Anche i numeri sono importanti

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Caso italiano a parte, poi, già cinque-sei anni fa, cioè prima del disastro di Fukushima, autorevoli studi internazionali davano al nucleare pochi decenni di vita. Per quegli studi, quelle cifre, più alcune nostre valutazioni, rimandiamo a (1). Tra i molteplici fattori alla base di quelle previsioni uno ne va sottolineato, veramente nuovo rispetto al dibattito, un po’ stantio, che si svolge da almeno trent’anni: la concorrenza avvertibile e crescente di strategie energetiche e di settori industriali rivolti al risparmio e alle fonti rinnovabili.

Per contro, dopo la tragedia di Fukushima quale governo potrà mai autorizzare il prolungamento delle attuali centrali atomiche oltre i 40 anni, come l’industria nucleare propone? Non ha già nel 2009 il Senato del Vermont respinto una delle prima richieste in questo senso avanzata dalla società esercente la centrale nucleare di quel piccolo Stato degli Stati Uniti? Non ha già la Germania deciso di chiudere tutte le sue centrali nucleari entro pochi anni, nel 2022? Non hanno poi i reattori cosiddetti «provati» dato una prova di sé (i 123 chiusi entro il 2010 avevano avuto una vita media inferiore a 23 anni, altro che 40!) tale da configurare come una dissennata sfida alla sicurezza il volerne prolungare l’esercizio? Proprio quest’anno 91 reattori, in tutto il mondo, compiranno 40 anni e in questo totale declino dell’industria nucleare (4), nel contesto della generale perdurante crisi economica globale, quale governo disporrà dei rilevanti stanziamenti pubblici necessari per contenere, almeno un po’, quel declino?
Forse accadrà che qualcuno comincerà allora a pensare che, caso mai, è necessaria una nuova ricerca, una nuova Fisica del reattore.
A dir la verità lo scrivere queste righe è motivato solo dal fatto che il tema del nucleare l’ha proposto il direttore di un periodico, il «Villaggio Globale», che tanti meriti ha acquisito nell’accendere il riflettore su molti settori scientifici trascurati o derisi dall’«ufficialità».
La fissione nucleare, così com’è, lungi dall’essere «la» soluzione dei problemi energetici (come veniva proposta nei primi anni 60 quando, studente di Fisica, andavo a intervistare Felice Ippolito, presidente del Cnrn, l’Enea di oggi) è andata molto al di sotto delle previsioni, che pure sono state alimentate per tutti gli anni 80. Il rapporto 2014 dell’Iea (l’Agenzia internazionale dell’energia dei Paesi dell’Ocse) quantifica nel 4,8% l’apporto del nucleare al fabbisogno di fonti primarie, una cifra in costante calo dal 2000; quanto lontano da quel 15-20% che, ad esempio, i rapporti della Ford Foundation prevedevano negli anni 80.
E poiché l’uso del nucleare civile è pressoché esclusivamente elettrico, la cifra che riguarda la copertura dei consumi è ancora più modesta, l’1,6%; e, guardando alla produzione elettrica, quella nucleare si è ridotta a due terzi di quella idroelettrica: 2.471 contro 3.672 TWh.
Per capire meglio la sostanziale irrilevanza del nucleare rispetto alle altre fonti, ma, soprattutto, i trend in atto in tutto il mondo, è il caso di fornire qualche altro dato. Quelli di seguito riportati sono tratti dal rapporto annuale 2015 «Global Status Report – REN 21», GSR, la più completa raccolta di dati e di analisi sulle prospettive delle fonti rinnovabili.
Nel 2013 la quota di consumi energetici totali coperta in tutto il mondo da fonti rinnovabili, idro inclusa, superava il 19%, con il 9 % di biomasse «tradizionali» e il 10,1% di rinnovabili «moderne»; e alla fine del 2014 le fonti rinnovabili, idraulica inclusa, rappresentavano il 23% dei consumi elettrici mondiali.
Alla fine del 2014 la potenza totale delle fonti rinnovabili ascendeva a 1.712 GW (1 miliardo e 712mila kiloWatt), così ripartiti: 1.055 idraulica, 433 da biomasse, 370 eolica, 177 fotovoltaica; cui vanno sommati 406 GW termici per il riscaldamento dell’acqua con pannelli solari. La crescita delle rinnovabili nel 2014 ha rappresentato il 58,5% della potenza globale che si è aggiunta nel corso dell’anno: un incredibile incremento che relega l’insieme di tutte le fonti fossili (petrolio, carbone e gas) a rappresentare neanche il 40% della nuova capacità energetica resa disponibile nel 2014.

Quel trend è stato scandito e reso possibile, negli ultimi dieci anni, dall’aumento vertiginoso di nuovi investimenti in tutto il mondo: dai 40 miliardi di dollari del 2004 ai 279 del 2011 e, nonostante un successivo calo indotto dalla crisi, di nuovo 270 miliardi nel 2014. In questo contesto l’Unione europea ha avuto un ruolo trainante, dai 23,6 miliardi di dollari del 2004 ai 120 del 2011; ruolo che ora è passato alla Cina con oltre 83 miliardi di dollari nel 2014. Sempre nel 2014 Asia e Oceania, esclusa la Cina e l’India, con 48,7 miliardi di dollari hanno fatto di più degli Stati Uniti (38,3 miliardi); e assai importanti sono stati anche gli investimenti operati dai Paesi in via di sviluppo, che nel 2014 hanno superato nel settore eolico quelli dei Paesi sviluppati: 58 miliardi di dollari a fronte di 41.
E infatti il Gsr sottolinea fin dalle prime battute dell’Executive Summary: «Sebbene l’Europa rimanga un mercato importante e un centro di innovazione, l’attività continua a spostarsi verso altre regioni. Nel 2014 la Cina ha di nuovo occupato il primo posto nel mondo per l’installazione di nuova potenza rinnovabile, e Brasile, India, e Sud Africa hanno inciso per una gran parte della capacità aggiuntiva nelle rispettive regioni. Un crescente numero di Paesi in via di sviluppo attraverso Asia, Africa e America Latina sono divenuti importanti produttori e installatori di tecnologie per l’utilizzo dell’energia rinnovabile».
Ai primi del 2015, sono 164 i Paesi che si sono dati obiettivi nel campo delle rinnovabili e 145 quelli che agli obiettivi hanno fatto corrispondere politiche e stanziamenti per conseguire gli obiettivi, rispetto ai 15 del 2005.
Messi da parte i rancorosi argomenti degli «scettici», sul terreno dei fatti il mondo è già oggi sotto appena dell’1% rispetto all’obiettivo che la Ue si era data al 2020! Conseguenza di questo trend sono i circa 8 milioni di posti di lavoro censiti nel 2014 nei vari settori delle rinnovabili, poco meno della metà dei quali nelle applicazioni dell’energia solare. L’innovazione tecnologica è tradizionalmente «labour saving», non così è stato per le fonti rinnovabili, la cui ricaduta occupazionale non ha precedenti di ugual intensità nella storia del lavoro contemporanea.
Anche nella UE-28 il livello medio di copertura dei consumi finali d’energia con fonti rinnovabili era nel 2013 pari al 15% rendendo più che credibile il raggiungimento del 20% al 2020; per l’Italia le rinnovabili rappresentavano il 17% dei consumi finali, cioè l’obiettivo fissato per il Paese al 2020, e il 31% dei soli consumi elettrici, cioè più del 26% fissato per l’Italia sempre al 2020.

Massimo Scalia, professore di Fisica Matematica al Dipartimento di Matematica dell’Università La Sapienza di Roma

La «rivoluzione» energetica