Qualità e senso delle cose

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C’è qualcosa di specifico che l’uomo sa fare e che è tutto contenuto nella sua capacità di riflettere: una qualità espressa in modo unico dall’uomo. Senza questa qualità la nostra specie non sarebbe sostanzialmente diversa da tutte le altre specie animali. Avremmo comportamenti istintivi come l’aggressione o la sottomissione, lotteremmo per la nostra sopravvivenza, senza poter attribuire un senso umano alle cose e agli eventi. Perderemmo, così, l’occasione di imparare dagli errori e di riconoscere che, proprio questi stessi, non ci permettono di accettare l’ingenua perfezione pretesa dagli ambigui assoluti ideologici. Perderemmo, così, anche l’occasione di formulare domande vere sulla realtà, per non cadere nelle risposte già confezionate dal senso comune, e per poter quindi riflettere sulle cose e non farci sfuggire il loro senso. Se non fossimo capaci di riflettere criticamente, sui nostri modi di concepire il mondo e sui nostri comportamenti, non riusciremmo a ritrovare neanche noi stessi (come partecipanti agli equilibri vitali naturali e come inventori di relazioni attraverso le quali possiamo esprimere il senso che diamo al nostro esistere). Non riusciremmo neanche a confrontarci con quei fenomeni che permettono di attribuire, alle cose e ai fenomeni, nuovi significati, valori dinamici e quei continui mutamenti delle priorità necessari per partecipare in tempo reale al divenire della realtà.

Tutti siamo sempre portati a cercare qualcosa, ancora ignota, del nostro modo più profondo di sentire le cose, anche solo guardandoci allo specchio (reale o virtuale), anche solo riguardando cose già note per aggiornarle, per andare oltre le nostre esperienze dirette e le loro più immediate dimensioni. Non tutti, però, riescono ad attivarsi per riconoscere e superare problemi più articolati e non immediatamente riconoscibili, come quelli generati da preoccupazioni infondate ma temute o trasmesse dalle angosce indotte da chi tenta ingenuamente di ridurre la vita a meccanismi semplici (tipo stimolo-risposta o poco più) invece di affrontarla e serenamente riconoscerla, nella sua complessità, come fonte di inesauribili risorse a disposizione della nostra creatività, delle nostre geniali sinergie, delle nostre entusiasmanti scoperte e relazioni con i fenomeni vitali.
Dunque, se vogliamo richiamare alla nostra attenzione il segno della qualità, che possiamo incontrare nelle nostre esperienze di vita, non possiamo non iniziare dalla riflessione, quella che nella storia ha permesso, almeno fino al nostro immediato passato, di essere cittadini (pur se ancora inesperti) professionalmente in crescita e soprattutto (usando approcci di tipo collaborativo) motivati nel voler anche imparare dagli errori. È questa una riflessione che ha saputo, nelle diverse epoche di progresso umano del nostro passato, definire e dare valore alla conoscenza, alla speranza, alla solidarietà umana, a tutto un percorso di lettura del mondo che oggi sembra paralizzato e ridotto ad una raccolta di riferimenti formali e di simulazioni implementate nelle mode offerte al mercato dei consumi e ai profitti. Una riflessione che è sempre disponibile, ma che, oggi, rischia di venire a mancare per imposizioni dispotiche (che ne inibiscono l’esercizio) o perché non viene praticata (come se mancasse l’energia necessaria) o per una, pur intelligente, acuta e ironica posizione di indifferenza (una situazione, questa, che può richiamare alla nostra mente Ulrich, il personaggio raccontato da R. Musil nel suo libro «L’Uomo senza qualità»).
Abbiamo plausibili conferme sull’unicità e autonomia di riflessione di ogni essere appartenente alla specie umana. Una riflessione che permette di cercare e di dare senso originale alle nostre azioni attraverso meditate scelte. Ma c’è anche molto di più se ci mostriamo capaci di passare dalla dimensione strettamente individuale del riflettere, ad una sua dimensione sociale che valorizza le risorse dei diversi pensieri individuali e attiva sinergie originali (qualcosa che potremmo chiamare intelligenza collettiva, espressione di una nuova individualità che va oltre la semplice somma delle capacità intellettive, creative e operative individuali). Questo tipo di processi si presentano come motori di crescita delle qualità umane. Non sono motori che sollevano i pesi del vivere, che manovrano le produzioni di beni e servizi, che realizzano contesti da assumere come luoghi di lavoro (che producono consumi e profitti) o da destinare al tempo libero (secondo preordinati ritmi di un fare senza il peso del dover, prima, pensare) o alle emozioni e ai sentimenti (conformati dalle suggestioni dei reality che danno prospettive non faticose ad un consumo innocuo di un vivere disumanizzato e virtuale).
Sulla qualità del vivere umano (dopo un richiamo a possibili principi costitutivi, a componenti fondamentali, a paradigmi concettuali) non c’è da attendere nessuna risposta perché la qualità, diversamente dalla quantità dei fenomeni, non ha consistenze materiali da restituire, non si impara, non si misura, non si produce, non si vende, non si consuma, ma è un’entità che si presenta e partecipa se trova consapevoli e fertili condizioni, individuali e collettive, di vita umana costruita sulle relazioni, sulle riflessioni, sulle condivisioni dei patrimoni umani di esperienza e conoscenza, sull’incontro e sul dialogo, sull’assunzione di responsabilità delle scelte.
Oggi ci affanniamo a cercare, se non proprio un’organizzazione sociale e politica compiuta (forse anche immaginata nell’assolutezza ideale o ideologica di un’unica soluzione uguale per tutti, nonostante siano ben evidenti le ricche diversità che animano ogni civiltà e cultura), almeno un sistema che possiamo definire democratico, che incarni i riferimenti a un suo mitico passato. In realtà un sistema che però faccia, poi, valere gli interessi di un blocco sociale che, invocando l’efficienza necessaria per fare le cose, si costituisca come maggioranza (legittimata dal consenso di un sentimento popolare) per poter, così, in vari modi, dare una linea di efficienza a vantaggio di ciò che (senza troppa opposizione) può diventare un particolare momento da sfruttare per i propri interessi e un’occasione per animare, le ingenue speranze di tutti, con i propri benauguranti successi che ne conseguono e niente altro, per non creare disorientamento diffuso e ostacoli ai magici momenti del poter fare le cose «senza controlli» e con «facili» consensi.
È evidente, allora, che in queste condizioni, quelli che immaginiamo essere problemi, strutturali e funzionali di una democrazia, da aggiornare o riformare, sono, invece, problemi di qualità culturali e relazionali che riguardano mentalità e comportamenti umani tenuti in ostaggio, nel nostro caso, dal sistema liberista con il sostegno (richiesto o ad esso offerto) di malleabili procedure burocratiche. La convinzione che una struttura, sociale e amministrativa, possa formare i cittadini, seguendo modelli ideali e assoluti (in questo caso quelli del cittadino produttore-consumatore in un’economia delle rendite e dei mercati) che siano capaci di imporre comportamenti preordinati, dovrebbe essere riconosciuta, nella sua abissale ingenuità, come una prospettiva che non potrà mai portarci ad affrontare i veri problemi delle società umane.
Converrebbe, invece, partire dal dinamico vissuto relazionale dei cittadini, dalle loro riflessioni, dal loro mettere alla prova le Istituzioni (attivando e curando le attese e le relative verifiche di un percorso partecipato, condiviso e flessibile di sperimentazione e revisione che permetta di cercare soluzioni, di volta in volta, socialmente più soddisfacenti), piuttosto che partire dalla loro disponibilità passiva al consenso e al conformismo che li condannerebbe alla perdita della dignità umana. Una dignità che, il rapporto con i meccanismi del consenso acritico trasforma in un’avvilente, angosciosa e disumana condizione (ben evidenziata nell’esperienza vissuta dai prigionieri dei lager tedeschi, nel corso della seconda guerra mondiale, e drammaticamente raccontata da P. Levi nel suo libro «Se questo è un uomo»). Infatti, il consenso acritico non solo annulla la specificità e unicità di ogni essere umano, ma lo pone, anche, al di fuori dei valori della sua sfera esperienziale, delle sue relazioni, delle sue attese più profonde.
Il consenso, dato senza consapevolezze, può, dunque, trasformare la realtà fino a creare un mondo nel quale non siamo più noi stessi, nel quale non c’è più nulla che possa dare senso alla nostra presenza e al nostro essere società e che riduce, invece, tutto solo a uno stare fisicamente insieme con i nostri simili e a sopravvivere tutti in uno stesso indistinto luogo destinato alla sola nostra presenza fisica e ai nostri alienanti consumi.
Gli uomini, pur se la nostra storia non riferisce grandi numeri, sembrano aver cercato, fin dai primi momenti di esercizio delle proprie capacità riflessive, il senso del vivere e a noi sono giunte buone testimonianze del loro impegno. Oggi però non possiamo limitarci all’ascolto o alla trasmissione del loro pensiero, dovremmo, invece, interpretarne lo spirito per continuare una ricerca che, purtroppo, la visione delle cose imposta dall’attuale modernità liberista, considera e rimuove come esperienze inconcludenti, arcaiche, troppo immateriali e non monetizzabili, inadatte quindi a essere presentate come oggetto di un mercato e occasioni di profitti. Nel migliore dei casi è considerata una ricerca inutile e che, oggi, non ci possiamo permettere.
I personaggi che hanno partecipato a questa ricerca nel passato, o che ancor oggi la alimentano, sono automaticamente relegati in un non luogo mitologico, che raccoglie personaggi celebri per il loro saper pensare, ma da dimenticare perché inadatti a far girare con profitto ed efficienza le macchine della produzione e del consumo del nostro mondo globalizzato: un efficace modo per rendere sostanzialmente inoffensive le loro ricerche e convincere tutti sia sull’anomala eccezionalità del loro impegno in attività di pensiero, sia sulla irreplicabilità e indiffusibilità di un vivere fondato su una ricerca del senso delle cose, che non produce beni e servizi per il mercato, che non consuma che, dunque, non ci possiamo permettere.
La ricerca del senso del nostro vivere viene, così, sostituita da un modello esemplare di condotta da seguire meccanicamente, come strumento regolatore delle nostre attese e come corredo di un vivere che può, in ogni caso, trovare garanzie di qualità, vantate ma false, nella misura delle quantità e dell’affidabilità di beni posseduti e di servizi a propria disposizione. In tali condizioni, però, non vi saranno mai qualità da incontrare, ma solo offerta di servizi a pagamento, più o meno onerosi e compiuti nel riduzionismo meccanico delle loro procedure deterministiche, che spesso ci guidano con indicazioni formali e iconografie esplicative, ma tutte prive del senso dell’azione obbligata che siamo invitati a compiere: come se fossimo, cioè, di fronte a ordini assoluti e immodificabili.
Dunque, per dare praticabilità al concetto umano di qualità, il riflettere diventa un’attività vitale, soprattutto perché ci sono da affrontare anche potenti false qualità istituzionalizzate (è il caso, per esempio, delle valutazioni di qualità affidate a malleabili e paludose valutazioni meritocratiche) che vengono assunte come riferimenti per arbitrarie procedure discriminatorie (asservite alle volontà dei poteri più forti, se non anche ispirate da impresentabili interessi). Una falsa qualità che legittima e impone, al nostro vivere, cambiamenti arbitrari, modi e finalità che condizionano unilateralmente la realtà, che si oppongono al bene comune e che, spesso, perseguono occulti fini.