I tre 20% al 2020

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Di nucleare si parla, ormai francamente sempre meno, in rapporto alle politiche energetiche. Oggi, ogni valutazione e discussione su scelte e strategie energetiche rischia di essere fatua se non fa riferimento al contesto nel quale vanno attuate, che è il dato drammaticamente nuovo: il passaggio dalla stabilità all’instabilità dei cicli climatici, il quadro degli sconvolgimenti che da vari anni stiamo già vivendo.

Sull’esigenza di tenere assolutamente presente il collegamento tra energia e cambiamenti climatici si è pronunciata la comunità scientifica internazionale attirando l’attenzione dei «grandi» ai G8 del 2005 e del 2006 (2a, 2b) e richiedendo ai governi una «prompt action» (2a), cioè un’azione immediata proprio per far fronte ai cambiamenti climatici. Basti pensare che negli ultimi 50 anni c’è stato un incremento di concentrazione di CO2 in atmosfera della stessa entità che nella storia del clima aveva richiesto in media 5.000 anni! Questa contrazione nel tempo, di circa cento volte, è una misura certa di quella che in Climatologia viene chiamata «azione forzante» e che ha condotto dalla stabilità all’instabilità climatica (3). È il passaggio che stiamo già vivendo, infinite le prove sperimentalmente verificate, drammatiche le conseguenze.
E già nel 2007 l’Unione europea dà una risposta molto significativa alle sollecitazioni della comunità scientifica internazionale: i tre 20% al 2020. L’impegno, entro quella data, a ridurre del 20% rispetto al 1990 le emissioni di CO2, a ridurre del 20% i consumi finali d’energia e a coprire il 20% dei consumi finali con fonti energetiche rinnovabili. Da sottolineare che gli ultimi due obiettivi riguardano i consumi totali d’energia, che sono assai di più dei soli consumi elettrici. Gli obiettivi europei, che inizialmente venivano criticati: «Ma che cosa possono poi fare i tre 20% su scala globale, se restano un obiettivo della sola Unione europea?», sono invece diventati già con le Conferenze di Copenhagen (2009) e di Cancun, alla fine del 2010, il riferimento per tutti i governi impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici; con il rigetto dei 200 Paesi partecipanti di ogni posizione «negazionista» sulla gravità dei cambiamenti climatici.
Preoccupazioni e moniti sono risuonati da più parti, illuminanti le parole che nel settembre 2009 José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, rivolse al summit dei leader del mondo, riuniti a New York in sede Onu proprio in preparazione di Copenhagen: «Il clima sta cambiando più velocemente di quanto si prevedesse anche solo due anni fa. Continuare a comportarci come se niente fosse equivale a rendere inevitabile una trasformazione pericolosa, forse catastrofica del clima nel corso di questo secolo».
Il problema quindi è posto in modo molto chiaro: le strategie energetiche devono puntare su quelle soluzioni che sono maggiormente in grado di ottenere risultati nel più breve tempo possibile. E tra le risposte da dare non c’è il nucleare, la morale è: «chi ce l’ha se lo tenga», ma, nonostante le pressioni e i molteplici tentativi di inserirlo, il nucleare non compare come scelta per far fronte ai cambiamenti climatici né tra gli obiettivi della Ue né negli accordi di Cancún o di Durban.
A partire dal 2008 il governo italiano si muove invece in direzione opposta, verso una tecnologia del passato (1). L’intesa Berlusconi–Sarkozy e i provvedimenti legislativi conseguenti puntano a un piano nucleare basato sul reattore francese Epr, che è un reattore ad acqua pressurizzata (Pwr) di 1.600 MW di potenza, prodotto dal gruppo industriale Areva. Quindi davvero una brillante scelta di politica economica: finanziare con soldi italiani un’industria francese, Areva, per di più di Stato!
Un’altra cartina al tornasole, en passant, del «liberismo» proclamato da Berlusconi, i cui governi si sono invece contraddistinti, come quelli della destra in Grecia, per il rigonfiamento della spesa pubblica a un livello tale che fu poi alla radice, proprio non molti mesi dopo Fukushima, delle dimissioni del suo ultimo governo. Certo, ci fu anche una manovra speculativa, ma solo uno sprovveduto provinciale poteva non sapere che gli assalti al debito sovrano dei Paesi economicamente più fragili, nel dominio di una finanza incontrollata, sono uno degli sport più praticati. Poi, ovviamente, all’ottuso populismo dei fan si potrà continuare a raccontare la stroppoletta della congiura europea, assecondata da Napolitano e capeggiata, peraltro, dagli ex amici Merkel e Sarkozy, apparsi come oltraggiosi derisori in una ripresa video, una sorta di gag divenuta un tormentone mediatico.
Già, Sarkozy e gli abbracci e le pacche sulle spalle nell’incontro che all’Eliseo doveva definire l’accordo nucleare; ma quali sarebbero stati i costi? Sulla base delle offerte che Areva ha avanzato, proprio mentre i premier si scambiavano quelle affettuosità, cioè nelle gare del 2009, confermate poi nel 2010, i primi quattro Epr sarebbero venuti a costare oltre 32 miliardi di euro per una produzione elettrica che il governo stesso di allora dichiarava non disponibile prima del 2020, e con molto ottimismo (vedi la vicenda di Olkiluoto-3). Questa spesa, tutta a carico dello Stato, sarebbe da subito andata a gravare sulle bollette dei cittadini per coprire gli oneri finanziari dei prestiti per il capitale necessario, dei quali il governo avrebbe assunto l’onere. Tutto questo per assicurare a quella data un 3% dei consumi finali d’energia e diecimila posti di lavoro, soprattutto nei 6-8 anni di cantiere.
Per fortuna era poco più di un castello di carte, che gli italiani si sono incaricati di mandare all’aria col referendum del 2011, la seconda volta in un quarto di secolo. Quanto ai costi, per citare un solo esempio, con la metà dell’investimento richiesto per i quattro Epr il «Piano straordinario di efficienza energetica 2010–2020», che venne presentato da Confindustria nel settembre 2010, dopo anni di colpevole disinteresse, prevedeva oltre 51 Mtep di risparmio (è il 20% richiesto dalla Ue) con una conseguente riduzione di 207,6 Mton di CO2 (una riduzione superiore all’obiettivo Ue): una strategia il cui impatto socio-economico veniva valutata dal Piano in circa 1,6 milioni di posti di lavoro sull’arco del decennio.
È vero, di quel Piano non se ne è poi fatto niente, nonostante fosse diventato addirittura un «avviso comune» di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil; ma quando nella primavera del 2012 le «parti sociali» andarono al confronto col governo Monti in nome del «secondo tempo», quello che dopo le mazzate del rigore avrebbe dovuto puntare al rilancio economico, il Piano fece la stessa fine che fa sempre il «secondo tempo»: sparì nel nulla. I meglio informati sostennero che la stessa «genitrice», Confindustria, non aveva voluto dar credito al suo «figlio», e vale la pena parlarne perché ancor oggi sembra che esso faccia un timido capolino tra le perforazioni di trivelle e i fumi degli inceneritori, che caratterizzano i progetti energetici del governo Renzi, in questo non troppo dissimile da quelli che l’hanno preceduto.
È vero poi che anche gli incentivi alle fonti rinnovabili hanno gravato e gravano sulle bollette degli italiani, ma in misura significativa solo negli ultimi anni, mentre per oltre tre lustri sono stati largamente maggioritari gli incentivi elargiti alle fonti fossili. Una vera vergogna incentivare sistemi energetici maturi da più di cinquant’anni, va ricordato a chi strilla contro gli incentivi alle rinnovabili, in campo da meno di vent’anni; una vergogna resa possibile dal famigerato Cip 6 (1992), che ha protratto le sue truffaldine finestre su tempi incredibilmente lunghi.
Insomma, le cifre riportate fanno ben capire che non si tratta di guerre di religione, ma di doveroso realismo, nei confronti di chi, in buona fede ma disattento alla volontà degli italiani espressa ben due volte e con grande nettezza, si attarda ancora a sostenere la compatibilità dell’uso efficiente e delle rinnovabili con il ricorso al nucleare: l’impegno finanziario, economico, industriale e organizzativo nel nucleare è alternativo a quello per il risparmio energetico e le fonti rinnovabili. Al di là di ogni altra considerazione sulla sicurezza, sui rischi della contaminazione radioattiva, sull’obsolescenza nonostante gli imbellettamenti della tecnologia di fissione, non è davvero l’Italia, ancora pesantemente vincolata da una grave crisi economica, che ha le risorse per mandare avanti tutte e due le strategie.

Massimo Scalia, professore di Fisica Matematica al Dipartimento di Matematica dell’Università La Sapienza di Roma

Anche i numeri sono importanti