In aumento i profughi del clima

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Le migrazioni indotte dai cambiamenti climatici non devono essere lette però in modo catastrofistico, immaginando il Nord del mondo invaso da rifugiati climatici nei prossimi decenni. È necessario invece favorire e controllare i flussi migratori. Da un lato, per evitare che le fasce povere della popolazione si ritrovino ancor più «bloccate» nella loro condizione di povertà, aggravata dagli impatti dei cambiamenti climatici cui non hanno le risorse per adattarsi, nemmeno attraverso la migrazione. Dall’altro, bisogna intervenire fin da subito per attenuare gli impatti dei cambiamenti climatici nelle regioni più povere

Nei prossimi decenni, i cambiamenti climatici esporranno centinaia di milioni di persone ai loro impatti. Come dimostrano le più recenti ricerche (si veda la sintesi fornita dall’Ipcc nel volume 2 del suo Quinto Rapporto), alcune aree geografiche saranno più esposte di altre a tali fenomeni. Oltre all’aumento medio della temperatura e al cambiamento delle precipitazioni, avremo a che fare con eventi estremi sempre più frequenti, come periodi di caldo intenso, siccità, inondazioni. Con importanti implicazioni sull’approvvigionamento di acqua, sulle colture, sulla salute degli individui e sulla crescita economica. Altre zone saranno invece meno esposte, grazie alla loro conformazione e posizione geografica o alla loro capacità di affrontare meglio gli impatti che le colpiranno, avendo adottato per tempo adeguate azioni di resilienza e adattamento. Tra le possibili conseguenze dei cambiamenti climatici è da considerare dunque anche la migrazione di individui e comunità dalle zone più esposte agli impatti verso aree più ospitali.

Impatti dei cambiamenti climatici e fenomeni migratori

I cambiamenti climatici contribuiranno a rendere alcune zone meno vivibili. Non è raro leggere previsioni di grandi migrazioni di massa messe in atto per fuggire dalle zone più colpite dagli impatti. Si parla di «profughi climatici», o «rifugiati climatici», cioè di persone che lasciano le proprie terre per muoversi verso zone più ospitali, meno siccitose e meno esposte agli estremi climatici per poter vivere in maggiore sicurezza.
Questa migrazione può talvolta esser causa di conflitti fra i popoli, nel tentativo di accaparrarsi le sempre più scarse terre coltivabili (Reuveny, 2007; Ghimire et al. 2015)[1]. Milioni di persone migreranno dal Sud al Nord del mondo, dalle coste esposte all’innalzamento del mare all’entroterra, o da zone sempre più aride a zone più fertili.
Per l’International Organization of Migration [2] sarebbe tra 25 milioni e un miliardo il numero di persone che potrebbero essere spinte dai cambiamenti climatici a migrare nei prossimi 40 anni. L’articolo di Barnett e Webber Accommodating Migration to Promote Adaptation to Climate Change fornisce una panoramica della ricerca sul tema a partire dal 1988, anno in cui i cambiamenti climatici sono stati per la prima volta identificati tra i possibili driver delle migrazioni. Tuttavia, va evitato un approccio catastrofistico al tema delle migrazioni indotte dai cambiamenti climatici. A tal fine è importante capire meglio non solo le cause ma tutto il processo migratorio. Così facendo si capirebbe anche che la povertà indotta dai cambiamenti climatici in alcuni Paesi potrebbe addirittura ridurre i fenomeni migratori internazionali. O potrebbe limitarli ad alcune fasce della popolazione, paradossalmente quelle meno povere.

Sfollamento e migrazione: due estremi di una scala di valori

Innanzitutto, è necessario distinguere tra fenomeni «migratori» legati agli eventi estremi e migrazioni legate alle variazioni di temperatura e precipitazioni che si manifestano nel lungo periodo.
I primi sono più assimilabili a fenomeni di sfollamento. Nel 2008, 20 milioni di persone sono state sfollate in seguito ad eventi meteorologici estremi (dati dell’International Organization of Migration). Non è una cifra da poco, se consideriamo che nello stesso anno sono stati 4,6 milioni gli sfollati per conflitti e violenze. Per l’Asian Development Bank, tra il 2010 e il 2011, gli eventi estremi sono stati causa di 42 milioni di sfollamenti. Per quanto anche il fenomeno dello sfollamento sia legato ai cambiamenti climatici (che influiscono sull’intensità e la frequenza degli eventi estremi) esso non è dettato, come nel caso della migrazione, da una scelta volontaria e, in qualche modo, permanente.
Se lo sfollamento, da una parte, rappresenta uno spostamento dettato da una condizione contingente, quindi spesso temporaneo e di breve raggio, la migrazione, dall’altra, è una scelta che perdura nel lungo periodo e può implicare spostamenti ad ampia distanza. Tra i due casi limite esistono una serie di casistiche intermedie: emigrare in seguito ad una crisi alimentare dovuta alla siccità non è una scelta così improvvisa quanto quella dettata da una tempesta, ma lo è sicuramente di più rispetto a quella legata, ad esempio, alla degradazione delle risorse naturali che avviene nel lungo termine (deforestazione e degrado delle foreste, declino nella disponibilità di pesce, cambiamenti nelle colture, scomparsa delle barriere coralline…).
Inoltre, non solo esistono diverse forme di spostamento, ma esistono anche diversi driver delle migrazioni (economici, sociali, politici, demografici e ambientali), e i cambiamenti climatici sono solo uno di questi (Fig. 1). Diventa quindi difficile attribuire la quota di migrazioni da attribuire al fenomeno dei cambiamenti climatici e l’incertezza sulle proiezioni è ancora alta (Ipcc AR5, WGII, Cap. 9).

 

Migrazioni

Figura 1 – The drivers of migration. Source: Black, R., Bennett, S., Thomas, S. and J. Beddington (2011) «Climate change: migration as adaptation», Nature, 478, pp. 477-479.

 

Migrazione come strategia di adattamento

Come ricorda l’Ipcc nel Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici (AR5), istituzioni e governi a vari livelli hanno la responsabilità, troppo spesso ancora non ben compresa, di aumentare la resilienza nelle aree di loro pertinenza attraverso nuovi investimenti per l’adattamento al cambiamento climatico e, dove ciò non fosse possibile, di incoraggiare l’abbandono di situazioni ad alto rischio a favore di aree più sicure. La migrazione diviene quindi un’indispensabile strategia di adattamento al cambiamento climatico, nei casi in cui le condizioni di vita divenissero difficili o rischiose. Come tale va aiutata e non demonizzata.
In Bangladesh, ad esempio, la migrazione rappresenta una strategia comune, adottata dal 22% delle famiglie colpite dalle sempre più frequenti inondazioni e dal 16% di quelle colpite dall’erosione delle coste. In quest’ottica, e per sostenere il fenomeno, nell’articolo Climate change: migration as adaptation, Black et al.[3] suggeriscono l’introduzione di politiche per facilitare la migrazione volontaria attraverso la rimozione delle barriere che la ostacolano ed investimenti in infrastrutture necessarie.
Ma se la migrazione diviene in molti casi una scelta inevitabile e positiva per le popolazioni colpite dal cambiamento climatico, vanno valutate con attenzione le sfide che le migrazioni pongono in termini di pressione sulle risorse nelle aree geografiche che accolgono i flussi migratori.

Dalla campagna alla città

Le aree rurali sono certamente le più impattate dai cambiamenti climatici in gran parte dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Basti pensare al settore agricolo e a quanto esso dipenda dalle risorse naturali e dalle anomalie meteorologiche risentendo fortemente, nel lungo termine, di cambiamenti nelle precipitazioni e nelle temperature (Ipcc AR5, WGII, Cap. 8). Le città sono una possibile destinazione di chi abbandona le aree rurali per ragioni climatiche. Lo dimostrano Marchiori, Maystadt e Schumacher nello studio The impact of weather anomalies on migration in sub-Saharan Africa. La conseguente concorrenza sul mercato del lavoro determina un abbassamento dei salari nelle città. Una conseguenza del fenomeno migratorio dalle zone rurali alle città è quindi rappresentato dall’emigrazione oltre i confini nazionali di persone che non si accontentano dei salari più bassi nelle città, e che sono disposti ad andare alla ricerca di nuove opportunità lavorative all’estero.

Poverty trap e impoverimento del capitale umano

Come sappiamo, i più vulnerabili (e, spesso, i più esposti) agli impatti delle variazioni climatiche sono le persone nei Paesi in via di sviluppo e le fasce povere della popolazione, in quanto meno preparati a possibili forme di adattamento. Ma emigrare è costoso. Questo pone un grande ostacolo alla libertà di adattamento per una buona parte della popolazione esposta, con la conseguenza di impedire alle fasce più povere di uscire dalla loro condizione. Quand’anche essi riescano ad emigrare in città, il rischio è quello che il tessuto urbano non sia pronto ad accoglierli se non negli affollati slum cittadini. I cambiamenti climatici tendo a peggiorare questa situazione, perché provocano un aumento della povertà nelle zone rurali, impedendo quindi a queste popolazioni di emigrare e relegandole in condizioni di vita ancora più difficili.

Qualche suggerimento

Ne consegue che le migrazioni indotte dai cambiamenti climatici non devono essere lette in modo catastrofistico, immaginando il Nord del mondo invaso da rifugiati climatici nei prossimi decenni. È necessario invece favorire e controllare i flussi migratori. Da un lato, per evitare che le fasce povere della popolazione si ritrovino ancor più «bloccate» nella loro condizione di povertà, aggravata dagli impatti dei cambiamenti climatici cui non hanno le risorse per adattarsi, nemmeno attraverso la migrazione. Dall’altro, bisogna intervenire fin da subito per attenuare gli impatti dei cambiamenti climatici nelle regioni più povere, favorendo l’accesso all’energia, aumentando l’efficienza delle produzioni agricole, modificando i sistemi di approvvigionamento idrico.
Va anche evitato che le città prossime alle aree rurali perdano la fascia di popolazione più high skilled, che emigra all’estero come conseguenza dell’abbassamento dei salari indotta dalle migrazioni dalle campagne verso le città. Questo fenomeno, insieme alla dispersione del sapere tradizionale, comporterebbe un impoverimento del tessuto sociale e del capitale umano nei Paesi più colpiti dai cambiamenti climatici.
Comprendere meglio, attraverso progetti di ricerca come quello di Cristina Cattaneo,  il fenomeno delle migrazioni alla luce dei cambiamenti del clima diventa un altro tassello fondamentale nella ricostruzione degli equilibri futuri del nostro pianeta e nell’azione per la riduzione della povertà.

[1] Reuveny Rafael (2007) «Climate change-induced migration and violent conflict» Political Geography, 26(6), 656-673; Ghimire R., S. Ferreira and J. Dorfman (2015) «Flood-induced displacement and civil conflict» World Development, 66, 614-628
[2] International Organization of Migration. Migration, Environment and Climate Change: assessing the evidence (2009)
[3] Black, Richard, Bennett, Stephen R G, Thomas, Sandy M and Beddington, John R. (2011) Climate change: migration as adaptation. Nature, 478. pp. 477-479.

Testo estratto dal Blog di Carlo Carraro, Direttore dell’International Center for Climate Governance (ICCG), www.carlocarraro.org