Arbëreshe, una biodiversità culturale da valorizzare

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Sono comunità che aspirano ad assumere una responsabilità politica e culturale importante e decisiva rispetto alla loro condizione di minoranza etnico-linguistica. Vogliono provare a recuperare il loro passato, la loro storia, la loro memoria e trasformarla in futuro, portando il futuro dove non è ancora arrivato. Sono minoranze che mantengono viva, da oltre cinque secoli, una cultura minacciata

A San Paolo Albanese all’incontro tra le comunità arbëreshe d’Italia sono venuti da Greci (Av), da Casalvecchio di Puglia (Fg), da San Marzano di San Giuseppe (Ta), da Contessa Entellina, da Mezzojuso e da Palazzo Adriano (Pa), da Villa Badessa, una frazione del Comune di Rosciano in provincia di Pescara, e dai tanti Comuni della provincia di Cosenza, oltre che dai cinque Comuni albanofoni della Basilicata.
La minoranza etnico-linguistica storica di origine albanese, che il dettato dell’art.6 della Costituzione italiana e le norme applicative della legge 482 del 1999 tutelano, è la seconda più popolosa in Italia, sebbene sparsa in 45 comunità arbëreshe di 7 Regioni.
È stata approvata e sottoscritta, nell’Assemblea Generale, una Carta di Intenti ed è stata indicata una Rappresentanza con il compito di continuare a mantenere i rapporti in essere con gli Enti, gli Organismi, le Istituzioni locali, regionali, nazionali e con l’Ambasciata ed, eventualmente, con il Governo di Albania. È stato assunto, anche, l’impegno di convocare, entro il 2016, una nuova Assemblea Generale delle Comunità arbëreshe d’Italia.

La Carta di intenti

Con la Carta di intenti le comunità arbëreshe d’Italia, depositarie, tutte insieme, sebbene la diaspora, di valori storici e culturali unici ed irripetibili, hanno inteso innanzitutto rappresentare «chi sono» e «chi vogliono continuare ad essere». Sono comunità che aspirano ad assumere una responsabilità politica e culturale importante e decisiva rispetto alla loro condizione di minoranza etnico-linguistica. Vogliono provare a recuperare il loro passato, la loro storia, la loro memoria e trasformarla in futuro, portando il futuro dove non è ancora arrivato.
Sono minoranze che mantengono viva, da oltre cinque secoli, una cultura arbëreshe minacciata. Hanno consapevolezza delle loro radici, identità, diversità: diversità più che mai rilevante nel mondo globalizzato di oggi, in «crisi di identità». In tempi di rapide evoluzioni tecnologiche, di connessioni permanenti, di comunicazioni istantanee e di ponti sempre meno stabili tra passato, presente e futuro, di sfide sempre più ardue per trasmettere cultura, conoscenza e valori alle nuove generazioni, di modernità veloce e centrifuga, di mercati globali, di vera e propria rivoluzione antropologica, le comunità arbëreshe si interrogano con preoccupazione, ma al tempo stesso con determinazione, sul ruolo e sul destino del loro patrimonio storico-culturale e antropologico.
I loro figli sono il frutto di una educazione e formazione culturale globali che ha sedimentato e metabolizzato, ormai, esperienze di vita e valori, spesso, molto diversi e distanti tra loro. E di ciò non si può oggi non tener conto. Come non si può non considerare i luoghi in cui abitano, gli spazi di vita, la natura, il territorio, il paesaggio.
Le comunità arbëreshe sono custodi e testimoni di patrimoni culturali materiali e immateriali, di paesaggi identitari, di cose che «rappresentano – come dice Bodei – nodi di relazioni con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive, raccordi tra civiltà umane e natura». Conservano attraverso la identità e la diversità etnico-linguistica i «principi attivi» della loro cultura, al pari di come si conservano i «principi attivi», presenti in natura, contenuti nelle mele, nei grappoli d’uva, nei frutti antichi, nelle biodiversità che le nostre campagne abbandonate ancora custodiscono.
La «Carta» fonda le sue ragioni sull’art. 6 della Costituzione, riguardante la tutela delle minoranze linguistiche storiche, e sull’art.9 riguardante la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Pone attenzione, in particolare, al valore del paesaggio identitario, inteso come territorio caratterizzato dalla natura fisica dei luoghi e dalla storia umana che li ha vissuti: un paesaggio antropizzato, segnato da una intensa interazione tra la natura e uomo; carico, perciò, di memorie, di significati e di manifestazioni identitarie percepibili.
La «Carta» intende anche farsi interprete delle finalità e degli obbiettivi delle leggi regionali vigenti sulla difesa e il sostegno del patrimonio culturale delle minoranze etnico-linguistiche. Un riferimento specifico è fatto alla recente legge regionale della Basilicata n. 27 dell’11 agosto 2015, che si pone l’obiettivo di sostenere la conservazione, tutela, valorizzazione e pubblica fruizione del patrimonio culturale materiale e immateriale presente sul territorio, che rappresenta fattore imprescindibile per la crescita civile, sociale ed economica del territorio. La conservazione, tutela e valorizzazione della lingua, delle tradizioni, della cultura materiale, dei segni identitari del territorio consentono di ricostruire il percorso storico della diversità arbëreshe, approdata ai nostri giorni come risorsa importante ed insostituibile per l’intero patrimonio culturale nazionale in funzione del loro futuro sviluppo.
Non conservarsi solo per conservarsi, ma assumendo la esistenza della loro diversità come dimensione essenziale per la sopravvivenza non solo propria ma dell’intera comunità umana perché, diceva Levì Strauss, le diversità aiutano lo sviluppo del mondo, aiutano il mondo a non scomparire.

Recuperare la lingua

La prima e più urgente azione da avviare, consolidare, qualificare, ampliare, rafforzare è lo studio e il recupero della lingua parlata arbëreshe. L’uso del «parlato», infatti, è in fortissimo regresso e l’introduzione della lingua madre arbëreshe nella scuola è, ancora oggi, molto limitata e viziata, in alcuni casi, dall’ambiguità di fondo tra l’albanese standard d’Albania e le parlate delle singole comunità italo-albanesi. Da qui il bisogno, partendo dalla parlata locale, di avviare nelle singole comunità albanofone la sperimentazione dell’insegnamento e dell’apprendimento della lingua in modo da far acquisire loro la capacità di leggere e di scrivere nella propria parlata albanese e di sviluppare la conoscenza dell’ambiente locale, delle attività antropiche tradizionali e della storia.
Nascono da qui gli intenti della «Carta», alcuni dei quali, si auspicano, possano generare un favorevole impatto immediato. Si citano, oltre al mantenimento della lingua parlata arbëreshe, la candidatura della cultura arbëreshe a patrimonio immateriale dell’Unesco e la realizzazione di una struttura culturale permanente, che metta in rete le esperienze, le attività di promozione culturale svolte nelle singole Comunità e/o nelle singole Regioni, le attività di ricerca storica, antropologica, i musei locali, «musei di comunità», «musei del territorio» e i gruppi locali di animazione socio-culturale, di sensibilizzazione, di educazione, di formazione, di educazione permanente.
Prioritaria è la istituzione di un coordinamento politico-istituzionale e tecnico-amministrativo tra le Comunità arbëreshe d’Italia, in modo che si possano sviluppare, in forma stabile e duratura, utili collaborazioni con l’Albania, la Grecia, la Macedonia e gli altri Stati dove sono presenti Comunità arbëreshe.