Il mistero della cassa dei Mille

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Ippolito Nievo

Ippolito Nievo fu incaricato di fare un’indagine e alla fine riempì dei bauli con i documenti ma la nave colò a picco e finirono in fondo al mare del golfo di Napoli e non più ritrovati. È questa una pagina tanto inquietante, quanto poco conosciuta, estrapolata tra i tanti e controversi eventi che portarono all’unità d’Italia. Eventi che non furono tutti eroici né tanto meno edificanti. Ma questo la vulgata scritta dai vincitori non potrà mai riconoscerlo

Ippolito NievoL’unità d’Italia è una storia lunga, tortuosa, piena di contraddizioni e di episodi poco chiari e non sempre chiariti in modo oggettivo. È una parte della nostra storia che ci riguarda da vicino, non solo storicamente ma anche per le ripercussioni che ebbe e che, per certi versi, ha ancora per le strade che la nostra nazione ha poi dovuto percorrere.

Pubblichiamo alcuni articoli senza la volontà di sposare o promuovere alcuna fazione ma solo con lo scopo di approfondire e promuovere la conoscenza del nostro recente passato.

 

Qualche anno fa Fazi Editore ha pubblicato un romanzo storico di Paolo Ruffilli dal titolo «L’isola e il sogno» (Roma 2011) interamente dedicato alla vita, breve ma avventurosa, di Ippolito Nievo, l’autore de «Le confessioni di un italiano», opera uscita postuma nel 1867. In realtà, però, va detto, che la vita del nostro non fu per niente romanzata ma ebbe risvolti drammatici e, nello stesso tempo inquietanti, che gettano una luce cupa sulla ridondante epopea risorgimentale. Ma procediamo con ordine. Ippolito era nato nel 1831 a Padova da un’agiata famiglia.

Giovanissimo aveva partecipato attivamente ai moti del 1848. Ma era stato soprattutto l’incontro con Giuseppe Garibaldi a condizionare la sua vita, tanto che nel 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi per poi indossare la camicia rossa e partecipare, l’anno seguente, alla spedizione dei Mille. Il giovane Ippolito si comportò così bene in Sicilia che il generale di rosso vestito lo nominò vice-intendente generale della spedizione.

Il Nievo compilò un diario in cui annotò con precisione certosina tutti gli accadimenti che si verificarono dal 5 al 28 maggio del 1860. In seguito fece ritorno a Torino soddisfatto di aver dato il suo apporto alla causa dell’unità nazionale. Nel frattempo, però, le cose avevano preso una piega non proprio prevista.

Garibaldi, infatti, era stato messo da parte senza troppi riguardi (il 9 novembre aveva abbandonato Napoli e si era ritirato nel bucolico esilio di Caprera) e ogni cosa veniva vagliata e decisa dal re Vittorio Emanuele II e dal suo astuto primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, attraverso una gestione di luogotenenza che aveva insediato a Napoli alcuni fedelissimi alla corona sabauda.

L’aver esautorato completamente Garibaldi, però, si rivelò assai pericoloso. Il generale godeva ancora, e non solo in Italia, di moltissime simpatie e la sua impresa era stata esaltata da tutti gli organi d’informazione del continente europeo. La manovra sabauda, insomma, rischiava di far esplodere una polveriera i cui effetti avrebbero anche potuto essere destabilizzanti per la nazione italiana che si era appena costituita e che si reggeva su gambe malferme.

Ma allora il diabolico conte di Cavour ne pensò un’altra delle sue. Per mezzo di alcuni emissari iniziò a far circolare voci sull’allegra gestione finanziaria che avrebbe caratterizzato la spedizione di Garibaldi in Sicilia. Erano soltanto voci oppure c’era qualcosa di vero? Difficile saperlo con matematica certezza. Sta di fatto che il gigantesco fiume di denaro raccolto grazie alle generose sottoscrizioni effettuate sia in Italia sia all’estero (specialmente in Inghilterra), che poi aumentò considerevolmente grazie alla confisca dei depositi finanziari del governo borbonico sull’isola, raggiunse la stratosferica cifra di 600 milioni di lire.

Garibaldi affidò l’amministrazione di tale ingente patrimonio ad Agostino Bertani, medico milanese di fervente fede repubblicana, di fatto il «cassiere» della spedizione dei Mille. Nessuno ha mai potuto accertare se Bertani abbia impiegato quel denaro o, per lo meno una parte di esso, per fini che niente avevano a che vedere con la rivoluzione. Una cosa però è certa: all’improvviso il medico meneghino diventò ricchissimo, il che prima non era. Una circostanza che, al di là della subdola manovra di Cavour, fece ingenerare moltissimi sospetti.

Bertani tentò di difendersi dalle accuse presentando un rendiconto in cui elencava nei dettagli le entrate e le uscite della spedizione. Ma neanche quest’operazione riuscì a dissipare dubbi e perplessità sul suo operato. Anche perché da quei conti risultava un residuo di 17 milioni di lire che, però, in cassa non c’era. Dov’erano finiti quei soldi? Mistero. Né Bertani seppe giustificare il clamoroso ammanco. Ed è proprio in questo momento che torna alla ribalta il nostro Ippolito Nievo che da vice intendente aveva curato la gestione finanziaria della spedizione, lavorando a stretto contatto di gomito con il Bertani. Anzi, mentre quest’ultimo dirigeva il tutto da Genova, egli si trovava proprio lì, in Sicilia. Per questo a Torino pensarono bene di affidare al Nievo il delicato incarico di tornare sull’isola per cercare di recuperare ogni sorta di documentazione sulla gestione finanziaria dell’impresa garibaldina.

Una missione che anche Garibaldi vedeva di buon occhio, conoscendo la zelo e la precisione del giovane Ippolito, anche perché in tal modo sperava di mettere fine a quella ridda incontrollata e denigratoria di voci. Nievo, nel suo diario, aveva annotato con precisione maniacale ogni cosa. Compreso il numero degli arruolati, le paghe ad essi corrisposte, i costi delle forniture militari e le spese di gestione. Spesso si era trovato in disaccordo con i responsabili della guerra del governo dittatoriale, riscontrando un’enorme confusione e conti che non quadravano.

Ippolito si imbarcò sul vapore «Elettrico» a Napoli il 15 febbraio del 1861 e giunse a Palermo tre giorni dopo. Verso la fine del mese, dopo aver raccolto un’imponente documentazione cartacea che stipò in sei capienti casse, si imbarcò sul vapore «Ercole» per far ritorno a Napoli.

Sulla nave, al comando del capitano Michele Mancino, vi erano 63 marinai, 12 passeggeri e 233 tonnellate di merci. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, giunti quasi in vista dell’isola di Capri e, quindi, molto vicini alla meta, la nave improvvisamente s’inabissò. Non ci fu alcun superstite. Si trattò, in effetti, di una strana circostanza. Forse quella vecchia carretta aveva avuto un cedimento strutturale. O forse no. Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, parecchi anni dopo, parlò senza mezzi termini di affondamento provocato da un’esplosione. L’«Ercole», insomma, fu fatto saltare in aria e sprofondare negli abissi marini proprio per distruggere prove lampanti di situazioni poco lecite e compromettenti. Ma per chi? Per Garibaldi o per i suoi amici/nemici di Torino? Una domanda alla quale, ormai, nessuno potrà più dare risposta.

La scomparsa di quei documenti, nei quali si trovava la chiave per risolvere il mistero, non placò le polemiche tra cavouriani e garibaldini che anzi proseguirono roventi per un bel pezzo. E se i primi continuavano ad evidenziare l’allegra gestione finanziaria e le ruberie dei garibaldini nel periodo della dittatura siciliana, quest’ultimi, invece, parlavano di misteriosi agenti del primo ministro entrati in azione per cancellare scomode verità. Come quelle contenute nei bauli di Ippolito Nievo finiti in fondo al mare del golfo di Napoli e non più ritrovati.

È questa una pagina tanto inquietante, quanto poco conosciuta, estrapolata tra i tanti e controversi eventi che portarono all’unità d’Italia. Eventi che non furono tutti eroici né tanto meno edificanti. Ma questo la vulgata scritta dai vincitori non potrà mai riconoscerlo.

Fernando Riccardi