Rifiuti, la Puglia fa slalom fra le leggi

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piramide rifiuti

La proposta del piano regionale pugliese di gestione dei rifiuti urbani: dal paradosso alla piramide rovesciata. La raccolta porta a porta, il ricorso al Combustibile solido secondario… Proposta: fermarsi un attimo a ragionare; sentire che cosa hanno da dire i Comuni e i cittadini pugliesi che stanno più avanti, ma anche quelli più arretrati; puntare veramente su tutte le misure di riduzione con piani e investimenti specifici; prendere ad esempio schemi di processo più moderni ed efficaci di economia circolare, come le famose «Fabbriche dei Materiali» e studiare come gradualmente introdurli in Puglia, magari migliorandoli anche

Analisi della situazione a parte, ferma ai dati ormai superati del 2016, il nuovo piano rifiuti della Regione Puglia, nelle premesse, sembrerebbe gran cosa: rispetto della piramide gerarchica definita dall’Ue e dalla normativa Italiana (Art. 179 del D.Lgs 152/2006), recupero e riciclo di materiali, raccolta differenziata e un roboante stop assoluto a nuove discariche e inceneritori.

Ma è proprio così? A ben guardare se ne scoprono veramente di belle, alcune da ricercare nelle pieghe dei combinati disposti a cui si fa riferimento (un intreccio interpretativo di norme diverse), altre ben esplicitate, giusto perché non si possano creare equivoci sulle finalità vere del piano.

La prima cosa che balza all’occhio è l’elenco delle azioni dell’obbiettivo «riduzione della produzione di rifiuti», posto in testa nel rispetto della famosa piramide gerarchica. Tutte molto interessanti. Certo, ma senza la principale: la raccolta differenziata porta a porta!

Ma come, tutte le esperienze dimostrano che questo è lo strumento efficace per ridurre le quantità e per qualsiasi successiva azione di recupero di materia (e pure di energia, per gli amanti di questa pratica); abbiamo crescenti esempi pugliesi di eccellenza sui risultati della raccolta domiciliare (fino all’80% di differenziazione, come nel Bacino Bari 2); avremmo materiali più puliti per sviluppare impresa e lavoro nelle filiere del recupero; e non la mettiamo come primo obbiettivo di sistema di raccolta? Qualcosa non quadra. La prova viene subito: l’obbiettivo al 2020 è il 65% di differenziata, che poi era l’obbiettivo della norma da raggiungere al 2012 (sic). Più arretrato di così!

Si pensi che chi adotta il porta a porta parte già da subito da valori più elevati di questo, per raggiungere vette incredibili, come quella del Consorzio Priula (mezzo milione di persone, 97% di RD). Allora sì che si potrebbe parlare di 0 discariche e 0 incenerimento.

Emerge così la filosofia coerente del piano, che evidentemente non punta al massimo recupero di materiali e include quote significative di altro. Cosa sia quest’altro diventa subito chiaro procedendo nello studio del documento: il Combustibile da Rifiuti (Combustibile solido secondario). Ma non un Css qualsiasi: quello di alta qualità, che non è più rifiuto e si dovrebbe vendere a cementifici e centrali termoelettriche. Wow!, verrebbe da dire, l’uovo di Colombo.

Peccato che la legge e le norme tecniche (DM Ambiente 14 febbraio 2013, n. 22; norma UNI EN 15359) sono rigorosissime su quello che può entrare in impianti che produco questo materiale e su come gestirli, nonché sulla qualità analitica finale del prodotto. Il che vuol dire costi elevati, complicazioni e il fondato rischio di produrre un altro rifiuto, il Css normale, da conferire a inceneritori, pagando pure. Comunque servirebbe a monte una differenziata spinta.

Ed ecco il primo paradosso: senza il porta a porta è improbabile produrre Css di qualità, ma se si fa la prima è una follia ambientale ed economica sprecare materiali riciclabili per fare combustibili, nonché un rovesciamento della benedetta piramide virtuosa. E poi, non si era detto che non si facevano più inceneritori e discariche? Produrre combustibile, di qualsiasi natura, equivale ad aumentare l’incenerimento, oppure la discarica, se nessuno se lo prende. Non si scappa.

Quotatissime analisi di natura economica (Nomisma 2013), ambientale (es. Waste Management 2008) e sanitaria (Andis 2017) hanno dimostrato invece quanto questa pratica sia svantaggiosa e pericolosa, oltre ad evidenziare come il mercato del Css di qualità sia potenzialmente già saturo.

Ma a dirla tutta la Regione ha già prodotto un bando in tal senso (DGR del 12 giugno 2018), quindi il piano ratifica soltanto discutibili ma non discusse scelte già in corso di attuazione, in barba ai proclami sulla partecipazione.

Anche sulla gestione della frazione organica (l’umido Forsu) ci sarebbe da dire, con l’obbligo della digestione anaerobica prima del compostaggio, anche questo già attuativamente previsto da atti precedenti (D.D. n. 314 del 20 dicembre 2017). Altro esempio di rovesciamento della piramide, che invece pone correttamente l’anaerobico allo stesso livello dell’incenerimento, per gli effetti emissivi e climalteranti che comporta.

E che accade se quello che esce dall’anaerobico, una volta compostato, non ci fornisce la qualità elevata che consente di valorizzarlo? Come per il Css di qualità anche in questo caso il rischio è di produrre materiale scadente, cioè altro rifiuto da bruciare o da discarica, dopo aver speso per costruire e gestire questi impianti complicati, delicati e con qualche rischio di incidenti in più del consolidato compostaggio classico.

Non parliamo del voler saltare in alcuni casi il passaggio dalla biostabilizzazione per il tal quale che, se pur logico, allo stato attuale ci porta in sicura infrazione comunitaria.

Ce ne sarebbero ancora, come sui criteri di localizzazione degli impianti ove il garbuglio dei riferimenti normativi nazionali e regionali lascia un retrogusto inquietante su quello che le Provincie potrebbero programmare, in deroga a tutti i vincoli; ma direi basta con le critiche. Cerchiamo il positivo.

E c’è, nell’ultima parte che tratta dei fanghi di depurazione. Nulla da eccepire, con la speranza, però, che questa matrice, molto adatta al trattamento anaerobico già disponibile presso i depuratori, non venga mischiata in fase di digestione con l’umido da rifiuti, in processi che rischierebbero di danneggiare entrambe le filiere, anche sul piano tariffario.

«Sì, ma io che propongo? So solo criticare e distruggere il lavoro degli altri!». Siccome questa frase viene sempre rivolta a quelli che ragionano come me, me la faccio da solo e rispondo, senza offesa per i Talk dove si pratica da decenni.

Propongo, e grazie a Dio non sono io ma lo fa uno schieramento vastissimo di associazioni e istituzioni: di fermarsi un attimo a ragionare; di sentire che cosa hanno da dire i Comuni e i cittadini pugliesi che stanno più avanti, ma anche quelli più arretrati; di puntare veramente su tutte le misure di riduzione con piani e investimenti specifici; di prendere ad esempio schemi di processo più moderni ed efficaci di economia circolare, come le famose «Fabbriche dei Materiali» e studiare come gradualmente introdurli in Puglia, magari migliorandoli anche.

Propongo soprattutto di non cedere alla stravecchia tentazione della semplificazione impiantistica (non si differenzia a monte, ma a valle, con le macchine), da cui tutti quelli che l’hanno utilizzata stanno tornando indietro, anche se capisco possa sembrare molto attraente per gli affaticati uffici regionali.

 

Massimo Blonda