Perché ancora il ritornello sulla Xylella che non si cura?

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Impianti di Leccino colpiti da Xylella fastidiosa.

Scortichini risponde all’interrogazione Pagliaro

C’è un accordo tra Regione Puglia, Crea, Università del Salento e Università di Bologna, per la durata di 24 mesi. «È bene precisare che tali accordi non sono progetti, dove vengono erogati fondi che il ricevente spende secondo le proprie esigenze, ma “rimborsi spesa” per le attività sostenute ai fine dello svolgimento dell’accordo stesso. La somma stabilita per l’accordo è stata di 200.000 euro per il biennio e per tutte le Istituzioni coinvolte. Le spese complessive non hanno raggiunto la soglia massima dell’accordo»

Il consigliere regionale Paolo Pagliaro, capogruppo di «La Puglia domani», ha presentato una interrogazione sui «costi e documentazione» inerenti la «cura Scortichini», mettendo in dubbio l’efficacia del protocollo.

Dopo anni di sofferenza dell’agricoltura salentina ancora non si comprende la profondità della devastazione subita e dei pochi, disarticolati e ostacolati tentativi che qualcuno ha voluto portare avanti, su basi scientifiche. La Xylella non è una maledizione, non ha colpito il Salento perché peccatore, ha una lunga storia di pratiche agronomiche errate, di cambiamenti climatici, di danni anche in altre aree del pianeta e di tentativi scientifici che andrebbero analizzati e dibattuti scientificamente e non stando alla finestra mentre famiglie di agricoltori e imprenditori stanno ancora soffrendo amaramente.

È evidente, sul fondo, appena accennata, la lotta fra tentativi di guarigione basati sulla reale ricerca e reimpianti di nuove specie, glissando sui risultati negativi di questa opzione che da un lato favorisce i vivaisti e dall’altro distrugge completamente la biodiversità dell’olivicoltura salentina fondata su specie di pregio che hanno fatto ricco e famoso il Salento.

Per questo abbiamo rivolto a Marco Scortichini (Council for Agricultural Research and Economics, Crea, Research Centre for Olive) alcune domande su questa iniziativa del consigliere regionale che riferisce sulle ricerche e gli studi compiuti da lui e dalla sua équipe e di cui abbiamo già riferito su questo sito.

Dottor Scortichini è a conoscenza dell’interrogazione del consigliere regionale Paolo Pagliaro?

Sì, ho letto l’interrogazione e trovo sorprendente che, proprio ora che il protocollo di convivenza verso Xylella fastidiosa, messo a punto nell’ambito di un accordo tra pubbliche amministrazioni, si è attestato su oltre 700 ettari di oliveti salentini venga nuovamente messo in discussione.

Ci può spiegare meglio in cosa è consistito l’accordo?
L’accordo tra pubbliche amministrazioni (articolo 15, legge 241/1990), stabilisce che le amministrazioni pubbliche possono stipulare tra loro un accordo per lo svolgimento in collaborazione di attività. Nel caso specifico è stato formulato un accordo tra Regione Puglia, Crea, Università del Salento e Università di Bologna, per la durata di 24 mesi, su «Strategie di controllo integrato per il contenimento di Xylella fastidiosa ed analisi epidemiologiche del complesso del disseccamento rapido dell’olivo /CoDiRO)». È bene precisare che tali accordi non sono progetti, dove vengono erogati fondi che il ricevente spende secondo le proprie esigenze, ma «rimborsi spesa» per le attività sostenute ai fine dello svolgimento dell’accordo stesso. La somma stabilita per l’accordo è stata di 200.000 euro per il biennio e per tutte le Istituzioni coinvolte. Le spese complessive non hanno raggiunto la soglia massima dell’accordo.

Cosa ha prodotto l’accordo?
L’accordo ha prodotto, con la partecipazione di più di 20 autori, ben 11 pubblicazioni scientifiche pubblicate su riviste internazionali dei settori della patologia vegetale, agronomia, fisiologia vegetale, biosicurezza e sostenibilità ambientale, tutte caratterizzate da fattore d’impatto.

Ci sono state anche ricadute applicative?

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Olivo secolare in Piazza sant’Oronzo a Lecce. Gli innesti sull’albero malato non hanno attecchito e la pianta cerca di reagire con l’emissione di polloni e succhioni.

Certo. Come accennato precedentemente, al momento, ci sono oltre 700 ettari di oliveti delle province di Lecce, Brindisi e Taranto che applicano da diversi anni il protocollo messo a punto nell’ambito dell’accordo di cui sopra. Tra queste alcune presentano notevole dimensioni (decine di ettari) e producono olio di elevata qualità. Tutte queste aziende rappresentano un valido esempio di chi vuole salvaguardare l’immenso valore dell’agroecosistema olivicolo salentino. In questo ambito, Slow Food ha istituito due comunità di agricoltori impegnati, con tecniche ecosostenibili, a mantenere le tradizionali varietà del territorio, Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, caratterizzate dall’elevata qualità organolettica.

Inoltre, si vuole evidenziare che, proprio grazie alle attività svolte nell’ambito dell’accordo ed alle relative pubblicazioni scientifiche, l’azienda di ricerca statunitense, Invaio che fa parte dello stesso gruppo di aziende cui fa riferimento anche Moderna, l’azienda che produce il noto vaccino per il Covid, sta effettuando, da oltre un anno, nel territorio salentino, un’ampia sperimentazione per verificare la possibilità di curare gli oliveti colpiti da Xylella mediante endoterapia, utilizzando il prodotto a base di zinco-rame-acido citrico che è stato sperimentato nell’ambito dell’accordo. È evidente che se non ci fossero solide basi scientifiche per l’applicazione di una tecnica innovativa, tale azienda non si sarebbe impegnata.

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Tentativi di reinnesto di cultivar locali con esito negativo.

Nell’interrogazione si fa riferimento ad alcune aziende esperimentali che sembrano versare in cattivo stato…
È l’ennesima volta che fornisco le medesime spiegazioni. Le aziende di Galatone e Galatina, negli anni 2015 e 2016, hanno ospitato prove di potatura severa per verificare se, come nel caso di Xylella fastidiosa che colpisce gli agrumi in Brasile, a seguito dei forti tagli si poteva ridurre la presenza del batterio anche nell’olivo. Le prove hanno dimostrato, con estrema chiarezza, che i grossi tagli di potatura sono fortemente dannosi per la vitalità dell’albero che, solitamente, muore qualche mese dopo la sbrancatura. Di tali risultati si è anche scritto nella prima pubblicazione. Entrambe le aziende, quindi, sono state abbandonate fin dal 2016. L’azienda di Veglie ha ospitato, fino al settembre 2018, la sperimentazione preliminare triennale per la messa a punto del protocollo. Il proprietario ha, da anni, in atto nella propria azienda una riconversione colturale con l’utilizzo di colture di più alto reddito rispetto all’olivo (melograno, ortive, vite). Per far terminare la prova, tuttavia, ha consentito di portare a termine le sperimentazioni. L’azienda di Cannole è viva e vegeta e il proprietario utilizza il protocollo di difesa anche su altre aziende per un totale di oltre 15 ettari, a testimoniare che chi effettua regolarmente le indicazioni del protocollo riesce a produrre anche in territorio fortemente infetto.

Esistono altri finanziamenti volti a mitigare gli effetti di Xylella fastidiosa in Puglia?
Certo, esistono molti finanziamenti regionali, nazionali ed internazionali. Ad esempio la Regione Puglia è responsabile di una misura di 5.000.000 di euro, stanziata dal Mipaaf, per un «Piano straordinario di rigenerazione olivicola» che si basa sulla pratica dell’innesto con varietà non autoctone, soprattutto per esemplari secolari. Tale misura, tuttavia, non è supportata da alcuna evidenza scientifica che dimostri come una pianta infetta reinnestata sopravviva nel tempo e non sviluppi più sintomi di deperimento. Inoltre, non ci sono prove che gli alberi infetti capitozzati e reinnestati possano riprendere le loro normali attività fisiologiche. Esistono solamente alcune osservazioni empiriche che, tra l’altro, non sembrano molto incoraggianti. Eppure si finanzia il tutto per molti milioni di euro e nessuno interroga.

Cosa dire delle varietà resistenti?
Va subito detto che le cosiddette varietà resistenti Leccino e Favolosa non sono autoctone, cioè non appartengono, alla tradizione olivicola salentina e, quindi, comportano una forte privazione dell’identità del territorio. Paesaggio olivicolo tradizionale che sarebbe sconvolto dagli impianti intensivi e superintensivi fortemente esigenti in termini di risorse idriche e gestionali. Inoltre, per anni ci è stato detto che Leccino e Favolosa erano resistenti e che costituivano la sola risposta scientifica efficace per ridurre l’avanzata del batterio nel Salento. Recentemente, per stessa ammissione di chi le aveva proposte, tali varietà non sono più ritenute resistenti, in quanto si ammalano, dopo qualche anno, come quelle locali Ogliarola e Cellina. Eppure anche qui si è finanziato per molti milioni di euro e nessuno interroga.

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Reimpianto fallito. Da notare come, l’anno successivo al reimpianto, l’agricoltore ha mosso il terreno lungo la fila delle piante per favorire l’accumulo di acqua nel terreno. La carenza idrica nel Salento limita fortemente tale pratica.

Cosa si può concludere?
Si può concludere che dopo 8 anni dalla prima segnalazione ufficiale di Xylella fastidiosa nel Salento sono stati commessi molti errori. Il più grave di tutti è stato quello di propagandare a tutti che «la xylella non si cura». Danno ancora più grave quando non si dispone di misure di controllo alternative veramente efficaci. Il danno «psicologico» perpetuato da tale dogma ha provocato disillusione e scoramento negli agricoltori che hanno abbandonato gli oliveti a se stessi, facili preda del patogeno e delle sue concause, Al contrario, si sarebbero dovute mettere in campo tutte le forze per arginare, in modo sinergico, la malattia come è prassi comune nelle emergenze fitosanitarie. Ormai è tardi e gran parte del territorio salentino è irrimediabilmente compromesso. Forse su questo ci si dovrebbe interrogare.

 

I. L.

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