I dispiaceri della carne di Google

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La ricerca svolta presso l’Università di Maastricht dall’équipe del prof. Mark Post e gli investimenti economici del gruppo Google hanno fatto capire a tutti che non siamo di fronte ad uno scherzo o ad un gioco ma che dietro l’esperimento c’è una volontà forte e determinata, quella di passare a proporre carne per alimentazione di provenienza diversa da quella degli allevamenti intensivi che conosciamo e che riforniscono ogni giorno i negozi, le macellerie, i supermercati dai quali ci approvvigioniamo regolarmente

La notizia sulla realizzazione di carne «sintetica», cotta e mangiata dinanzi ad un pubblico curioso ed alla presenza di alcuni giornalisti, non può limitarsi ad un mero e curioso fatto di cronaca, magari sepolta da decine di altre notizie altrettanto «strane» e presto dimenticata: per il semplice motivo che la lunga serie di elementi critici che circondano il fatto sono destinati, col tempo, a svanire lasciando sempre più in evidenza una lunga catena di interrogativi su cui ci si dovrebbe cominciare da subito (e seriamente) ad interrogarsi.

Come è stato spiegato da molti mezzi di informazione (e diffusamente dalla rete) alcuni giorni fa è stato presentato ufficialmente il primo esempio di carne creata in laboratorio o meglio di carne coltivata in laboratorio a partire da alcune cellule di tessuto di manzo: la presentazione non si è limitata alla dimostrazione del prodotto finale ed alla spiegazione delle modalità con le quali si è giunti a quel risultato ma è andata oltre, con una prova pratica (in studio televisivo) della «edibilità» della carne ottenuta in laboratorio, cucinata ed offerta al pubblico e ad alcuni giornalisti presenti.
Risultati non entusiasmanti, certo, sapore non particolarmente gustoso, assenza di quei grassi che conferiscono maggiore sapore alle pietanze, secchezza e mancanza di morbidezza, per non parlare dell’assenza di quella succulenza tipica delle migliori carni o dei migliori hamburger a cui siamo abituati. Un esperimento però volutamente provocatorio e per certi versi dirompente, che stimola riflessioni e pensieri a cui non eravamo probabilmente pronti e che «rischia» di cambiare alcune nostre millenarie abitudini. E se sia bene o male è tutto ancora da capire.

Il dato certo è, oltre alla oggettività del risultato (pronto in padella, verrebbe da dire), lo sforzo scientifico ed economico che sta dietro la creazione della fettina artificiale (anche se, ripetiamo, in partenza non c’è nulla di artificiale ma solo cellule animali riprodotte in laboratorio infinite volte, sino a raggiungere la quantità e le caratteristiche di una massa di fibre di carne poi utilizzate per farne un hamburger): la ricerca svolta presso l’Università di Maastricht dall’équipe del prof. Mark Post e gli investimenti economici del gruppo Google (a partire dal co-fondatore, Sergey Brin) hanno fatto capire a tutti che non siamo di fronte ad uno scherzo o ad un gioco ma che dietro l’esperimento c’è una volontà forte e determinata, quella di passare a proporre carne per alimentazione di provenienza diversa da quella degli allevamenti intensivi che conosciamo e che riforniscono ogni giorno i negozi, le macellerie, i supermercati dai quali ci approvvigioniamo regolarmente.
La stessa entità economica della scommessa (250mila dollari per produrre una fettina di carne peraltro nemmeno piacevolissima da mangiare, a detta dei «giudici», ma migliorabile col tempo) sembrerebbe sproporzionata per l’obiettivo raggiunto se non fosse che non si può negare che attorno alla nostra alimentazione ed in particolare attorno al nostro rapporto «nutrizionale» con gli animali si giocherà sempre di più, a nostro modesto avviso, una delle battaglie più forti della nostra civiltà futura. Imponendoci risposte precise e non solo silenziose perplessità.

Il dato di fatto ineludibile è che la nostra civiltà ha una domanda di carne animale elevatissima e che in particolare i paesi del ricco occidente sembrano aver messo al centro della propria alimentazione la carne allevata e prodotta in serie (quando si fanno le battutine sulla carne sintetica di provenienza da laboratori vorremmo che non si scordassero le condizioni in cui vengono fatti vivere di vita non propria gli eserciti di animali usati per creare fettine ed hamburger).
Così come ineludibile è il dato sull’impatto di questi allevamenti sull’ambiente sia per ciò che riguarda le deiezioni animali sia per ciò che riguarda le sempre più smisurate dimensioni delle produzioni agricole intensive ed estensive esclusivamente finalizzate all’alimentazione di quei capi.
Mangiare una bistecca chianina o podolica è certamente gratificante per il palato ma rappresenta una sorta di esperienza rara in un contesto fatto di hamburger o fettine ricavate da capi di allevamenti che di libero, ruspante e romantico hanno ben poco.

Pensare di continuare con questa tipologia di produzione tradizionale di carne che per quantità richieste finirà per necessitare sempre di più di terreni, energia e chimica, comprimendo spazi ed inevitabilmente omologando sapori (un Mac hamburger ha di fatto lo stesso sapore a Tokyo come a Roma) non è ragionevolmente sostenibile. Qualcosa bisognerà inventarsi. Forse, come hanno proposto gli ecologisti tedeschi bisognerà pensare ad una sorta di giorno senza carne una volta alla settimana (ma basterà?), forse bisognerà pensare ad un’alternativa ancora più forte incentivando lo stile di vita e di alimentazione vegetariano, forse bisognerà diventare tutti più sobri e meno drogati di carne animale.
Al momento non sappiamo quale sia la risposta giusta (e intanto che pensiamo il numero degli abitanti di questa terra aumenta sempre più e sempre più chiede di alimentarsi secondo i riferimenti più diffusi ed «affascinanti» che il mondo propone vale a dire quelli del ricco occidente carnivoro). E proprio perché non sappiamo quale sia la risposta giusta ci viene da pensare che quella scommessa che è partita dalle staminali di una mucca e che alcuni hanno chiamato carne di Frankenstein o hamburger di Google tornerà a far parlare di sé. Meglio prepararsi con argomenti validi.