Buone pratiche, siamo alle prime due «etichette»

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A gennaio termina il ciclo di verifica e saranno annunciate. E ci sono altre pratiche aperte e in corso d’apertura. L’etichetta Buona Pratica, rilasciata dalla Fondazione di Partecipazione delle Buone Pratiche, come nuovo marchio di fiducia. Tutto verificato attraverso una lunga e severissima lista di parametri, da cui scaturisce un punteggio finale di valutazione della «candidata» buona pratica

A giugno scorso segnalammo la nascita a Bari di una Fondazione sui generis, quella delle Buone pratiche, organizzata da un gruppo di professionisti che vogliono porsi come riferimento e megafono di quelle che vengono chiamate le buone pratiche. Non raccolta di soldi, inviti a buone intenzioni ma a fatti. L’iniziativa fu illustrata da Massimo Blonda, noto professionista, che è fra i promotori, e scrisse quello che poteva essere definito una sorta di manifesto politico.

Ora, per sapere come si sta muovendo questa Fondazione e per conoscere eventuali novità, abbiamo rivolto qualche domanda al presidente della neocostituita Fondazione di partecipazione delle Buone Pratiche, ing. Massimo Guido.

Ingegnere, oggi approvate il manuale delle buone pratiche, ma il termine Buone Pratiche è alquanto inflazionato. Per voi che cosa significa?

Il significato che noi attribuiamo al termine «Buona Pratica» è definito nei nostri stessi documenti fondativi, e non è generico o soggetto a eccessi di discrezionalità interpretativa. Si intende «una Azione umana individuale o collettiva già svolta o in corso di svolgimento,   un Prodotto già realizzato o in corso di realizzazione; un Servizio già erogato o in corso di erogazione, che contemporaneamente si orienti e contribuisca coerentemente allo sviluppo sostenibile ambientale, sociale, culturale ed economico dell’umanità; si orienti al contrasto, alla prevenzione e all’adattamento ai cambiamenti climatici globali e locali; risulti inclusivo; favorisca l’equità sociale e l’accoglienza». Tutto verificato attraverso una lunga e severissima lista di parametri, da cui scaturisce un punteggio finale di valutazione della «candidata» buona pratica.

Perché insistete sul «già»? Non possono esistere delle buone pratiche non ancora realizzate?

Ma certo che possono esistere, e ci auguriamo che ce ne siano tante pronte per realizzarsi; ma per ora vorremmo dedicarci a quelle che, essendo già realizzate e in corso, dimostrino di essere fattibili, riproducibili, quindi immediatamente disseminabili. In questa maniera si può saltare la fase di verifica di fattibilità, semplicemente contando sull’esperienza maturata da chi ci è già riuscito.

In che consiste questa lista di severissimi parametri di valutazione a cui sottoponete una pratica, prima di affibbiarle la qualifica di «Buona»?

È un classico sistema a crediti, su argomenti come natura e biodiversità, clima acqua, suolo e servizi ecosistemici, energia, materie prime, produzione e gestione dei rifiuti, gestione e distribuzione degli utili, forza lavoro, benessere.

Ma che cosa ci guadagnerebbe chi si sottopone a questa valutazione?

L’etichetta Buona Pratica, rilasciata dalla Fondazione di Partecipazione delle Buone Pratiche, come nuovo marchio di fiducia. Però c’è da dire che, per ottenerla, assolutamente gratuitamente, qualche cosa bisogna comunque versare: il manuale di disseminazione, utile a chi volesse riprodurre l’iniziativa e un monte ore nella nostra banca del tempo, sempre a disposizione per accompagnare chi volesse duplicare l’esperienza.

Ma allora, chi teme la concorrenza è già automaticamente fuori?

Guardi, non siamo certo noi che taglieremmo fuori attività commerciali che dall’essere veramente e totalmente sostenibili ricevono un vantaggio competitivo, anzi! Il fatto è che a tale livello di sensibilità e coerenza etica, arrivano in pochi, e in genere spinti da un forte anelito di cambiamento. Ci aspettiamo, quindi, che gli spazi di mercato siano amplissimi da un lato, ma anche la disponibilità, se non proprio l’auspicio, di questi «illuminati» a vedersi copiati.

Ingegnere, a quando il rilascio della prima etichetta?

Al momento abbiamo 4 pratiche aperte e in corso di apertura, e cominciano a crescere le richieste di informazioni. La procedura per il rilascio non è brevissima, comprendendo anche un vero e proprio contratto d’uso dell’etichetta. Diciamo che entro gennaio almeno le prime due etichette dovrebbero essere guadagnate dai primi richiedenti, speriamo.

 

È certamente un percorso originale e che incuriosisce non poco. Ci auguriamo che questa Fondazione possa fare molta strada perché è necessario cambiare le regole del gioco e, soprattutto, avviarsi verso un modo di produzione e un mondo di prodotti che non sottraggano energie al pianeta. Vedremo le prime etichette e speriamo siano le prime di una lunghissima serie.

 

I. L.