Politica e pedagogia

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Il nostro tempo è fortemente condizionato dai fondamentalismi. Le motivazioni dichiarate esplicitamente, e confermate dagli ultimi episodi terroristici, solo apparentemente possono essere giudicati effetti dell’applicazione radicale di principi religiosi. Si tratta di costruzioni di forme nuove di potere, di ricerca del consenso per flussi occulti di ricchezze e di potere, di accaparramento delle fonti energetiche. Infatti i proseliti dell’Isis, attratti attraverso il web, non possono essere ritenuti seguaci in senso stretto. Non sono portatori di esperienze maturate nella profondità del Corano. Appaiono piuttosto menti esaltate, affascinate dalla possibile realizzazione della violenza attiva. Se così è, prima ancora che sia l’Occidente o il resto del mondo a reagire dovrebbero essere gli islamici stessi a giudicare, isolare e purificare l’interpretazione dell’Islam che, invece, nella stessa storia del Mediterraneo, ha contribuito nel passato ad arricchire lingua, usi, costumi, arte con lungimiranza politica di rispetto delle culture locali.

La storia e il tempo ci daranno ragione, si diceva una volta; oggi possiamo dire che solo l’analisi critica può svelare il vero teatro degli interessi. Ma per sfuggire al fatalismo o non abbandonarsi all’ineluttabilità della prassi è necessario educare e poi dopo educare ancora alla partecipazione come cittadini.
La globalizzazione impone ed alimenta i suoi modelli per regolare i rapporti sociali mentre la finanza e l’economia tradizionale si sono destrutturate in favore dei mercanti che si camuffano dietro la cosiddetta «legge di mercato». Ad esso vengono subordinati la crescita e l’agire degli scambi e questa è la legge, non altro, quella che presiede alla distribuzione dei profitti.
La globalizzazione costituisce l’alibi per i responsabili della cosa pubblica se rinunziano al governo del fenomeno che incide pesantemente sull’andamento dell’economia e sull’assetto della società che amministrano. Da qui l’origine della complessità dell’etica la cui salvaguardia garantirebbe invece la democrazia anche tra gli stati.
Ma «globalizzazione-mercato», al di là della sua dinamica, non esiste come soggetto: l’una effetto del secondo, il secondo causa-effetto della prima, entrambi effetto dell’agire dei mercanti. Essi caratterizzano gli atti e i principi che appartengono al traffico del denaro, ai potentati reticolari che imprimono l’accelerazione al profitto e lasciano per strada come «scorie» le vittime degli obiettivi, dei ritmi e delle regole imposte.

Il nostro stato ha, a suo dichiarato fondamento, il lavoro come espressione delle dignità individuali e sostegno della dignità del vivere, per cui partecipazione e progresso democratico stanno alla base della formazione dei cittadini; quindi esso non può abdicare alla funzione che deve invece estendere a tutte le agenzie formative che, operando, lo rappresentino. Così la pedagogia non resta estranea alla promozione, ne diventa motore propulsore. Essa, come strumento per la salute generale e particolare, ha l’obbligo della ricerca dei criteri educativi in vista dei piani formativi.
Tali criteri potrebbero essere almeno tre:

Individuazione dei deficit democratici. In Italia il potere, in questi ultimi anni, si è manifestato come supremazia. Alcune maggioranze elette hanno preteso superiorità assoluta sulle minoranze ritenute avversarie nocive e nemiche del buon fare, pretendendo la censura nella comunicazione o il suo contenimento a sandwich tra dichiarazioni con la soppressione della satira politica. Si è proclamato per anni il principio delle libertà, non certo di quella degli oppositori. Valore stimato è il successo, raggiunto e celebrato come vittoria su e contro qualcuno. All’angolo del ring politico è stato definito «grande» ogni risultato, ogni dichiarazione, ogni iniziativa del leader vincente. L’«asso prende tutto» ha così ridimensionato il contrasto relegandolo nell’area del conflitto perenne. Il bilanciamento degli organi istituzionali si è tentato di ridurlo a settori di seconda categoria, il libero pensiero è stato qualificato come tradimento verso chi il potere aveva elargito e concesso.

Interventi di restauro democratico. La concezione della democrazia merita il contrasto lungo la linea di difesa delle forme alternative. Prima di tutto si tratta di rivedere la concezione del potere: reinventarlo come servizio; il potere legislativo e quello esecutivo, infatti, sono su delega dei cittadini, nell’espressione della loro maggioranza e nel rispetto delle minoranze a cui va riconosciuto il pieno diritto della libertà. Il servizio modifica gli atteggiamenti e le iniziative del potere stesso poiché rimane indiscusso il valore della libertà democratica. Il potere risulta più democratico se promuove e difende la libertà delle minoranze, rimediando i valori che fossero stati relegati ai limiti se l’autorità si coniuga con l’autorevolezza e contro il dispotismo. La pacificazione è il risultato di questa dinamica del riconoscimento e i contrasti non tracimano in conflitti e non si articolano in disordini.

La pedagogia in azione. Qui nasce il ruolo indispensabile della pedagogia perché la realizzazione della democrazia o la sua compiutezza pretendono l’educazione ai suoi valori. Sono almeno cinque gli obiettivi che la formazione integrale delle donne e degli uomini come cittadini uguali deve conseguire: sarà che la politica governi i diritti e i doveri in simbiosi e nell’etica della partecipazione attiva.
   1. accogliere ed ascoltare
   2. dare spazio ed autonomia alle diversità
   3. la leadership come dinamica del riconoscimento e non come autoaffermazione di supremazia
   4. proporzione del diritto-dovere secondo i bisogni e la necessità di promozione
   5. superamento dei conflitti in pace agita.

L’educazione alla reciprocità è la premessa pedagogica fondante perché la reciprocità non è un principio ma una situazione contestuale del riconoscimento del valore dell’altro; da essa derivano realizzazioni di sussidiarietà e solidarietà verso la condivisione e il rispetto della giustizia distributiva.
In Italia, la nostra democrazia è ancora adolescente, pretende a scuola la disciplina e il rigore, ma nel sociale la politica accaparra diritti e privilegi, elargisce indennità e sfugge alla tassazione, delocalizza ed elargisce mazzette. Si sono promosse riforme della giustizia sul piano del condono, mentre si depenalizzavano i falsi in bilancio e si riducevano i tempi di prescrizione del reato!
A partire dalla scuola informare ed educare alla politica significa proteggere la democrazia, consentirle di crescere e di compiersi. Infatti le tante ore nei tanti mesi e tanti anni sono tempi e luoghi privilegiati per la conoscenza dei valori democratici, mentre la convivenza è accompagnata ed animata, sorretta ed illuminata dall’intervento degli adulti consapevoli: che cosa di meglio, di strutturabile, di scientifico e di pratico potremmo desiderare?

L’informazione sulla democrazia, ricondotta ad una sola disciplina, marginale per tempi e contenuti, non esime di risultare invece proficua e produttiva se progettata all’interno della convergenza di tutte le discipline, con progetto trasversale ed interdisciplinare, come sono di fatto gli obiettivi della socializzazione. La formazione è allineata, quanto ad importanza, al proverbiale «saper leggere e far di conto»; eppure molti aspetti della nostra libertà democratica sono stati guadagnati da una moltitudine partigiana di semianalfabeti o poco istruiti! Ogni insegnamento, appartenente a qualsiasi disciplina, è esercizio teorico e pratico della performance democratica in un insieme di menti disposte all’apprendimento, di psicologie aperte alla relazione e al rispetto reciproco.
In una concezione di scuola della prassi democratica l’équipe docente è la punta di diamante della ricerca e della progettazione democratica sull’etica di vissuti associati.
La storia del pensiero pedagogico ci illumina sul persistere, nel tempo, di confini dettati all’istruzione e alla formazione perché la funzione civile risulti funzionale al sistema. Le spinte illuministiche e rivoluzionarie dal fine settecento in poi hanno portato a riconsiderare il machiavellismo della politica di funzione finalizzato alla salvaguardia del potere costituito. Non sono venute meno del tutto le spinte ideologiche a giustificazione del potere assoluto secondo l’idea hegeliana né quelle della prassi rivoluzionaria per l’impostazione del potere del proletariato nate dalla stessa costola dell’hegelismo.
Tali premesse, all’apparenza filosofiche e nella realtà strategiche, hanno segnato anche gli eventi dolorosi del novecento. Oggi si è convinti che alcune democrazie occidentali siano mature e compiute ma in esse c’è ancora necessità di Gandhi e di Luther King come voci profetiche di progetti salvifici contro la violenza. In Italia stessa, a distanza di tempo dalla dittatura fascista, non abbia superato il timore del terrorismo, non abbiamo debellato la ramificazione delle mafie e la loro incidenza violenta. L’avvelenamento dei pozzi della politica è la traduzione e lo sdoganamento di operazioni mafiose sul territorio per l’inquinamento sistemico della macchina amministrativa. L’inquinamento dei rapporti e la strumentalizzazione dei ruoli e dei servizi potrebbe offrire spazio all’affermarsi di maggioranze assolutistiche: abbiamo superato del tutto il Piano di Rinascita?
La storia ci insegna che la violenza anche solo verbale finisce per armare la mano degli ignoranti e dei prevaricatori: le menti e la massa alla «renzo», capace di favorire l’ascensione pseudodemocratica al potere.
Strategia occulta ed anche palese dei marcatori di cambiamento involutivo è quella di dividere, isolare, arginare il libero pensiero, bloccare i movimenti dei lavoratori e la loro organizzazione, unitamente al controllo di potere sulla magistratura e sulla sua azione di argine contro il malaffare organizzato.
La pedagogia delinea le finalità e le motivazioni dell’educazione diffusiva del diritto ed essa si situa a difesa delle convivenze libere; da qui alla gestione delle imprese come declinazione della giustizia il passo è possibile. Se la Resistenza ha consegnato alla nostra recente storia la lettura sofferta della libertà riconquistata, la scuola ha il dovere di alimentare la rilettura dei valori costituenti, perché dalla comprensione ed esercizio dei primi 12 articoli della Costituzione passa nella società il persistere della convivenza civile e il riconoscimento della politica rigeneratrice, capace di arginare la degenerazione.

Conclusione

Come sposare libertà e democrazia contro le forme fondamentaliste dei disegni politici? Non ci sfiora almeno il dubbio che la corsa agli armamenti, la bramosia del possesso delle fonti energetiche, l’accaparramento delle zone di influenza, l’egemonia sugli scacchieri strategici siano l’anima dei colonialismi moderni, delle iniziative vendicative?
Ieri Lepanto, oggi Ucraina, Siria, Bagdad, Gerusalemme, Libia, Tunisia…: solo apparentemente all’insegna delle fedi e dei libri sacri; un’interpretazione della pace per ridisegnare confini e poteri.
L’anima della crisi, come detto, è già nella democrazia che in sé cova i germi della segregazione delle minoranze in nome della maggioranza.
La riflessione sui limiti e i pericoli nella democrazia è però il sale della sua salvaguarda e della sua perfettibilità.