convinciamocene) un folle aumento di spese (dovuto alla mancanza di una praticabile filosofia complessiva che ci dica quello che vogliamo) ed un grosso senso di smarrimento e di insoddisfazione.
Per ora tocca dirci che la sanità che cerchiamo e che vorremmo non s’è vista neanche di lontano nei mille e mille dibattiti di una politica miope, che se è incapace di comprendere le domande non può neanche lontanamente pensare di poter offrire risposte.