Sviluppo sostenibile e corruzione nella magistratura

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La corruzione è uno dei più ricorrenti temi che investono il dibattito pubblico, anche alla luce dei continui scandali che investono personaggi noti ai più. Negli ultimi due anni, in particolare, l’attenzione dei canali di informazione si è concentrata sui procedimenti giudiziari a carico di esponenti di alto rango del mondo del diritto, avvocati e magistrati

L’obiettivo numero 16 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile si propone, fra l’altro, di fornire l’accesso universale alla giustizia, e a costruire istituzioni responsabili ed efficaci a tutti i livelli. In particolare si propone di ridurre sensibilmente corruzione, concussione, furto ed evasione fiscale che rappresentano per i Paesi in via di sviluppo una somma di denaro di circa 1,26mila miliardi di dollari l’anno che potrebbe essere usata per sollevare coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorni al di sopra di tale soglia per almeno sei anni.
Tra le istituzioni più affette da corruzione, vi sono la magistratura e la polizia.
La corruzione è uno dei più ricorrenti temi che investono il dibattito pubblico, anche alla luce dei continui scandali che investono personaggi noti ai più. Negli ultimi due anni, in particolare, l’attenzione dei canali di informazione si è concentrata sui procedimenti giudiziari a carico di esponenti di alto rango del mondo del diritto, avvocati e magistrati.
Il quadro che emerge dalla lettura delle principali testate giornalistiche italiane non è dei più confortanti e getta una luce sinistra sui meccanismi nascosti dell’amministrazione della giustizia italiana.
Un magistrato, recentemente, si è visto comminare una pena pari ad 11 anni di reclusione (di molto superiore alle richieste avanzate dalla Procura) per aver, asseritamente pilotato delle sentenze e ribaltato delle decisioni Tar, a fronte di lauti corrispettivi. Tale vicenda, che trascende il caso singolo e si inserisce in un filone più ampio, pone la necessità di una riflessione organica sulla lotta alla corruzione e sui rimedi necessari per raggiungere un buon governo dell’amministrazione della giustizia.
Come noto, la corruzione rientra nel novero dei c.d. «reati propri», ossia fattispecie peculiari per le quali è necessario che il fatto sia commesso da colui che rivesta una determinata qualifica o abbia uno status precisato dalla relativa norma. Inseriti nel titolo II, capo I del codice penale, intitolato «Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione», gli articoli 318 e seguenti si occupano di regolare le varie ipotesi corruttive. In tal senso, in termini generali, la corruzione si consuma qualora un pubblico ufficiale riceva indebitamente per l’esercizio delle sue funzioni (o per commettere, omettere o ritardare un atto del suo ufficio) denaro od altra utilità.
La gravità del reato di corruzione nel contesto giudiziario è sottolineata, peraltro, dal dato che il Legislatore abbia previsto una fattispecie ad hoc. In tal senso, l’articolo 319-ter del codice penale, rubricato «Corruzione in atti giudiziari», commina una pena decisamente severa «se i fatti indicati negli articoli 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale od amministrativo».
Il legislatore italiano si è dimostrato sensibile al tema della corruzione, riconoscendo a tale problematica carattere sistemico. Tra i numerosi interventi degni di nota, oltre alla legge Severino (legge 190 del 2012), tre in particolare spiccano per importanza.
In primo luogo, il Decreto legislativo n. 38/2017 attuativo della decisione quadro 568/2003 GAI, adottata in seno al Consiglio dell’Unione europea, rubricato, per l’appunto, «attuazione della decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003». Inserendosi all’interno del processo di adeguamento dell’ordinamento interno alle fonti internazionali, esso ha modificato la precedente normativa in materia di corruzione tra privati.
In particolare, tale intervento ha ampliato il novero degli autori del reato, aggiungendo alla classica previsione di coloro che rivestono posizioni apicali e di controllo anche di coloro che svolgono attività lavorativa mediante l’esercizio di funzioni direttive presso società o enti privati. Nondimeno, il decreto ha esteso la punibilità anche di colui che, per interposta persona offre e promette denaro o altre utilità a fini corruttivi.
Infine, un ulteriore pregio è rappresentato dall’eliminazione dell’originario «doppio nesso di causalità» ai fini della configurazione del reato che, ovviamente, comporta una notevole semplificazione.
Sulla scia dell’implementazione della lotta alla corruzione non può non essere menzionata, inoltre, la legge 179/2019 in tema di segnalazione di un presunto illecito, che ha ampliato la tutela garantita ai «segnalatori» di illeciti approntata dalla legge Severino. L’intervento, che consta di 3 articoli, ha, difatti, ampliato lo spettro della protezione non solo al settore pubblico, ma anche a quello privato.
Da ultimo, il legislatore è intervenuto con la legge 3/2019, rubricata «Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici». Denominata la «Spazzacorrotti», l’intervento ha modificato i reati contro la Pubblica amministrazione, introducendo modifiche tanto sostanziali quanto processuali della disciplina.
Gli interventi sin qui adottati dal legislatore si sono orientati maggiormente sul percorso classico di inasprimento delle pene, senza però raggiungere l’obiettivo sperato (la netta diminuzione della corruzione) se non accompagnato da un’ottica penal-preventiva.
Partendo dall’assunto che il fenomeno corruttivo non può essere eliminato tout cour, si è pensato, a mio avviso correttamente, che solo andando ad incidere nella fase anteriore alla configurazione del reato, verrebbe ad abbassarsi il rischio che questo si realizzi.
La ratio che collega tutti i provvedimenti in materia è, dunque, quella di abbassare il livello di rischio di commissione di un reato, per rendere le società e tutti gli enti, pubblici, privati e misti, efficaci e competitive e per creare un clima di legalità e trasparenza.
La corruzione, peraltro, è un reato che si nutre di omertà, in cui il patto occulto è tenuto accuratamente nascosto dal corrotto e dal corruttore. Per scoprirla, occorre attrezzarsi con organi investigativi ben preparati e a loro volta non corruttibili. Questi organi investigativi devono essere guidati da magistrati che sappiano seguire le tracce del denaro nero e dei reati, presupposto che ne alimentano il flusso (ad esempio fatture per operazioni inesistenti), che siano completamente indipendenti dagli altri poteri e che possano dunque indagare e giudicare in piena autonomia.
Il nostro Paese negli ultimi anni ha apprestato uno degli apparati normativi più completi per la prevenzione e la repressione della corruzione. Un assetto da preservare soprattutto in momenti come questo, in cui l’eccezionalità della crisi economica in atto potrebbe portare a semplificare i processi di selezione, ma non deve far abbassare il livello di vigilanza preventiva sul merito delle erogazioni e di controllo successivo sull’utilizzo del denaro pubblico.
A chi scrive ed agli italiani in generale, appare scontato che siano davvero rare eccezioni i casi di corruzione nella magistratura e nei corpi di polizia. Ma purtroppo non è così.
A causa di assetti giudiziari e di polizia contaminati da anni di corruzione e da un sistema di nomine politiche, si è fortemente inciso sulla incorruttibilità e sull’indipendenza del potere giudiziario. Per non parlare di una stampa spesso condizionata dal governante o dal potentato di turno e quindi privata della libertà di denunciare questa situazione di radicata illiceità.
La lotta alla corruzione deve quindi basarsi sul tema della democrazia che, tutelando l’autonomia della magistratura e la libertà di stampa, rappresenta l’antidoto più efficace al diffondersi della corruzione.
L’Italia presiede quest’anno il G20 e all’interno di esso darà grande visibilità al tema della lotta alla corruzione. L’auspicio è che in occasione di questo importantissimo incontro multilaterale i temi della legalità (secondo cui il processo legislativo deve essere trasparente, responsabile, democratico e pluralistico); certezza del diritto; divieto di arbitrarietà del potere esecutivo; indipendenza e imparzialità del giudice; controllo giurisdizionale effettivo, anche per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali; uguaglianza davanti alla legge, rappresentino il punto centrale di discussione.
Per il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri l’ordine degli avvocati e le camere penali dovrebbero vigilare sui colleghi che corrompono i poveri magistrati.
Il procuratore Gratteri riconosce che nella magistratura italiana «c’è anche un problema corruzione», ma la responsabilità è degli avvocati che non denunciano.
Ben vengano, dunque, che ci siano indagini per scoprire un problema che c’è ed esiste, che molti avvocati sanno che esiste. La speranza, quindi, che ci siano avvocati che denuncino queste corruzioni, che non sopportino che i loro colleghi più spregiudicati riescano a vincere una causa o ad avere un’assoluzione perché riescono a trovare il canale per pagare.
Per Gratteri, «ci vorrebbe, dunque, maggiore attenzione anche da parte del Consiglio dell’ordine degli avvocati e delle Camere penali, non solo del Csm, Ufficio ispettivo perché gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade nei tribunali, nelle cancellerie e dietro le quinte di un processo».
Anche Raffaele Cantone non ha dubbi e a chi chiede cosa pensi della corruzione dei magistrati risponde secco così: «Il magistrato che si fa corrompere dovrebbe essere giudicato per tradimento, perché il danno per l’istituzione giudiziaria è inestimabile». E aggiunge: «Il sistema giudiziario funziona malissimo».
Lo scenario lascia sicuramente basiti tutti coloro che credono a valori quali l’imparzialità, la giustizia, la difesa del cittadino. Trattasi, ebbene precisare, di casi isolati, che devono però far riflettere visto che ai magistrati che devono giudicare gli altri viene chiesto di essere più severi sia nel decidere una volta varcata la soglia di un aula del tribunale, sia nell’opportunità di certi comportamenti.
In uno stato di diritto, nessuno può collocarsi al di sopra della legge ed il ruolo della magistratura è ed è stato positivo ed utilissimo per l’Italia perché ha permesso di mettere in luce gli intrecci tra politica ed affari e punire i responsabili.
Se ci sono stati abusi contro gli imputati, essi vanno denunciati e puniti anche se, nel complesso, le procedure di indagine sono state sempre corrette. Inoltre l’indipendenza della Magistratura, sancita dalla Costituzione, è una garanzia affinché la lotta contro la corruzione sia resa possibile.
Va, infine, evidenziato che un altro problema che provoca gravi conseguenze è la lentezza dei processi sia nel processo penale che in quello civile. Bisogna osservare che i lunghi periodi di detenzione a cui sono sottoposti gli imputati in attesa di sentenza definitiva vanificano il precetto costituzionale secondo il quale nessuno può essere considerato colpevole fintanto che non si è avuta la condanna definitiva. Altrettanto gravi sono le conseguenze del processo civile: in questo caso, il costo dei processi hanno l’effetto di scoraggiare i cittadini dal rivolgersi al giudice e ad indurli a rinunciare alla difesa dei propri diritti. Infatti è molto raro che un processo civile di svolga attraverso i tre gradi di giudizio in meno di 10 anni.

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia

 

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