Sono 100 milioni i bisognosi di aiuti umanitari

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foto © A. Perrini

Il rapporto Unfpa ricostruisce il profilo di un mondo sempre più fragile e vulnerabile, esposto a catastrofi come terremoti, inondazioni e siccità (tra il 1994 e il 2014 la siccità ha colpito un miliardo di persone, le inondazioni 2,5 miliardi di persone), ma anche a guerre e conflitti, oggi un miliardo di persone vive in aree coinvolte da un conflitto. Nel 2014, in tutto il mondo, il numero dei rifugiati e degli sfollati all’interno dei confini nazionali ha raggiunto i 59,5 milioni

Si è svolto qualche giorno fa, a Roma presso l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr), assieme all’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) focalpoint dell’United nations fund for population activities (Unfpa) in Italia, la presentazione del Rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione 2015 «Al riparo dalla tempesta. Un’agenda innovativa per donne e ragazze, in un mondo in continua emergenza». Edizione italiana a cura di Aidos.
Il Rapporto Unfpa 2015 inquadra in un’ottica di visione globale la questione migrazione e le emergenze umanitarie, argomento tristemente noto nel nostro mondo moderno che sta facendo registrare cifre mai raggiunte in alcuna altra era storica. Sono infatti oltre 100 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria attualmente nel mondo, di queste circa 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva con un numero di rifugiati e profughi provenienti principalmente da Siria, Afganistan, Somalia e Sudan che, in tutto il mondo nel 2014, hanno quasi raggiunto i 60 milioni.
Abbiamo rivolto alcune domande a Maura Misiti, ricercatrice dell’Irpps-Cnr.

Il problema delle emergenze umanitarie è una piaga che attanaglia la nostra società contemporanea… Quale lo stato dei fatti?
Oggi più di 100 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tra le persone colpite da conflitti e disastri, circa 26 milioni sono donne e adolescenti in età riproduttiva. Il rapporto Unfpa ricostruisce il profilo di un mondo sempre più fragile e vulnerabile, esposto a catastrofi come terremoti, inondazioni e siccità (tra il 1994 e il 2014 la siccità ha colpito un miliardo di persone, le inondazioni 2,5 miliardi di persone), ma anche a guerre e conflitti, oggi un miliardo di persone vive in aree coinvolte da un conflitto, circa il 14% della popolazione mondiale.

E quali gli scenari futuri?
Le catastrofi naturali, in particolare inondazioni e tempeste correlate al cambiamento climatico hanno avuto negli ultimi anni una tendenza all’aumento, così come le guerre tra paesi e i conflitti interni. In questi contesti le donne pagano un prezzo enormemente più alto. Dobbiamo sperare che gli accordi sul clima siglati a Parigi e, più in generale, i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, insieme ai loro 169 target, siano raggiunti entro il 2030. Tra questi il rapporto punta al raggiungimento dell’obiettivo 5 «Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne» che è al tempo stesso un traguardo da realizzare, ma uno strumento di soluzione strategico.

Una crisi umanitaria in cui sono sempre i più deboli a pagare le conseguenze maggiori… Perché nel mondo ci sono così tante emergenze e quali sono le cause principali che le scatenano?
Molti paesi sono considerati oggi più fragili di cinque o sei anni fa, dunque più vulnerabili ai conflitti o alle conseguenze di qualche catastrofe. A rendere più deboli persone e paesi contribuiscono numerosi fattori. Il primo è la povertà: oltre un miliardo di persone vive ancora oggi in condizioni di povertà estrema. Questo porta a che intere popolazioni e singoli individui siano così in basso nella scala dello sviluppo da rendere l’inizio della ripresa davvero difficile; implica l’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso e di accedere a servizi di buon livello qualitativo. Un altro fattore è di tipo geografico, che espone alcuni paesi alle catastrofi naturali.

Quanto la vulnerabilità ambientale può incidere nel definire lo stato emergenziale di un popolo in fuga?
Alcuni paesi si trovano esposti a catastrofi naturali, che stanno aumentando in misura drammatica per numero e gravità a causa dei cambiamenti climatici. Un altro fattore è di tipo geografico. Alcuni paesi si trovano esposti a catastrofi naturali, che stanno aumentando in misura drammatica per numero e gravità. Livelli record di urbanizzazione comportano un incremento del rischio per gli abitanti delle città, soprattutto per i più poveri che spesso vivono in insediamenti informali, in costruzioni instabili e in aree pericolose, come le pendici di alture tendenti a frane e smottamenti. Per le donne e le ragazze, ad aggravare questi e altri fattori intervengono anche la discriminazione e la disuguaglianza di genere. Innanzitutto donne e adolescenti hanno sempre un po’ meno di qualsiasi cosa: reddito terreni e altri beni, accessibilità ai servizi per la salute, all’istruzione e alle reti di solidarietà sociale, possibilità di avere voce in politica, pari tutela davanti alla legge, far valere i propri diritti umani fondamentali.

Le donne e i bambini sono certamente l’anello debole della catena in una situazione di emergenza e questo per proprie caratteristiche fisiologiche, comportamentali, culturali. Quale il ruolo delle donne profughe o rifugiate nel contesto di un’emergenza umanitaria?
Nel 2014, in tutto il mondo, il numero dei rifugiati e degli sfollati all’interno dei confini nazionali ha raggiunto i 59,5 milioni, la cifra più alta nell’era contemporanea (United Nations High Commissioner for Re-fugees, 2015). Tra il 2010 e il 2015, il numero degli sfollati interni è raddoppiato. Più della metà di tutti i nuovi rifugiati del 2014 proveniva da Siria, Afghanistan, Somalia e Sudan. Oltre la metà degli sfollati interni risiede in Siria, Colombia, Iraq e Sudan (Internal Displacement Monitoring Centre, 2015). Oggi in Libano c’è un rifugiato ogni quattro abitanti; in Giordania, uno su dieci. Solo un terzo circa dei rifugiati risiede in un campo profughi. Due su tre vivono in aree urbane.
All’interno di questo gruppo le donne rifugiate anche se non sono la maggioranza sono molto vulnerabili, in quanto esposte a diversi rischi nel loro paese di origine, durante il viaggio verso il paese di accoglienza e infine al momento di integrarsi nel paese di arrivo. Scappano dalla persecuzione a causa dell’appartenenza etnica, politica, religiosa personale o della loro famiglia. Queste persecuzioni sono multidimensionali in quanto in molti casi le donne sono perseguitate proprio a causa del loro genere.
Durante il viaggio donne e ragazze sono esposte a rischi maggiori rispetto agli uomini a causa delle violenza di genere, traffico di esseri umani, scarsa assistenza sanitaria, e alla mancanza di servizi di salute riproduttiva. Devono inoltre assistere gli altri membri della famiglia e hanno meno disponibilità di mezzi finanziari rispetto agli uomini.

Su quali basi bisogna lavorare affinché si possa investire in un futuro sostenibile in cui alla figura della donna, dovunque essa sia, venga garantita tutela sociale?
Disuguaglianza di genere e discriminazioni (in base al sesso, all’età o ad altri fattori) sono tra le cause che emergono persino nelle risposte umanitarie meglio intenzionate. Ad oggi, l’erogazione di aiuti specifici per la salute sessuale e riproduttiva, non copre la domanda. Nell’ultimo decennio si sono fatti notevoli progressi per attivare servizi umanitari mirati, ma restano ancora enormi divari, sia nelle azioni sia nei finanziamenti. Gli interventi che non tengono conto delle diverse modalità con cui disastri e conflitti possono colpire gruppi differenti, rischiano di perpetuare le disuguaglianze: ad esempio, quando si forniscono servizi di emergenza per la salute in generale, ma non per gravidanza, parto o contraccezione, si lasciano le donne e le ragazze, che già versano in condizioni svantaggiate, in situazioni ancora più precarie. Nelle prime fasi di un’emergenza, le necessità più urgenti sembrano riguardare il cibo, gli alloggi e l’assistenza per i traumi fisici acuti, mentre si pensa che le discriminazioni legate al genere o ad altre cause possano essere rimandate a tempi più tranquilli. Questo approccio rischia di produrre una risposta incapace di cogliere la realtà dei fatti; come quei fattori che escludono donne e ragazze dai servizi di assistenza o che le rendono più vulnerabili alle violenze. La mancanza di attenzione è alimentata in parte dall’estrema penuria di dati disaggregati per sesso o per altri parametri, e dalla scarsa competenza in materia di genere tra il personale che porta i primi soccorsi. Considerando l’entità delle crisi attuali, in corso in tutto il mondo, e tenuto conto dell’identità delle persone coinvolte, è tempo di trasformare tale approccio convenzionale per adottarne uno che tenga conto delle diversità nelle popolazioni colpite dalle emergenze, per ridurre i rischi, accelerare la ripresa e promuovere la capacità di resilienza e recupero.