Lavoro, per favore non più slogan…

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Il ping pong dell’età tra under e over. Affidiamo la flessibilità alla mente e non al lavoro, affidiamola alla politica e non all’occupazione: cancelliamola dal mondo della propaganda per favorire la vera e non fallace resilienza di tutti coloro che viaggiano tra under e over. Una cosa è certa: il nuovo proletariato ha perso le voci dei più giovani che disorientati e annoiati impinguano le fila dei non-cercanti-lavoro

Tra under e over: il ping pong dell’età. I due termini erano diventati plasticamente conosciuti avendo come piccolo dizionario linguistico la terminologia calcistica: tifoserie appassionate verso atleti al di sotto o al di sopra degli anni….

Poi la politica si è appassionata ai due termini applicandoli alle destinazioni dei provvedimenti. Così i giovani, soprattutto loro, carta d’identità alla mano, potevano sperare in qualche provvidenza lavorativa purché il decreto applicativo di una disposizione di legge rientrasse nella data conteggiata con la carta.

Chi, al corrente dei problemi del personale scolastico e non solo di esso, non ricorderà la legge del reclutamento nella P.A. per concorso da potere affrontare per legge solo se si era under 42?

Dopo le inadempienze governative di ben 12 anni per mancati bandi concorsuali (stabiliti per legge invece biennali), le lotte sindacali riuscirono a far cancellare la fatidica scadenza e si poté andare over i 42 anni!

Oggi i progetti dei partiti, e di conseguenza le decisioni governative, ricorrono ai due termini e, nella propaganda delle aperture e riaperture, delle assunzioni e dei rinnovi contrattuali, ai due termini fissano tetti di età secondo la tecnica della fisarmonica: 25/28/30/35/36. Ma un denominatore resta uniforme: lo spostamento in avanti dell’under fino allo sconfinamento nell’over delle persone con età scaduta!

Il pianeta flessibilità, che soprattutto con il governo Renzi si è diffuso in modo globale attraverso le illuminate intuizioni dei suoi ministri (!), ha visto l’entra/esci dei lavoratori dall’occupazione per contratti trimestrali più o meno. La propaganda governativa con i suoi slogan mostrava curve e picchi nei momenti delle assunzioni tralasciando il calo nel tempo delle cessazioni. Le percentuali seguivano ad inneggiare l’occupazione e la caduta della disoccupazione anche perché nessuno riusciva a individuare che non esistono più per i destinatari delle assunzioni a tempo il tanto odiato licenziamento: esiste in modo generalizzato il «fine contratto» e la non rinnovata assunzione.

E volete che in pandemia dilagante le aziende riaprano le porte alle riassunzioni?

Una cosa è certa: il nuovo proletariato ha perso le voci dei più giovani che disorientati e annoiati impinguano le fila dei non-cercanti-lavoro. Andate a prospettare a costoro il valore di quei due termini!

È da sperare in una politica che sia capace di guardare in faccia il disoccupato non controllando la data di nascita ma l’arco della sua vita entro il quale si spende o si spegne il senso dell’esistenza (addio famiglia nuova, figli, casa, e… poi pensione) il declino è over in ogni direzione e sopra tutti i tetti di età. O la politica passa da questo riesame del soffietto tra under e over correggendo i limiti che aiutano solo la parsimonia dei fondi oppure, ancora a venire, la triste previsione di una fetta consistente della società con minori consumi e nulla investimenti, solitudini diffuse, natalità esigua… e ben venga l’Africa e l’Oriente anche medio a ripopolare un’Italia invecchiata e malinconica. Tristezza del presente per questo ping-pong!

Attenzione, la parola resilienza, termine squisitamente psicologico, si estende adesso in campo economico. Il suo senso è nella capacità di risolvere il problema a cominciare dagli stessi portatori della difficoltà e allora, se il balletto tra under e over non si esaurirà, la resilienza non avrà dove mettere radici perché resteranno esclusi tutti coloro che staranno sempre un gradino più in là del campo previsto di rinascita e ricomposizione sociale.

Prendere le parole in prestito, se estese nel loro senso, possono anch’esse essere soggetti ambigui della politica della fisarmonica ingannevole, non di saggezza della flessibilità.

Ricordo bene quando in un dibattito televisivo addirittura lo stesso Tremonti, ministro dell’epoca, confessava l’inganno dell’iniziativa flessibile. Affidiamo la flessibilità alla mente e non al lavoro, affidiamola alla politica e non all’occupazione: cancelliamola dal mondo della propaganda per favorire la vera e non fallace resilienza di tutti coloro che viaggiano tra under e over.

 

Francesco Sofia, Pedagogista, Socio onorario dell’Associazione nazionale dei pedagogisti italiani