Omega-3, altro mito sfatato

171

Uno studio che ha visto coinvolti 860 medici di famiglia del nostro Sistema sanitario nazionale che hanno seguito oltre 12.000 pazienti ad alto rischio cardiovascolare con età media di 64 anni per 5 anni ha evidenziato la sostanziale inutilità del trattamento a base di Omega-3 ai fini della prevenzione delle patologie a carico del cuore e dei grossi vasi

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

Uno studio di grandi proporzioni, compiuto dai medici di famiglia italiani e pubblicato con grande evidenza dal «New England Journal Medicine» fa tabula rasa di uno dei miti della cultura scientifica e sanitaria dei nostri tempi evidenziando la sostanziale inutilità del trattamento a base di Omega-3 ai fini della prevenzione delle patologie a carico del cuore e dei grossi vasi. Un risultato in certa misura inaspettato che rilancia la necessità della prevenzione in termini di stili di vita, la opportunità di scegliere terapie realmente efficaci, la inutilità di affrontare spese farmacologiche che non siano supportate da reali evidenze cliniche, la indispensabilità del coinvolgimento dei medici di medicina generale nella scelta migliore dei trattamenti disponibili.
Un piccolo grande vanto della e per la medicina italiana troppo spesso accusata di non sapere gestire le fasi della delineazione della programmazione farmacologica e di «accodarsi» pedissequamente alle indicazioni delle grandi case farmaceutiche mondiali.
Ma andiamo con ordine.
Il «New England Journal Medicine» è uno dei riferimenti mondiali nella valutazione (condivisa e non attribuita a questo o quel centro di studio e di ricerca senza la possibilità di una verifica reale delle procedure e dei risultati) dei trattamenti medico scientifici per le patologie ed i disturbi, uno dei «tavoli» migliori e più autorevoli su cui si depositano le idee e le prospettive per sconfiggere o almeno trattare con successo le malattie e le affezioni di cui siamo affetti: uno di quegli strumenti, insomma, che consentono di affermare qualcosa sulla base di percorsi riconosciuti come validi e sicuri.
Ebbene, quella rivista scientifica internazionale ha da poco pubblicato uno studio per certi versi sconvolgente che ha visto coinvolti non alcune decine di ricercatori bensì ben 860 medici di famiglia del nostro Sistema sanitario nazionale i quali hanno arruolato oltre 12.000 pazienti ad alto rischio cardiovascolare con età media di 64 anni (61% uomini e 39% donne) e li ha seguiti per ben 5 anni nei propri ambulatori generalisti testando su di essi la reale validità di un trattamento farmacologico preventivo sulle patologie circolatorie di prodotti a base di omega-3.
La domanda a cui lo studio intendeva dare una risposta era se e sino a che punto l’assunzione giornaliera di un grammo di omega-3 riducesse l’insorgenza di disturbi cardiaci e vasali in pazienti che presentassero un rischio cardiovascolare valutabile come alto e quindi soggetti potenzialmente affetti da malattie severe del cuore.
Altro obiettivo era quello di stabilire se questi soggetti trattati con acidi grassi polinsaturi presentassero, a seguito del trattamento, una riduzione dei ricoveri ospedalieri correlati con quelle patologie cardiovascolari per le quali gli omega-3 si riteneva giocassero un importante ruolo preventivo oltre che curativo. Il tutto, in un contesto in cui i medici di famiglia si facevano carico di un controllo puntuale e costante delle condizioni dei pazienti evitando ricoveri impropri ed esami superflui.
Lo studio si è svolto in collaborazione con gli scienziati dell’Irccs (Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e Consorzio Mario Negri Sud) e faceva seguito alle evidenze secondo cui nei pazienti affetti da infarto del miocardio gli omega-3 svolgevano un ruolo protettivo nei confronti di eventuali ricadute a carico del cuore e dei grossi vasi.
I risultati sono stati assolutamente chiari ed in qualche misura imprevisti indicando una sostanziale inutilità del trattamento a base di acidi grassi polinsaturi nella prevenzione di tali patologie per via della totale sovrapponibilità di dati relativi alle complicanze ed alla ospedalizzazione nella popolazione trattata rispetto alla popolazione di pazienti non trattati con medicine di quel tipo. Gli omega-3, insomma, non prevengono gli infarti e non determinano meno ricoveri ospedalieri in una popolazione a rischio.
La conclusione del lavoro è infatti lapidaria: «Un trattamento farmacologico con omega-3 non comporta vantaggi specifici in termini di riduzione di mortalità e ospedalizzazione per motivi cardiovascolari, se aggiunta ad una buona assistenza medica così come è disponibile nella pratica degli 860 medici di medicina generale in tutta Italia che hanno partecipato allo studio».
La platea di ben 12mila pazienti arruolati e studiati nel corso della sperimentazione costituisce un elemento di grandissima rilevanza ai fini dell’autorevolezza delle conclusioni e rappresenta in qualche misura un segnale ed un indirizzo per come si possa fare ricerca in maniera chiara, documentata, appropriata, verificata e, tutto sommato, abbastanza economica.
Così come risulta evidente che per fare ricerca seria (e con risultati nient’affatto scontati, come in questo caso) non occorre solo prevedere ed investire ingenti fondi (che pure sono in buona parte necessari) così come è evidente che per una sanità che funzioni meglio e che produca conoscenze e risparmi non occorre solo pensare a tagli ed economie: fare ricorso a metodiche partecipate e chiare ed affidarsi ai medici di famiglia chiedendo loro di non svolgere solo un lavoro routinario ma di effettuare ricerca e controllo può essere la chiave di volta per un Sistema nazionale che intenda offrire sempre di più, sia in termini di quantità sia in termini di qualità ed affidabilità.