La carta: l’esistente e le prospettive

122

On line, troviamo oggi le copie virtuali dei giornali cartacei. Se ricordiamo quell’immagine di una pipa con la quale Magritte invita a prendere atto che quella non è una pipa («Ceci n’est pas une pipe» recita la didascalia posta sotto il disegno di una pipa) o se richiamiamo Korzybski che ci avvisa che «la mappa non è il territorio», possiamo allora dire che anche «la copia virtuale di un giornale, non è il giornale». L’informazione on line non può essere la replica di qualcos’altro: ha strumenti propri e diversi a disposizione. La notizia, le documentazioni e i relativi commenti a caldo, forniti on line, arrivano in tempo reale e ben si adattano ad una videata o poco più. Un tempo, dunque, che non è quello dell’approfondimento, del confronto fra posizioni diverse, dei meditati ripensamenti, della riflessione strutturata. Tutte cose che hanno anche bisogno di supporti con i quali la manipolazione delle pagine scritte, la risoluzione delle immagini, la luce riflessa, la visione d’insieme… siano praticabili nella naturalezza delle cose che percepiamo come reali e non ricostruite con altri criteri, come oggetti virtuali, con procedure di manipolazione artificiose che trasformano segni della realtà a piena definizione, nell’insieme di un limitato numero di pixel luminosi sullo schermo di un monitor.

Per le sue particolari qualità tattili, visive e sonore la carta si presenta sempre come un oggetto privilegiato e unico per custodire e valorizzare i nostri segni e le nostre storie. È un luogo che può essere immaginato e vissuto come uno spazio privo di costrizioni meccaniche e ideologiche e che può, quindi, offrire potenti opportunità per libere espressioni di creatività e per una loro articolata e non mediata fruizione.
I concetti, le azioni, gli oggetti, i soggetti che popolano in modo originale la nostra vita quotidiana, non possono essere ridotti alla semplicità formale di un messaggio o di un significato. Questa ricchezza, propria dei contesti vitali, dà qualità ai nostri comportamenti e modi di pensare e può essere ricercata nelle tracce, segnate sulla carta, con le quali, in vario modo, l’uomo propone i propri messaggi e i loro significati, in una dimensione che va oltre ciò che viene offerto alla sola percezione fisica. Se non sono interpretate come una semplice raccolta di impronte grafiche o come un elenco di parole, di ideogrammi, di profili, di uno specifico linguaggio (politico, economico, scientifico, tecnico, tecnologico, artistico) le nostre tracce lasciate sulla carta possono, anche, diventare occasioni per esplorare la complessità dei significati ad esse attribuiti, possono trovare relazioni con i nostri diversi modi di pensare e di comportarci e possono portare a riflettere sul valore e sulla spendibilità sociale delle nostre esperienze, materiali e immateriali, di vita.
Sia la nostra libera riflessione (quella che dà qualità alle conoscenze e ai contesti proposti dall’agevole lettura di un testo cartaceo e che, in qualsiasi luogo, ha solo bisogno di luce e di nient’altro per mettere a nostra disposizione i suoi contenuti), sia la nostra capacità di interpretare il merito e le criticità di uno scritto o di un segno e di condividere o dissociarsi liberamente da un concetto proposto, sia il poter esplorare con consapevolezza mondi di esperienze e conoscenze umane diverse (desunte anche dalla lettura di un racconto fantasioso che non si esprime con effetti speciali, riprodotti senza senso da uno schermo luminoso), sono tutti momenti che non vivono da soli e che hanno, invece, bisogno di più strumenti, di più occasioni per trovare confronti con la nostra realtà di vita che si esprime in molte e complesse manifestazioni. In questa prospettiva, allora, può diventare necessario cercare anche un’integrazione fra sistemi diversi di scrittura e di lettura, di comunicazione e di relazione con la realtà.
C’è un particolare aspetto, della scrittura autografa, non molto evidenziato: è la ricchezza di metacontenuti (che trascendono o che vanno semplicemente oltre i contenuti formali e concettuali di un messaggio) che può portare a diverse interpretazioni connesse, per esempio, con il tipo o le porzioni di carta utilizzate per una scrittura o con la diversità dei tratti, anche di una stessa parola che così potrebbe non significare sempre la stessa cosa.
Questa lettura, di possibili significati grafici diversi di una stessa parola, è assimilabile a ciò che capita quando ci troviamo a declinare alcune parole, anche del linguaggio comune, in contesti diversi. Anche se, spesso, non troviamo il tempo per riflettere sui loro significati alternativi, assunti in una loro particolare prospettiva di contesto, dovremmo meravigliarci per come una stessa parola possa assumere più significati anche in contraddizione fra loro.
La parola «valore», per esempio, vive quasi in una confusione di significati: i valori di un’attività economica sono le macchine usate per la produzione di beni o per l’erogazione di servizi, macchine che non sono certo i valori dello spirito; il valore del denaro non corrisponde sempre col valore delle opere che pure sono realizzate da quello stesso denaro; i valori etici molto spesso non hanno gli stessi riferimenti dei valori del profitto; anche il valore di un’emozione non è uguale se deriva da un atto di solidarietà che salva una vita umana o se fa riferimento al risultato di una «coraggiosa» azione di lotta che ha portato all’annientamento di un proprio simile, finito nella categoria del «nemico» (categoria che, senza le nostre libere riflessioni, continua a prosperare perché ancora priva di senso umano, oltre che di riferimenti razionali di valutazione).
Le contraddizioni, quelle dichiarate ma anche quelle solo intuibili, sembrano vivere, oggi, nella più completa indifferenza, in carte scritte e immagini stampate di ogni genere e di uso quotidiano: foto d’intere comunità colpite da carestie o affamate dalle distruzioni di una guerra o appelli che chiedono aiuti per bambini malnutriti possono trovarsi a condividere, senza suscitare scandalo, una stessa pagina di giornale con la pubblicità di costose prelibatezze per gatti, le tragedie legate agli sbarchi di rifugiati politici sulle coste del Sud Europa convivono con le notizie della crescita del Pil per il buon andamento della vendita di armi che sono, proprio, gli stessi strumenti usati per le persecuzioni politiche e causa dei conseguenti drammatici sbarchi di rifugiati (il caso dei rifugiati dalla Siria è l’ultimo, di una lunga serie, presente nelle cronache di questi giorni).
Tutto, però, diventa sopportabile se queste contraddizioni non sono percepite come tali dai nostri sensi e se finiscono nei cestini dei rifiuti, con le carte che le raccontano. Forse, non per caso, queste carte sembrano fatalmente destinate a terminare le loro latenti denunce con l’arrivo quotidiano di altre nuove e successive carte e relative nuove latenti denunce. Una catena continua di fatti presentati e, poi, da dimenticare come se non appartenessero più alla storia dei nostri giorni. Tutto avviene con un meccanismo di consumo di immagini e notizie che non dà spazio a una vera riflessione.
La carta scritta e abbandonata, che poi viene riciclata e diventa altro, non è solo un abbandono di tracce, di riflessioni, di emozioni, di attese ma è soprattutto diventato l’indicazione convincente di un modo di concepire il nostro esistere che porta a dare normalità alla drammatica perdita delle nostre memorie. Memorie che non sono ricordi malinconici di un tempo passato, ma riferimenti vissuti e patrimoni di esperienze e di significati profondi e vitali, che sono risorse insostituibili per dare senso, continuità e responsabilità alle nostre scelte, al nostro impegno civile di costruzione di quelle società umane (non di aggregati omogenei di consumatori) che un nostro connaturato senso del vivere ci invita a realizzare.
Con l’abbandono della carta scritta delle nostre storie, con la perdita delle nostre memorie e con il senso delle cose che viene a mancare, non è, poi, difficile prevedere che siamo destinati a smarrire anche la nostra saggezza, il nostro senno (che non sappiamo neanche in quale discarica potremmo, mai, andarlo a ritrovare: lo troveremo forse, sulla luna? in quei luoghi, del senno perduto, immaginati dall’Ariosto nel suo «Orlando furioso»? ma oggi non c’è neanche da sperare in questa fantasiosa soluzione perché non c’è nessun Astolfo che possa andare a recuperarlo). La memoria, dunque, come risorsa per riflettere e come luogo nel quale le cose possono trovare senso, sembra diventata oggi una labile qualità umana che la nostra modernità globalizzata rischia, sempre più, di farci perdere.
Gli strumenti d’informazione, impegnati a vendere commenti e immagini, cartacee o digitali, sugli avvenimenti del momento, sono ripiegati soprattutto su fatti di cronaca e non sembrano motivati a svolgere con organicità anche funzioni di osservatorio critico (di informazione e di denuncia) di quelle attività economiche, politiche e sociali deviate che mettono in pericolo o, comunque, ostacolano la diffusione dell’interesse condiviso verso un bene comune. Un bene comune che, in particolare negli scenari di vita delle prossime generazioni, diventerà irrecuperabile per un individualismo estremo entrato a far parte del modo comune di pensare. Una limitazione, quest’ultima, che consente, già oggi, a chi dovesse provare il disagio di possedere troppo a fronte di una miseria globale, di tornare a praticare, senza rimorsi e vergogna, una premoderna, estemporanea ed espiante beneficenza, pur se solo verso chi accetta la propria emarginazione come effetto di una sfortunata condizione umana, ma non come conseguenza di ingiustizie sociale.
Si fa intendere, nei commenti sulla carta stampata, che l’attuale e diffuso regresso sociale, politico ed economico delle nostre società democratiche, è favorito dalla globalizzazione dei mercati che assorbono energie e risorse solo per far crescere senza sosta i consumi, i loro profitti e il loro potere. Ma nessun urgente rimedio è stato messo in atto per far fronte, in modo efficace, a questa incontrollata deriva che trova origine e sviluppo solo in una distruttiva speculazione finanziaria che decide i rating di ogni cosa e decide, quindi, anche i propri momenti per vendere e comprare titoli finanziari quotati, alterando pesantemente le regole di mercato, distruggendo il bene comune della ricchezza economica di interi paesi, ma ricavando il massimo vantaggio per i propri profitti. Si procura così il massimo danno all’occupazione, alle attività produttive e ai risparmiatori.

Non abbiamo ancora, purtroppo, riferimenti credibili capaci di far dialogare e coinvolgere i cittadini in un impegno di riappropriazione di spazi e finalità sociali. Il settore della saggistica offre molti e validi testi di analisi, ma sembra mancare il passo successivo ed essenziale, quello delle proposte e della loro pratica che, comunque, non è certo quello della somministrazione di ricette. Infatti, non possiamo, oggi, immaginare di affidarci a proposte finali, frutto solo di un impegno personale, che, per quanto ottime, potrebbero essere solo imposte ad un’improbabile inerme popolazione.
È necessario, allora, che intere popolazioni si impegnino in un faticoso ma indispensabile lavoro di partecipazione e confronto (in tempi certi) che attivi percorsi di ideazione, confronto e progettazione e che preveda sperimentazioni per il miglioramento della qualità, verifiche e revisioni periodiche di modelli di vita (culturale, sociale, economica e politica) sempre in costruzione e ricostruzione per rispondere meglio ad attese condivise e per valorizzare le vocazioni delle comunità umane e dei loro specifici territori.
Il mettere alla prova alternative per poi passare a verificare, revisionare e tornare a mettere alla prova nuove soluzioni, e così via in modo iterativo, è un modo che, in buona sostanza, possiamo già rilevare, negli equilibri naturali, come processo evolutivo e che sotto certi aspetti viene anche suggerito per rendere vitali i nostri equilibri relazionali sociali e ambientali.
È, dunque, un modo per entrare in sintonia con il divenire della realtà, fisica e immateriale, interpretando in modo originale e creativo quel processo evolutivo (del quale facciamo parte) che nel nostro caso si concretizza nelle «scelte» autonome che sappiamo definire e nel «senso» che sappiamo riconoscere nelle cose, esercitando le nostre consapevolezze e responsabilità.
Una condizione che permette di cercare, in modo critico, soluzioni alternative efficaci, che non ripropongano, cioè e ancora una volta, le solite semplici e illuminate idee e ideologie di qualche estemporaneo salvatore della patria e della sua corte di patrioti dei propri interessi. Appare necessario, quindi, non continuare a perdersi in troppe analisi solo personali, ma cominciare a provare un percorso soft di concreto impegno politico collettivo di condivisione dei nostri patrimoni di idee e di esperienze.
Per valutare l’esigenza di un cambiamento, che non proponga tragiche e infertili rivoluzioni e le conseguenti restaurazioni del passato, dobbiamo cominciare a riflettere per valutare con chiarezza se l’attuale stato delle cose, debba essere da noi interpretato e vissuto come un destino che porta a una fatale, impotente paralisi delle nostre relazioni, delle nostre capacità sinergiche e della nostra fertile creatività vitale o se vi sono reali alternative per dare una direzione di qualità praticabile al nostro esistere.
Per impegnarci in questa ultima direzione disponiamo anche di risorse del passato, di storie e di fatti accreditati come culture documentate su memorie cartacee originali e di qualità. Sono testimonianze che, pur se non sono certo verità assolute, offrono però impliciti argomenti per riflettere e per dare continuità operativa al nostro impegno per un progresso umano consapevole e responsabile che non diventi, cioè, vittima sprovveduta di un progressismo economico e tecnologico, fine a se stesso e dilapidatore di risorse. È una direzione di lavoro che richiede arricchimenti di contenuti e metodi che possono essere ricercati e messi alla prova attraverso il senso che sappiamo trovare nelle cose e nei fenomeni (per costruire e condividere conoscenze e competenze), nell’arte degli incontri e nel piacere della partecipazione decisionale, nelle ricerche per il progresso umano e per lo sviluppo (ad esso finalizzato) dell’economia e della tecnologia, nella costruzione e ricostruzione di patrimoni di esperienze, di pensieri dinamici frutto continuo delle riflessioni sulle responsabilità verso i momenti del nostro esistere nel tempo, come umanità e non solo come individui.
Se prendiamo atto dei molti punti di vista sulla situazione critica di questi nostri giorni e sui rimedi proposti e quelli mancanti, oltreché sull’impatto provocato dal mercato libero dei consumi, possiamo, forse, chiederci se non siamo all’epilogo di una convulsa storia di vantate, inconsistenti e tragiche grandezze umane, di distruzioni tecnologicamente avanzate, militarmente chirurgiche, provocatoriamente attivate e alimentate dalla disperazione dei genocidi, democraticamente mortali per la popolazione civile, generosamente finanziate e sospettosamente fonte di particolari e grandi profitti.
Forse, qualcuno ha creduto di lavorare per un rinascimento produttivo, ma le sue intenzioni si sono rivelate solo frutto di consapevoli alterazioni mentali nelle quali il «fare» era presente, ma mancava il senso: mancava, cioè, tutto ciò che dà qualità umana, materiale e immateriale, alle cose. Forse, qualcuno ha lavorato con precisione, ma non sapeva o ha accettato la pigrizia di non ammettere, che tutto era solo un gran gioco condotto a spese di risorse essenziali e di ogni tipo, che sono state degradate o distrutte per consumare un insostenibile «divertimento» per pochi e fine a se stesso. Creando precarietà (in particolari equilibri relazionali fra comunità umane) e sfruttando la spontanea tendenza al disordine di ogni fenomeno vitale (privato dei suoi naturali equilibri) sono stati orchestrati eventi nei quali tutte le energie dell’uomo e quelle governate dalle sue potenti tecnologie, sono state impegnate (sia attivamente, sia in ruoli passivi) in una gara di annientamento delle vocazioni territoriali e di deterioramento della qualità essenziale di elementi vitali come l’aria, l’acqua e il suolo agricolo.
Se, dunque, dovessimo essere a un tale epilogo, allora potremmo chiederci se non siamo già anche in una transizione che ci pone di fronte a un drammatico bivio: le scelte che faremo o che ci asterremo dal fare, potrebbero decidere in modo irrevocabile il futuro della nostra storia. È il momento, forse, di chiederci se il nostro attuale stato, non sia da considerare, pragmaticamente, una condizione, una fatica che potremmo essere disposti a sopportare, non certo per riparare il fallimento dell’esistente ma come opportunità da cogliere per iniziare, di qui, un cambiamento da costruire responsabilmente.
È un impegno che è tutto da documentare, progettare, realizzare e verificare, facendo memoria e condividendo i nostri vissuti, riflettendo per cercare il senso delle cose che è nelle scelte più qualificate per offrire futuro ad un progresso umano, senza mistificanti scorciatoie ideologiche. È un impegno che tutti (ciascuno con il contributo della propria diversità) dovrebbero prendere personalmente in carico, senza delegare nessuno per nessuna, anche ottima, ragione.