In Brasile Bolsonaro progetta di eliminare Amazzonia e indigeni

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Gli Yanomami sono il popolo indigeno relativamente isolato più grande dell’Amazzonia. © Fiona Watson/Survival

Un preoccupante passo indietro fra l’indifferenza mondiale. I danni ambientali costeranno morti e una ripercussione incalcolabile sul clima globale

A un passo dalla vittoria, Jair Bolsonaro ha fatto promesse ben chiare: abolirà il ministero dell’Ambiente, cancellerà la legislazione ambientale, aprirà le terre indigene allo sfruttamento minerario, abbandonerà l’Accordo di Parigi e asfalterà un’autostrada che taglia in due l’Amazzonia, per aprirla agli allevamenti di bestiame e alle piantagioni di soia. La sua intenzione è chiara: cancellare la foresta amazzonica.
I comizi di Bolsonaro sono pieni di retorica razzista, omofobica, autoritaria e misogina, e apologia della spietata dittatura che governò il Brasile 40 anni fa. In tutta l’Amazzonia, i taglialegna illegali, i minatori, i land grabber, così come i grandi proprietari terrieri si sono radunati dietro al suo stendardo. Non si aspettano che Bolsonaro faccia rispettare la legge. Al contrario, la speranza è che egli adempia la sua promessa di annientare quasi tutte le misure di protezione dell’ambiente e degli indigeni.

«Invece di diffondere il messaggio che combatterà la deforestazione e il crimine organizzato, dice che attaccherà il ministero dell’Ambiente, l’Ibama e l’ICMBio [le agenzie federali ambientali del Brasile] – spiega l’attuale ministro dell’Ambiente brasiliano Edson Duarte, che pure ha drammaticamente tagliato i fondi alle stesse agenzie ambientali -. È come dire che ritirerà la polizia dalle strade. L’aumento della deforestazione sarà immediato. Ho paura che si scateni una corsa all’oro, a chi arriva prima. Sanno tutti che chi occupa la terra illegalmente, potrà contare su autorità compiacenti. Saranno sicuri che nessuno li disturberà».

Le politiche ambientali di Bolsonaro sono legate all’atteggiamento razzista nei confronti delle minoranze e delle popolazioni indigene del Brasile. In un discorso dell’anno scorso, ha dichiarato che: «le minoranze devono piegarsi alla maggioranza … Le minoranze [devono] adattarsi o semplicemente svanire». Questo significa cancellare tutte le norme volte a proteggere il modo di vita degli indigeni. Il suo mantra è semplice: i diritti indigeni alla terra fanno parte di un complotto occidentale per creare stati separatisti amazzonici sostenuti dalle Nazioni Unite: «Presto o tardi, avremo decine di paesi all’interno [del Brasile]. Non avremo alcuna interferenza in questi paesi, il primo mondo sfrutterà gli indigeni e nulla ci resterà per noi», ha dichiarato lo scorso anno.

E difatti, Bolsonaro ha promesso di aprire terre indigene allo sfruttamento minerario e ad altre attività economiche. Circa il 13% del territorio brasiliano è riconosciuto come terra indigena, la maggior parte in Amazzonia. Queste riserve sono una barriera importante per proteggere la foresta, solo il 2% della deforestazione della foresta pluviale si è verificata all’interno del territorio indigeno.

La legge brasiliana protegge i diritti degli indigeni. L’articolo 231 della Costituzione del 1988 stabilisce che le popolazioni indigene hanno «diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato», sebbene la terra appartenga allo stato e non abbiano diritti di proprietà sui minerali.

Nel caso si verificassero opposizioni a questi piani, Bolsonaro potrebbe rispondere con l’abluzione della democrazia: il suo candidato vice-presidente, generale Antônio Mourão, ha proposto una nuova costituzione senza partecipazione popolare e ha adombrato l’ipotesi che Bolsonaro potesse proclamare un auto – colpo di stato.
Sia Bolsonaro che Mourão hanno difeso le violenze e le torture praticate della dittatura militare del Brasile, che ha e ucciso (intenzionalmente o attraverso la diffusione di malattie) migliaia di indigeni amazzonici, per fare spazio a strade e dighe idroelettriche nel cuore della foresta. Le forze armate non hanno mai riconosciuto nessuno dei crimini compiuti.

«Se vince, istituzionalizzerà il genocidio», dice Dinamam Tuxá, coordinatore nazionale dell’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile. «Ha già detto che il governo federale non sosterrà più i diritti degli indigeni, come l’accesso alla terra. Siamo molto spaventati. Ho paura per la mia stessa vita. Come leader nazionale, sono sicuro che sarò punito dal governo federale per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene».

Durante la campagna elettorale, Bolsonaro ha promesso che abolirà il ministero dell’Ambiente e trasferirà le sue funzioni al ministero dell’Agricoltura, il cui sogno è espandere le coltivazione. Il portafoglio agricolo sarà consegnato ai politici dalla «bancada ruralista», un gruppo conservatore di legislatori sostenuto dagli allevatori di bestiame e dai latifondisti della soia, che controllano circa un terzo del Congresso, che si sono opposti alle demarcazioni dei territori indigeni e sostenuto per la riduzione delle aree protette, al fine di espandere l’agricoltura nel territorio amazzonico. La settimana scorsa, questo gruppo ha formalmente dato il suo sostengo a Bolsonaro.

Nel 2012 Bolsonaro è stato colto sul fatto mentre pescava illegalmente in una riserva federale al largo di Rio de Janeiro e gli è stata inflitta una multa di 2.700 dollari. Da allora, come deputato, ha preso di mira l’agenzia ambientale IIbama, arrivando a presentare una proposta di legge che proibisce ai suoi agenti di portare armi, anche se operano in alcune delle zone più pericolose del paese. Tra le sue promesse, quella di togliere alll’Ibama il potere di rilasciare licenze ambientali. Questi poteri saranno ridistribuiti ad altre agenzie.

Questo significa, ad esempio, che l’agenzia federale non sarà più in grado di contenere progetti controversi come la riapertura dell’autostrada BR-319, ora in disuso, che taglia per i 890 km una delle aree più protette dell’Amazzonia, oltre al progetto di São Luiz do Tapajós, una gigantesca centrale idroelettrica progettata per essere costruita in un’area abitata dal gruppo indigeno Mundurukue, che sarà allagata.

Vi è inoltre il progetto di asfaltare l’autostrada BR-319, che collega Manaus a Porto Velho, e che consentirà l’apertura di una fitta rete di strade secondarie in grado di spazzar via vaste aree di foresta. Secondo uno studio dell’Ong Idesam, grazie a Bolsonaro un’area di foresta grande come la Germania e il Belgio messi insieme rischia di essere distrutta e di finire nelle mani di accaparratori di terre. I recenti tentativi di pavimentazione sono stati vietati da Ibama. Recentemente la lobby del bestiame ha cercato più volte senza successo di allentare la legislazione volta a contrastare il lavoro di schiavi. Ora rischia di avere il presidente e il governo dalla sua parte.

(Fonte Salva le foreste)