Quando leggere e scrivere diventa difficile

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Il bimbo affetto da dislessia deve fare i conti con il peso dei commenti dei compagni di classe, con lo sguardo implacabile dell’insegnante, con l’ansia dei genitori che si chiedono perché sbaglia. Gli psicologi, i logopedisti, i neurologi ed i neuropsichiatri stanno combattendo in questi anni una battaglia doppia: da una parte sostenendo i bambini, dall’altra spiegando ed insegnando che a quei bimbi bisogna proporre un messaggio di intelligente sostegno. Che significa energie e personale

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

Il bambino legge con difficoltà, parla invertendo le lettere, fa fatica ad eseguire calcoli ma è di un’intelligenza viva, ha un carattere vivace, è dotato di una creatività dinamica e spesso addirittura esuberante. Si fa fatica a pensare che si tratti di un bimbo che va «riconosciuto» ed accompagnato in un percorso di aiuto che può ridurre di molto quelle difficoltà che pure ci sono, rendendogli la vita meno problematica e più leggera.
Quando si parla di dislessia e si affronta il problema dei bambini (ma non solo bambini, naturalmente) dislessici si incontrano troppo spesso sguardi interrogativi e perplessi, visi impreparati, occhi che cercano nel vuoto la risposta alla domanda di cosa sia davvero questa condizione che psicologi, neurologi, logopedisti sembrano intestardirsi a voler considerare come meritevole di attenzione e bisognosa di cure e che invece non infrequentemente in ambito famigliare o sociale o scolastico finisce per essere ridotta al rango di una «cosetta da niente» perché «il bambino può fare ma non si applica a sufficienza» forse perché «i genitori non gli stanno molto dietro» o «non lo rimproverano come si dovrebbe».
Quei compiti che per i compagni di classe sono cosa semplice e forse anche divertente, quei calcoli che apparentemente paiono davvero banali, quelle filastrocche che in bocca a tutti gli altri bambini sfilano via come canzoncine allegre e colorate d’un tratto nella testa, sulle labbra, sulla lingua dei dislessici diventano terribili strade da fare in salita. Con il peso dei commenti dei compagni di classe che ti inchiodano ai tuoi limiti, con lo sguardo implacabile dell’insegnante che sembra rimproverarti per non aver fatto bene il tuo lavoro, con l’ansia dei tuoi genitori che si chiedono perché sbagli tu e dove sbagliano loro. E perché non sei come gli altri. E perché balbetti, o non sai fare calcoli, o inverti le parole. Insomma perché sembri divertirti a rovesciare il mondo parlando un linguaggio tuo, con un alfabeto che ti sei inventato da solo, con una logica che sembra sfidare quella di tutti gli altri, i normali, quelli giusti.
Chi è dislessico sembra ribellarsi alle regole e pare essere intollerante a quelle regole che ti fanno dire come tutti dicono e ti fanno costruire nella testa con la stessa logica che governa le teste di tutti gli altri: dei tuoi compagni, dei tuoi genitori, della maestra, di chi sta fuori di te.
È duro spiegarlo, difficile quanto basta per un mondo che si trova a dover fare i conti con l’efficienza di chi accetta con fatica quelli che camminano con un po’ di fatica in più e che invece hanno bisogno di trovare persone, spazi, metodi, intelligenze che sappiano porsi in ascolto con quella dose di disponibilità e di dolcezza che, sole, aprono spazi comunicativi e riportano una difficoltà a livello di una semplice difficoltà, prima che si inizino a costruire muri, cattedrali, montagne dentro. Muri, cattedrali, montagne che, impervie da scalare, finiscono per recintare spazi e persone, sempre più sole, sempre più insicure, sempre più silenziose.
La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento ed ha la caratteristica di avere quella specificità di manifestazione che lo rende in qualche modo peculiare ed a suo modo «unico» per ciascuna persona ne sia affetto: con l’ulteriore specificazione che, emergendo da bambini, si presenta sulle labbra e nella testa di chi non ancora riesce a comprendere la propria condizione di dislessico ed ancor meno riesce a comunicarla a chi gli è incontro.
Dislessia, disortografia, discalculia, disgrafia non sono piccole caratteristiche senza troppa importanza bensì espressioni di disturbi che intervengono in bambini di intelligenza assolutamente normale e dal carattere non infrequentemente brillante e vivace che però non riescono a scrivere bene o a calcolare bene o a parlare bene. Ne è affetto, in Italia un 3-4% della popolazione scolastica delle scuole Primarie e Secondarie di primo grado che troppe volte, ed erroneamente, finiscono per essere inquadrati in una condizione che dipenda da un deficit intellettivo o da una condizione famigliare o da cause psicologiche o ambientali. Come invece non è.
Gli psicologi, i logopedisti, i neurologi ed i neuropsichiatri stanno combattendo in questi anni una battaglia doppia: da una parte sostenendo questi bambini per insegnar loro a convivere e gestire le loro specificità, senza farsi intimorire dalle difficoltà che in ogni momento si presentano dinanzi a loro, dall’altra spiegando ed insegnando al resto della società che a quei bimbi bisogna proporre un messaggio di intelligente sostegno. Che significa energie e personale. Che significa strutture. Che significa risorse. Che significa disponibilità. Perché le labbra di quei bimbi che fanno fatica a parlare come pure vorrebbero non possono diventare silenziose per colpa di una società che non offra loro le giuste parole di un’assistenza possibile.