Covid-19, clima e… zombi

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Passa il tempo, aumentano le conoscenze, la storia si arricchisce di dati e prove, ma l’uomo si comporta sempre come un eterno smemorato, come uno zombi colpito da chissà quale malattia e sempre più avvitato nel suo delirio di onnipotenza, nella convinzione di dominare tutto, anche i suoi errori

Mi hanno lasciato sempre perplesso l’incapacità umana di adeguarsi con rapidità all’esigenza ambientale e la discrasia fra le conoscenze e l’azione.

Questa epidemia del Covid-19 sta mettendo a nudo tutte queste cose che, sommate alle interferenze commerciali, politiche, culturali e della globalizzazione non lasciano proprio tranquilli per il nostro futuro.

Dovremmo esserci abituati a questi comportamenti dei nostri simili, ma quando entrano in ballo aspetti che toccano direttamente la nostra sopravvivenza le cose cambiano. E vengono in mente i tanti film catastrofisti che ci hanno prefigurato scenari da fine del mondo.

Catastrofismo, appunto, è l’accusa che più è stata usata contro chi segnalava comportamenti a danno per l’ambiente e l’uomo, derivati da una spinta eccessiva e ingiustificata delle azioni umane.

Le conoscenze e le capacità di distinguere l’attendibilità di una fonte c’erano e ci sono ma, inspiegabilmente, la popolazione tende a confondere tutto in una melassa dannosa prima di tutto per se stessi, come sta dimostrando la reazione a questa epidemia.

Le epidemie

Nel sito Epicentro, portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, a cura dell’Istituto superiore di sanità, c’è un’accurata sintesi delle pandemie del Ventesimo secolo. In questo secolo si sono verificate tre pandemie influenzali: nel 1918, 1957 e 1968: Spagnola, Asiatica e Hong Kong.

Si sa che sono state causate da tre sottotipi antigenici differenti del virus dell’influenza A, rispettivamente: H1N1, H2N2 e H3N2.

Sebbene non classificate come pandemie, tre importanti epidemie si verificarono anche nel 1947, nel 1977 e nel 1976.

Si stima che un terzo della popolazione mondiale fu colpito dalla Spagnola (H1N1) del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.

Dopo la pandemia del 1918, l’influenza ritornò al suo andamento abituale per tutti gli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, fino al 1957, quando si sviluppò la nuova pandemia: l’Asiatica (H2N2). All’epoca il virus era stato isolato nell’uomo nel 1933 e poteva essere studiato in laboratorio.

Tranne le persone con più di 70 anni, la popolazione non aveva difese contro il virus.

Il «New York Times» in un articolo descrisse l’epidemia che aveva coinvolto circa 250.000 persone in un breve periodo ad Hong Kong.

Il virus dell’Asiatica (H2N2) era destinato ad una breve permanenza tra gli esseri umani e scomparve dopo soli 11 anni, soppiantato dal sottotipo A/H3N2 Hong Kong nel 1968.

Come nel 1957, la nuova pandemia provenne dal Sud Est Asiatico e anche questa volta fu la stampa a dare l’allarme con la notizia di una grande epidemia in Hong Kong data dal «Times» di Londra. Nel 1968, come nel ’57 le comunicazioni con la Cina continentale erano poco efficienti.

Poiché l’epidemia si trasmise inizialmente in Asia, ci furono importanti differenze con quella precedente: in Giappone le epidemie furono saltuarie, sparse e di limitate dimensioni fino alla fine del 1968. Il virus fu poi introdotto nella costa occidentale degli Usa con elevati tassi di mortalità, contrariamente all’esperienza dell’Europa dove l’epidemia, nel 1968–1969, non si associò ad elevati tassi di mortalità.

In Italia l’eccesso di mortalità attribuibile a polmonite ed influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20.000 decessi.

Nel 1977 ci fu l’epidemia dell’influenza Russa (H1N1). Questa epidemia si era diffusa nel maggio 1977 nel nord est della Cina, ma fu denominata «Russa». Essa si diffuse rapidamente ma soprattutto o quasi unicamente tra i giovani con meno di 25 anni, con manifestazioni cliniche lievi, anche se tipicamente influenzali.

«Successivamente abbiamo già avuto delle avvisaglie, dalla Sars ad Ebola fino alla pandemia influenzale del 2009 H1N1 “suina”, quest’ultima forse la più vicina a quello che stiamo osservando oggi. Il precedente più interessante ed emblematico riguarda il virus del morbillo, che deriva dal virus della peste bovina, il quale si è avvicinato all’uomo quando l’Homo sapiens ha addomesticato il bovino», scrive Ilaria Capua sul «Corriere della Sera».

Inquinamento e cambiamenti climatici

Siccome, come dice un detto popolare, la mamma dei cretini è sempre in cinta, riecco i nuovi catastrofisti che fanno compagnia ai terrapiattisti e ai complottisti che «rivelano» un’azione voluta di manipolazione di questo virus per danneggiare la Cina con scopo finale una guerra. Ci vuole poco a valutare l’inconsistenza di tale teoria poiché non si è mai visto che per fare un danno ad una persona si usa un sistema che alla fine danneggia anche chi vorrebbe trarne vantaggi.

Siamo alle solite: è un problema di fonti. E l’obnubilazione che sta colpendo come un virus la mente della popolazione rende incapaci di fare la differenza.

Ad esempio vengono ignorate le ripetute e annuali segnalazioni dell’Oms sui danni dell’inquinamento atmosferico.

L’Oms stima che circa 7 milioni di persone muoiano ogni anno dall’esposizione a particelle fini in aria inquinata che penetrano in profondità nei polmoni e nel sistema cardiovascolare, causando malattie tra cui ictus, malattie cardiache, cancro ai polmoni, malattie polmonari ostruttive croniche e infezioni respiratorie, compresa la polmonite.
L’inquinamento atmosferico esterno da solo ha provocato circa 4,2 milioni di morti nel 2016, mentre l’inquinamento atmosferico domestico dovuto alla cottura con combustibili e tecnologie inquinanti ha provocato 3,8 milioni di morti nello stesso periodo.

Vengono ignorati da decenni i rapporti degli scienziati dell’Ipcc sui cambiamenti climatici. Lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento delle temperature, i danni alla biodiversità, gli sconvolgimenti climatici… tutto segnalato e denunciato da tempo come dimostra, ad esempio, anche un nostro articolo, nel primo numero di «Villaggio Globale» del marzo 1998, scritto da Vincenzo Ferrara che all’epoca era Capo della Divisione ambiente globale e mediterraneo dell’Enea.

Come uno zombi

Passa il tempo, aumentano le conoscenze, la storia si arricchisce di dati e prove, ma l’uomo si comporta sempre come un eterno smemorato, come uno zombi colpito da chissà quale malattia e sempre più avvitato nel suo delirio di onnipotenza, nella convinzione di dominare tutto, anche i suoi errori.

E così, si ascoltano i negazionisti del clima, i complottisti, i rappresentanti di partito, si assiste divertiti, a volte, ai contrasti fra scienziati irresponsabili che non capiscono niente della comunicazione e senza capire, noi stessi, dove esiste il contrasto in questioni dove non abbiamo gli strumenti necessari per comprendere.

E, intanto, come un gregge ottuso, siamo spostati di qua e di là dalle forze economiche che sono i veri piloti delle nostre incertezze.

Forse è arrivato il momento di aprire gli occhi, non possiamo scegliere di autodistruggerci, di ignorare quello che ci dicono i sanitari per far fronte a questa nuova epidemia solo perché non ci piace il governo che c’è, o perché non vogliamo rinunciare a scendere in pista e farci una bella scorrazzata con gli sci.

Non possiamo mandare il nostro cervello all’ammasso, rinunciare al senso critico e parlare per slogan.

Ora il muso l’abbiamo sbattuto contro il nostro disordine alimentare, contro le stagioni che non ci sono più, contro l’inconsistenza di religioni e tradizioni magiche, contro i suonatori di piffero. Che aspettare ancora per cambiare rotta?

Ma, attenzione, il nostro senso critico deve continuare a guidarci sempre, non si tratta di firmare nessuna cambiale in bianco a nessuno.

Se la natura ci ha consegnato la vivibilità della Terra, vuol dire che qualcosa da insegnarci ce l’ha. Noi, ultimi arrivati su questo pianeta, non possiamo avere la presunzione di cambiare le carte in tavola, di far diventare erbivori i carnivori e carnivori gli erbivori, insegnare ai boschi qual è la migliore gestione forestale, cambiare la chimica dell’aria e dell’acqua e tutto ciò senza subirne conseguenze.

Ecco, per non sbagliare, atteniamoci alla natura, e tutti i problemi si risolveranno.

 

Ignazio Lippolis