Bio, riciclabile, compostabile… l’imbroglio plastica continua

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Image by 3D Animation Production Company from Pixabay
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A che serve la Bioplastica? Ma con tanta plastica non degradabile che abbiamo, a che ci serve farne di Biologica, pseudodegradabile? Pare proprio un assurdo totale, a cui spesso non si pensa affatto

bottiglia bicchiere plastica acquaSiamo costantemente bombardati da notizie, servizi, articoli e spot su una varietà di processi che produrrebbero Biomateriali, ricavati da matrici organiche di scarto, da specifiche coltivazioni agricole o altre matrici, presentati come una panacea ecologica e sostenibile, alternativa alla produzione di materiali convenzionali qualificati come inquinanti, nocivi e non sostenibili. Prime fra tutte le così dette Bioplastiche.

Gli elementi di propaganda sono vari, utilizzati singolarmente o in combinata per decantare la valenza positiva di questi processi e materiali, ma sempre in maniera confusamente enfatica, mai ben distinti ed esaustivamente spiegati.

Vale quindi la pena di analizzare uno per uno i presunti meriti di questi ritrovati della moderna tecnologia (o Biotecnologia), come nostra abitudine in un quadro di riferimento globale e locale, temporale e spaziale, secondo criteri di sostenibilità completa.

E iniziamo proprio dalla Bioplastica, o meglio dalle Bioplastiche, vista la molteplicità delle formulazioni che ricadono in questa categoria secondo il senso comune.

Il suffisso psicologico Bio

La stessa parola «plastica» ormai tende ad accumulare una valenza psicologica e culturale del tutto negativa. Se ci si riflette, si verifica facilmente tale automatismo in ognuno di noi.

Frutto, da un lato, della costante rilevazione, anche inconscia, della sua diffusione e presenza ovunque, che siano ambienti antropizzati o naturali, non ultime le spiagge, il mare i boschi e ogni angolo del nostro mondo. La percezione è di sporco, di ingombro, di contaminazione, di presenza sbagliata, intrusiva, associata al costante richiamo sottile alla nostra responsabilità come sporcatori e danneggiatori della natura.

scheda plasticaMa frutto anche della alquanto recente intensa campagna mediatica contro la plastica, di cui viene mostrato l’effetto mostruoso su povere bestie indifese (dalla tartaruga strozzata alla balena spiaggiata piena di buste, reti e bottiglie) come anche la sua pericolosità per la nostra salute, attraverso la catena alimentare o quando viene bruciata.

Tutta tale (direi giusta) negatività pare però scomparire miracolosamente alla semplice apposizione del suffisso Bio alla parola, in quanto ciò facilita la nostra mente a liberarci del fastidio e della paura della plastica, immaginando come, ancora una volta, ingegno e tecnologia umana siano riusciti a risolvere il problema, salvandoci.

Bio sta per sano, buono, amico, nostro e della natura.

E la propaganda gioca proprio su questo.

Il Bio come materia prima

Una prima qualità di questi prodotti, presentata come intrinsecamente positiva, riguarda la materia prima originale di cui sono fatti o da cui si ricavano: non più fossile (petrolio e derivati) o minerale estrattiva, ma di origine Biologica, che vorrebbe significare naturale, atossica, sostenibile e quant’altro evocabile positivamente dal termine.

Image by Steve Buissinne from Pixabay
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Qui il termine subisce una dicotomia rappresentativa, separandosi in un campo in cui il materiale impiegato è rappresentato da un rifiuto organico e uno in cui è a sua volta il prodotto di un processo Biologico dedicato.

È evidente l’enfasi maggiore con cui si presenta la prima opzione: non solo si produce una materia Bio, ma si risolve anche un problema di gestione di rifiuti, liberandosene secondo «Economia Circolare». Sembrerebbe impossibile desiderare di meglio!

Nella seconda accezione matriciale la materia prima è frutto di coltivazioni agricole apposite (magari anche Ogm), o di Biotecnologie con impiego, per esempio, di microrganismi fotosintetici per produrre una Biomassa da impiegare, o di altri processi dedicati, sempre Biologici.

Quindi tutto Bene?

Forse no, almeno non tutto, e vediamo il perché.

Da rifiuti

Alcuni dei materiali di partenza definiti rifiuto, in realtà non lo sarebbero affatto, almeno non per la loro natura, ma solo per come oggi si gestiscono. Quindi il vantaggio sbandierato del loro impiego per farne Bioplastica non è affatto assoluto, ma solo fittizio. Materie come molti residui di processi agroalimentari oggettivamente sarebbero già riutilizzabili tal quali in altri processi virtuosi, anche alimentari, oppure semplicemente compostati per impieghi agricoli alternativi all’uso di fertilizzanti chimici. Il ragionamento vale anche per rifiuti, diciamo così, oggettivi, come la Forsu, che raccolta separatamente e pulita, attraverso il compostaggio di qualità diventa materia ammendante organica preziosissima per il suolo e per l’agricoltura. Tali destinazioni sono evidentemente più sostenibili, energeticamente favorevoli ed ecologicamente vantaggiose rispetto alla produzione di plastiche, anzi il loro mancato impiego in tali riutilizzi crea addirittura aumento del fabbisogno di chimica ed energia fossile per compensarlo. Quindi, se il rifiuto, o presunto tale, ha una migliore destinazione, farne plastica non sembra affatto un bene.

Altra cosa è, invece, se la materia di partenza è un rifiuto non buono per reimpieghi ecologici, o addirittura pericoloso a causa della sua composizione. Qui ci sarebbe da introdurre il classico ragionamento sulla opportunità, se non necessità, di rivedere i processi produttivi secondo Lca (valutazione del Ciclo di vita) di materie e prodotti perché questa tipologia di rifiuto non si formi più, anche secondo il principio delle 3 R, e in ogni caso un utilizzo per farne Bioplastica andrebbe comparato ad altre possibili opzioni di trattamento e riuso, in funzione della produzione di materie eventualmente più utili.

Insomma, le strategie di riuso dei prodotti di scarto in economia circolare sono auspicabili ogni qual volta ciò determini una riduzione del prelievo di materie prime naturali da un lato e della riduzione della produzione di rifiuto inutilizzabile dall’altro; come abbiamo visto, la produzione di Bioplastiche da rifiuto organico raramente hanno questa qualità, anche in misura del fatto che la Bioplastica prodotta non va affatto a sostituire l’immane massa di plastica già in circolazione, ma si aggiunge ad essa, con un effetto paradosso addirittura inibente tutti i processi di recupero di quella gettata o già sparsa in ambiente per un suo riutilizzo. Anche se da oggi in poi non si producesse più plastica da fossili, cosa lungi dall’accadere. Ma su questo torneremo.

Ma c’è dell’altro.

Infatti, quello che non viene detto è che mai queste matrici di rifiuto, buone o cattive che siano, vengono utilizzate tal quali e per intero per fare le Bioplastiche.

plastica spiaggiaLe materie con caratteristiche paragonabili alla plastica convenzionale sono sempre polimeri, come quelle derivate dal petrolio. La differenza sta nel fatto che i monomeri (i mattoncini da polimerizzare), nel caso delle classi Bio, sono estratti appunto dalla massa di rifiuto organico e trattati comunque chimicamente per essere polimerizzati. Per non appesantire questa trattazione con tutti i casi di matrici da rifiuto impiegate e tutti i Biopolimeri ottenibili (vedi di seguito scheda tecnica di dettaglio), soffermiamoci solo sul destino che ha il materiale residuo dopo l’estrazione della frazione polimerizzabile.

Se il rifiuto di partenza era già buono tal quale per reimpieghi di valore, è facile che, estraendone una frazione, il residuo sia diventato non più utilizzabile, almeno per gli scopi ecologici che poteva avere all’origine, diventando un rifiuto non più facilmente recuperabile. E non è un caso che molti dei processi di questo tipo si associno all’ulteriore estrazione di altri elementi dalla materia di partenza (fosforo, nutrienti, ecc.) per consegnare il residuo finale inesorabilmente alla discarica o peggio all’incenerimento. Detto in altre parole, si prende un possibile non rifiuto, per farne una inutile (come vedremo) Bioplastica, creando un rifiuto sicuro.

Da Biomasse appositamente prodotte

Un caso più emblematico appare quello della produzione di Bioplastiche da Biomasse a loro volta appositamente prodotte, tipo coltivazioni agricole (mais, soia, ecc.) o allevamento di microrganismi (alghe, batteri e altri piccoli organismi).

In questo caso, oltre a tutte le stesse considerazioni fatte per l’impiego di rifiuti, non si può che rilevare l’assurdità della destinazione di suolo e aree agricole non alla produzione di cibo, di cui abbiamo tanto bisogno, ma di materia per la plastica, facendo il paio con i Biocarburanti e qualche discutibile produzione di fibre.

Unica eccezione che si può fare riguarda l’uso di aree contaminate non destinabili a produzioni alimentari, ma sono casi particolari.

Per l’allevamento di organismi e microrganismi in teoria si potrebbe anche essere più indulgenti, ma resta da fare i conti con i residui dei processi estrattivi dei monomeri da un lato e col quesito madre dall’altro (ma veramente ci serve la Bioplastica?) con cui concluderemo questa lunga discettazione.

Il Bio come destino

La seconda caratteristica delle così dette Bioplastiche, che si associa alla sua natura Bio, è rappresentata dal loro destino, tecnologico e ambientale, ovvero che cosa accade una volta che anche queste hanno smesso di essere utilizzate e sono diventate un rifiuto.

La propaganda, e l’immaginario che ne deriva, le vuole «Biodegradabili», più recentemente «compostabili», almeno alcune. Il che si associa alla figurazione che, almeno queste, non ce le ritroveremmo a galleggiare vicino alla riva o a fare capolino in un prato di montagna. E si spera neanche nel piatto di sushi.

Ma c’è una bella differenza fra Biodegradabile e compostabile. Solo, la qualifica di «compostabile» è ormai ben codificata anche da un marchio, che dovrebbe essere di garanzia certificata, e dovrebbe significare che questo materiale, una volta gettato nella differenziata dell’umido, se questo va al compostaggio dovrebbe essere completamente degradato, diventando parte integrante del compost, anche di qualità. E già su questo cominciano i se e i ma. Infatti, la certificazione (UNI EN 13432) si ottiene quando il materiale è sottoposto a test standard di laboratorio in condizioni controllate e perfette di simulazione di un processo di compostaggio reale. Perfette … controllate … simulazione …, tre paroloni, a confronto della più svariata gamma di processi e impianti oggi sparsi per la penisola, dalla gestione talvolta attenta e rigorosa, talvolta scapestratissima, almeno a giudicare dagli effluvi che ne scaturiscono. Non parliamo se si tratta di compostaggio domestico o di comunità, per carità auspicabilissimi entrambi, ma certamente ben difficilmente prossimi alle condizioni standard di cui sopra. Quindi, anche la dicitura «compostabile» dovrebbe essere accompagnata quanto meno dalla frase «se siete bravi!».

Non a caso, in una recente nota del 5 settembre, il Cic, Consorzio italiano compostatori, sottolinea: «Lo standard europeo di compostabilità EN 13432 prevede sia il test di Biodegradabilità che di disintegrabilità, il che costituisce una sicura garanzia perché tali materiali siano considerati adatti ad essere recuperati attraverso i sistemi industriali di compostaggio». Per questo il Cic, da parte sua, nel 2006 ha creato un marchio (Compostabile Cic) il cui ottenimento prevede che la prova di disintegrabilità sia effettuata in scala reale, ossia in un impianto di compostaggio; questa prova garantisce dunque, una volta di più, la compatibilità dei manufatti compostabili con i sistemi industriali di compostaggio.

Sempre il Cic, nella sua nota, fra l’altro suggerisce: «i manufatti compostabili abbiano una immediata e facile riconoscibilità attraverso l’apposizione di uno specifico simbolo che identifichi la filiera di recupero a cui devono essere avviati, di cui potranno beneficiare nelle varie fasi del Ciclo sia il cittadino, sia il raccoglitore che, in fine, il compostatore». Ma sempre il Cic lancia un suggerimento molto più ambizioso e sostenibile, che è l’approccio corretto al problema, anche secondo le famose gerarchie europee: «si lavori sull’“ecodesign”, di cui si parla spesso, per facilitare il recupero/riCiclo di un manufatto immesso al consumo. Questo potrebbe costituire un esempio di progettazione ecologica di un bene in funzione del riciclo del bene stesso quando assumerà lo status di rifiuto».

mollette plastica 84Per la generica definizione di Biodegradabile, invece, non vi è nessuna garanzia di reale «Biodegradazione», anzi. Qualche giorno fa Alia (la più grande società toscana che gestisce i rifiuti urbani), ha invitato i cittadini a mettere i rifiuti in Bioplastica nel contenitore dei rifiuti non differenziati. «Una forchetta di Bioplastica non è la stessa cosa di un gambo di carciofo o una foglia di insalata. Piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti in Bioplastica rimangono in gran parte interi o si frammentano in micropezzetti che rendono il compost inutilizzabile. È un notevole danno, sia economico sia per la salute di tutti».

Questo per ciò che può accadere nella filiera della civile raccolta dei rifiuti.

Ma l’immaginario popolare poco sa o poco è interessato a questi dettagli tecnico-gestionali; come abbiamo detto, vuole figurarsi il fatto che questi materiali, una volta finiti in fiumi mare e boschi, siano demoliti, sparendo alla vista. Questo, purtroppo, non avviene per la plastica convenzionale, ma neanche per la cosiddetta Biodegradabile, e nemmeno per la compostabile. Se la prima richiede fino a secoli per sparire (alla vista, si intende, non alla Biochimica del globo) le altre due richiedono da anni (le non certificate come compostabili) a mesi (le compostabili). Solo le compostabili, poi, si può supporre che non liberino composti con una loro specifica prolungata permanenza, anche se invisibile; per le altre, invece, assolutamente no.

La fantasia delle lumache e dei batteri spazzini

Non ha a che vedere specificamente col discorso sulle Bioplastiche, ma la trattazione non sarebbe completa senza un cenno anche a questa questione.

Si sente e si leggono pubblicazioni scientifiche su microrganismi, o addirittura animali, che avrebbero imparato a nutrirsi di alcune plastiche convenzionali. Ed è tutto vero, non sono fake (solo per fare qualche esempio).

Come questo ci posa aiutare, però, è tutta un’altra questione.

A chi studia l’ecologia evolutiva, appare normale che la natura, trovandosi fra le scatole tantissima plastica, nei secoli o millenni generi anche qualche specie che ne approfitti per nutrirsene. Ci sono altre storie simili in archeoBiologia, anche se non legate all’opera dell’uomo.

Oggi, però, l’azione Biologica degradativa appare di assoluta nicchia, destinata a non incidere sulle strategie antropiche che riguardano questi materiali. Ciò per vari motivi fondamentali.

Il primo riguarda il fatto che i fenomeni Biodegradativi riscontrati si sono sviluppati prevalentemente in condizioni forzate di laboratorio, in cui, come minimo, alle povere bestiole, per sopravvivere, veniva data un’unica possibilità: «o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra» per renderla di facile intuizione. Le stesse specie, in natura, probabilmente non si sognerebbero di scegliere la plastica come pappa, potendo disporre di una mensa variegata, più appetibile e nutriente.

Oppure, soprattutto i batteri, sono stati isolati da ammassi di plastica alla deriva, dove la condizione minestra-finestra si è creata da sola, nel cuore dell’ammasso.

Il secondo è di natura cinetica: per quanto detto prima, i processi degradativi e di crescita di queste specie su substrato plastica sono lenti, per nulla compatibili con la speranza di ripulire l’ambiente dall’enorme massa di plastica circolante nel giro di anni o decine di anni. Questo anche se pensassimo di allevare enormi masse di questi spazzini (magari ingegnerizzate) per poi spruzzarle o depositarle in ambiente per accelerare i processi. Le dinamiche naturali prevarrebbero con molta probabilità, e nel giro di poco si tornerebbe alle lente cinetiche di adesso.

Infine, nessuno può sapere, ora, quali sottoprodotti di degradazione si libererebbero, non essendo tutta la struttura molecolare della plastica utilizzabile per produrre la Bioenergia di cui queste specie necessitano; la cura potrebbe rivelarsi peggiore del male, e certamente non sono auspicabili avventure alla cieca da apprendisti stregoni.

Infine, non ci piove che qualsiasi sia il processo Biodegradativo della plastica, fra i sottoprodotti ci sia la CO2. E rieccoci con l’immissione di gas climalteranti da una massa carboniosa solida, che per ora sta ferma e trattiene carbonio a livello di crosta terrestre, lontano dall’atmosfera, che ci piaccia o no.

Proviamo a concludere, per rispondere alla domanda «a che serve la Bioplastica?»

Quanta plastica non Bio è in circolazione nel mondo? Al 2015 la situazione era la seguente:

  • più di 6 miliardi di tonnellate presenti;
  • ogni anno 375 milioni di tonnellate prodotte (50 chili a testa)
  • riciclata solo per il 9% (in Europa 40%)
  • il resto va nell’ambiente (circa 100 milioni di tonnellate in più l’anno)
  • o in discarica o bruciata (inceneritori o incendi) per 241 milioni di tonnellate

E da allora le quantità si sono incrementate di più percentuali.

È evidente che, ammesso un impossibile stop alla produzione a partire da oggi, l’umanità sia chiamata ad un immane sforzo di «ripulitura» di mari e terre da quella che già c’è.

Ma non completeremmo l’analisi se non dicessimo che quasi tutta la plastica dispersa viene da prodotti usa e getta: monouso o imballaggi.

E qui scatta la prima considerazione sulla produzione di Bioplastica: la vogliamo degradabile per continuare a gettarla subito dopo l’uso, quindi continuando con l’usa e getta?

Poi segue la seconda: e di tutta quella non Bio che recuperiamo con la differenziata, sommata a quella che auspicabilmente ripuliremo da mari e boschi, che ne facciamo, tenendo conto che si tratta di carbonio solido, assolutamente da non bruciare (PCB, Diossine e ceneri a parte, ovviamente)? Se ci riempiamo di Bioplastica non ci sarà nessun incentivo né al riciclo né alla raccolta ambientale di quella non Bio. Ci resterebbe solo la discarica, o accettare di aumentare il riscaldamento globale e vivere tutti come la povera gente del rione Tamburi di Taranto.

E la logica conclusione che sintetizza queste due:

Ma con tanta plastica non degradabile che abbiamo, a che ci serve farne di Biologica, pseudodegradabile? Pare proprio un assurdo totale, a cui spesso non si pensa affatto.

La logica, il buon senso e l’ecologia ci suggeriscono, invece, di spingere al massimo per smettere di produrne, di qualsiasi tipo sia, per il recupero di quella che già c’è in prodotti durevoli, da riciclare a loro volta quando si rompono, e di produrre solo piccole quantità di materiali compostabili, per i contenitori della raccolta dei rifiuti umidi e di tutte le vere esigenze di monouso, soprattutto per igiene pubblica e sanitaria, non certo per stoviglie ed imballaggi.

Chiudiamo con una chicca: lo sapevate che esiste una cooperativa di giovani che per feste, ricevimenti, pic-nic e altro vi fitta stoviglie e posate a 4 soldi? Tutto in plastica vera convenzionale, sterile, atossica, durevole e riciclata. Visto come è facile fare ed essere sostenibili?

 

Massimo Blonda