Xylella, altre conferme dal protocollo Scortichini

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Tratturo ulivi P Catino
Foto di repertorio di P. Catino

Uno studio attesta che si può convivere senza che la produzione debba soffrire in modo evidente. I dati dello studio portato avanti da 3 e 4 anni. Il medesimo composto a base di zinco, rame ed acido citrico ha mostrato spiccata azione di contenimento nei confronti della «cimice asiatica». Qualcuno dovrà pur spiegare perché è stata intrapresa una direzione contraria alle evidenze scientifiche prodotte da studi interdisciplinari che dimostravano, da tempo, che la convivenza con Xylella era possibile con un approccio di facile gestione, ecosostenibile e dal costo contenuto

Un’altra ricerca è stata effettuata su aziende che hanno seguito il protocollo di convivenza con Xylella fastidiosa da 3 e 4 anni. Come noto il batterio della Xylella fastidiosa subsp. pauca (Xfp) si è diffuso nel Salento provocando danni rilevanti agli oliveti. È un grave problema che investe aspetti agricoli, economici e culturali di quest’area del sud Italia. Da anni si alternano iniziative che, essenzialmente, si misurano con un contenimento della diffusione basato sull’abbattimento di alberi e su aree di isolamento.

Tuttavia si è anche affermato un tentativo sperimentale di cura che sta dando i suoi frutti, al fine di fornire una strategia di controllo mirata a mantenere la produttività dell’albero in aree infette. La ricerca ha valutato l’efficacia a medio termine in vitro e in planta di uno zinco-biocomplesso rame-acido citrico. «Il composto — si legge nell’ultimo lavoro diffuso con nuovi risultati — ha mostrato un’attività battericida in vitro e inibito la formazione di biofilm in ceppi rappresentativi della sottospecie X. Fastidiosa, incluso Xfp isolato in Puglia dagli ulivi. La valutazione intermedia sul campo della strategia di controllo valutata da la PCR quantitativa real-time su 41 alberi di due oliveti dell’area “infetta” ha rivelato un valore basso concentrazione di Xfp nel corso delle stagioni sulla regolare irrorazione del biocomplesso su 3 o 4 anni consecutivi».
Per avere maggiori particolari su questi nuovi dati, abbiamo rivolto alcune domande al dott. Marco Scortichini che è, da anni, l’artefice di questo lavoro.
Alla ricerca hanno anche collaborato: Giuseppe Tatulli, Vanessa Modesti, Nicoletta Pucci, Valeria Scala, Alessia L’Aurora, Simone Lucchesi (tutti del Council for Agricultural Research and Economics, Crea, Research Centre for Plant Protection and Certification); Manuel Salustri (Dipartimento di Biologia Ambientale, Sapienza University of Rome ), Marco Scortichini (Council for Agricultural Research and Economics, Crea, Research Centre for Olive), e Stefania Loreti (Council for Agricultural Research and Economics, Crea, Research Centre for Plant Protection).

Dottor Scortichini quali sono gli aspetti più importanti di questo nuovo studio?

In questo studio abbiamo ulteriormente analizzato le proprietà battericide del biofertilizzante a base di zinco, rame ed acido citrico nei confronti di Xylella fastidiosa, estendendo l’analisi a tutte le sottospecie del patogeno, inclusa la «pauca» che è quella associata al deperimento dell’olivo nel Salento. Successivamente, abbiamo illustrato i risultati di campo e delle analisi molecolari sulla concentrazione del batterio in due oliveti salentini colpiti dalla malattia che hanno adottato il protocollo di difesa da alcuni anni. In altre parole, è stato effettuato un controllo di efficacia di medio termine, dopo 3 e 4 anni, dall’inizio dei trattamenti.

Il composto ha mostrato notevoli capacità battericide nei confronti di tutte le sottospecie del batterio inibendo la crescita di Xylella anche quando molto diluito. Tale prodotto ha anche avuto effetto positivo nel ridurre notevolmente i biofilm prodotti dal patogeno, che sono quelli che provocano i noti avvizzimenti dell’albero. Viene, quindi, confermata ed estesa la notevole capacità inibitoria del composto nei confronti di Xylella fastidiosa. Tale prerogativa si riflette sui dati di efficacia di campo nel contenere il progredire dell’infezione in oliveti salentini infetti. Nel corso del 2019, infatti, è stata effettuata un’approfondita analisi molecolare, mediante PCR quantitativa in tempo reale, sulla presenza del batterio in due oliveti salentini che a partire dal 2016 o dal 2017 avevano iniziato a trattare regolarmente (una volta al mese nel periodo primaverile-estivo) gli alberi. A riguardo sono stati analizzati complessivamente ben 41 olivi. Le analisi hanno evidenziato una concentrazione del patogeno piuttosto costante nel corso dell’anno, con una tendenza alla sua diminuzione a seguito dei trattamenti alla chioma. Va sottolineato che gli alberi-controllo, cioè quelli non sottoposti ad alcun trattamento e che sarebbero stati utilizzati per confrontare la concentrazione del patogeno con quelli trattati, sono tutti morti. I dati sugli avvizzimenti dei rami rilevati lungo la stagione nei due oliveti hanno evidenziato un numero di rami avvizziti molto basso. Inoltre, entrambi gli oliveti hanno fornito una buona produzione di olive.

Da questi ulteriori dati sembrerebbe confermato che è possibile convivere con Xylella

Le ricerche effettuate a partire dal 2015 hanno, in effetti, confermato che, qualora si fossero adottate le tecniche di contenimento del batterio da noi proposte già da qualche anno si sarebbero potuti salvare molti ettari di oliveti salentini. Si ribadisce che «convivere» con un patogeno non significa eliminarlo dall’oliveto ma portarlo ad una concentrazione tale da non compromettere la vitalità e la produttività dell’albero che è proprio quello che emerge da questi ulteriori studi appena pubblicati. La convivenza con le malattie è la norma in agricoltura.

Oltre ai dati sull’efficacia sul batterio ci sono altre evidenze positive dei trattamenti sugli alberi infetti?

In tale ambito il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche dell’università del Salento ha effettuato una serie di studi mediante un approccio metabolomico che evidenziano come, in seguito ai trattamenti con il biofertilizzante, gli alberi infetti inizino rapidamente a riprogrammare il proprio metabolismo verso una normale fisiologia che risultava alterata a causa dell’infezione del batterio. Sono stati individuati, inoltre, alcuni composti che evidenziano sia un albero infetto o che, al contrario, un albero che sta recuperando la normale funzionalità a seguito dei trattamenti. Tali studi confermano, da un’altra prospettiva, quello che si rileva a seguito delle analisi molecolari sulla concentrazione del batterio nell’albero a seguito dei trattamenti fogliari.

Qualcuno sostiene che mantenere in vita gli oliveti con i trattamenti sia una sorta di «accanimento terapeutico».

Questo studio, effettuato dopo 3 e 4 anni dall’inizio dei trattamento nelle aziende, dimostra proprio il contrario. Gli oliveti trattati, infatti, sono ormai «oasi» di verde in un deserto di alberi avvizziti. Si fa notare che anche nel corso della difficile annata del 2020, caratterizzata da temperature estive molto elevata e dalle difficoltà di gestione degli oliveti a seguito delle norme anti-Covid, entrambi gli oliveti oggetto dello studio hanno continuato a produrre. C’è da dire, piuttosto, che è stata la costante dissuasione a far intraprendere agli olivicoltori salentini una qualsiasi pratica di contenimento della malattia che ha provocato l’abbandono degli impianti e il conseguente degrado del territorio. Qualcuno dovrà pur spiegare perché è stata intrapresa una direzione contraria alle evidenze scientifiche prodotte da studi interdisciplinari che dimostravano, da tempo, che la convivenza con Xylella era possibile con un approccio di facile gestione, ecosostenibile e dal costo contenuto. Vale la pena di ricordare che l’agro-ecosistema olivicolo del Salento ha, o aveva, una storia plurimillenaria.

Qualcuno si sorprende che un fertilizzante possa avere tali proprietà curative…

Molti fertilizzanti vanno visti anche come stimolanti delle difese della pianta. Quelli che contengono molecole note oltre che per le loro proprietà nutritive anche per le loro capacità inibitorie nei confronti di microrganismi fitopatogeni, possono, in alcuni casi, assolvere a funzioni di contenimento. A proposito si ricorda che il medesimo composto a base di zinco, rame ed acido citrico utilizzato in Salento per il contenimento di Xylella ed oggetto dei nostri studi, ha mostrato spiccata azione di contenimento nei confronti della «cimice asiatica». Infatti, il Dipartimento di Scienze Agraria, Forestali e Alimentari dell’università di Torino ha verificato sperimentalmente che il prodotto porta a morte il batterio simbionte della larva della cimice che, non potendosi più nutrire, muore, non raggiungendo, quindi, lo stadio adulto. Come si vede, in un’ottica di approccio ecosostenibile per il controllo delle malattie e dei fitofagi delle coltura agrarie gli effetti «collaterali» di prodotti destinati a migliorare la nutrizione della pianta devono essere presi in considerazione.

Si può parlare di «agricoltori resilienti» nei confronti della Xylella?

Certamente. Gli agricoltori che hanno intrapreso un percorso di convivenza mediante la difesa degli oliveti nei confronti del batterio costituiscono un esempio di profondo attaccamento ai valori storici, culturali e paesaggistici del Salento. A riguardo, va fatto notare che Slow Food ha recentemente costituito due comunità di agricoltori resilienti verso Xylella, «Terre d’Otranto» e «Colline brindisine», proprio con lo scopo di valorizzare l’impegno sostenuto da tali agricoltori che, sia pure tra le note difficoltà che attraversa il settore dell’olio, stanno continuando a mantenere in vita le cultivar di olivo salentine: Cellina di Nardò e Ogliarola salentina medianti un approccio ecosostenibile.

 

I. L.