Più foreste e meno fughe di metano…

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COP26

…le promesse dei leader a Cop26

Transizione ecologica, foreste, metano ma tutti gli impegni sono volontari. Nonostante ciò, la maggior parte degli osservatori vede l’impegno come un buon passo per il mondo e una spinta per la conferenza

Entro il 2030 dovremo cambiare il nostro modo di produrre, viaggiare, mangiare, riducendo le emissioni di CO2 in tutti i settori. L’alternativa è quella catastrofe climatica di cui anche i leader mondiali sembrano ormai essere consapevoli. E così, dopo che Cina e India si sono date come traguardo per la decarbonizzazione rispettivamente il 2060 e il 2070, Mario Draghi dal palco di Cop26 ha affermato, ribadendo quanto espresso dal collega britannico Boris Johnson: «Se i nostri governi possono muovere per la transizione ecologica centinaia di miliardi, il settore privato ne può mobilitare centinaia di migliaia».
In effetti, in occasione della terza giornata della Cop26 di Glasgow, è stato lanciato ufficialmente il programma economico «Global Energy Alliance for People and Planet».
Il fondo è stato avviato con un budget di 10 miliardi di dollari, ma punta ad arrivare nei prossimi 10 anni a gestire 100 miliardi di dollari combinando capitale pubblico e privato.
Lo scopo è accelerare gli investimenti nella transizione ecologica, con una particolare attenzione per lo sviluppo delle energie rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo.

Un’Alleanza

I tre principali obiettivi fissati dalla Global Energy Alliance, come è stato dichiarato durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, riguardano la possibilità di scongiurare la produzione di oltre 3 miliardi di tonnellate di gas serra, estendere l’utilizzo di energia pulita a 1 miliardo di persone svantaggiate e creare 150 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore della green economy.
L’Alleanza conterrà al suo interno attori privati attivi nel campo della filantropia, come ad esempio Rockefeller Foundation, Ikea Foundation, Bezos Earth Fund, insieme a diverse istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca Mondiale e la Banca europea per gli investimenti, oltre ad alcuni Governi nazionali.
Nel novero di questi ultimi è presente, con Regno Unito e Danimarca, anche l’Italia. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha dichiarato che il nostro Paese è pronto a partecipare con una donazione iniziale di 10 milioni di dollari.
Il titolare del Mite ha affermato che una cifra che si aggira tra i 3 e i 4 milioni di euro verrà stanziata per rendere permanente lo Youth4Climate, così da favorire la partecipazione costante dei giovani di tutto il mondo alle tematiche del cambiamento climatico.
Per quanto riguarda le fondazioni private, Rockefeller e Ikea, attraverso uno sforzo congiunto, sono pronte a versare 1 miliardo di dollari all’interno del fondo. A questi si aggiungono 500 milioni di dollari da parte di Bezos Earth Fund.
La Global Energy Alliance for People and Planet dovrebbe ricoprire il ruolo di leader globale per il perseguimento della giustizia climatica.
Questo principio mira a risolvere una delle maggiori distorsioni economico-sociali che si è creata negli ultimi decenni, per cui gli Stati più poveri, e meno responsabili delle emissioni inquinanti nel mondo, rischiano di pagare il prezzo più alto per le conseguenze del riscaldamento globale.
Le aree economiche in cui si registrano le maggiori problematiche legate al cambiamento climatico e che saranno principalmente coinvolte in questi investimenti sono quindi Africa, Asia e America del sud.
Queste Regioni, nei piani della Geapp, saranno quelle che dovranno riuscire a creare importanti opportunità per la propria crescita economica grazie ai finanziamenti per lo sviluppo dell’energia green.

Fermare la deforestazione

Altro impegno preso durante la Cop26 di Glasgow per il 2030: 114 nazioni hanno firmato un accordo per fermare nei prossimi dieci anni, e dove possibile invertire, la deforestazione, con un investimento che potrà contare su 12 miliardi di dollari di fondi pubblici e 7,2 miliardi in arrivo dai privati.
Questo patto è stato sottoscritto anche da Paesi come il Brasile, nel mirino degli attivisti per la devastazione dell’Amazzonia, la Russia che, se da un lato considera gli immensi boschi siberiani un jolly mangia-CO2 da giocare sui tavoli internazionali, dall’alto non riesce a proteggerli (milioni di ettari in fumo solo negli incendi estivi), il Canada che considera il legname una fondamentale risorsa economica. E poi tanti altri che insieme detengono i grandi polmoni verdi del Pianeta: l’85% delle foreste totali, pari a un’area di 33 milioni di chilometri quadrati, capaci di assorbire un terzo delle emissioni di CO2 prodotte ogni anno dall’uso di combustibili fossili. Ma salvare gli alberi avrà un costo e il presidente Usa Biden ha fatto il primo passo stanziando 9 miliardi di dollari per ripristinare 200 milioni di ettari di foreste entro il 2030.

Il metano

C’è infine il capitolo metano, potentissimo gas serra il cui ruolo nel riscaldamento globale è diventato chiaro solo negli ultimi anni. In merito va evidenziato che sempre durante la COP26 di Glasgow il capo della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden hanno annunciato una partnership globale per ridurre le emissioni di gas serra metano entro il 2030.

L’accordo, il Global Methan Pledge, mira a limitare le emissioni di metano del 30% rispetto ai livelli del 2020. È uno dei gas serra più potenti e responsabile di un terzo dell’attuale riscaldamento causato dalle attività umane.

«Non possiamo aspettare il 2050 — ha detto al vertice il capo della Commissione Ue Ursula von der Leyen —. Dobbiamo ridurre le emissioni velocemente».

Ha detto che tagliare il metano è «una delle cose più efficaci che possiamo fare per ridurre il riscaldamento globale a breve termine», definendolo «il frutto più basso appeso».

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha fatto eco alle sue parole, definendo il metano «uno dei gas serra più potenti che ci siano».

L’impegno copre i paesi che emettono quasi la metà di tutto il metano e costituiscono il 70% del Pil globale, ha affermato il presidente degli Stati Uniti.

Impegni… volontari

Ma ci sono alcune nuvole significative all’orizzonte.

Grandi emettitori come Russia, Cina e India non fanno parte dell’impegno.

Tutti gli impegni sono volontari. Nonostante ciò, la maggior parte degli osservatori vede l’impegno come un buon passo per il mondo e una spinta per la conferenza.
Ritengo, non meno importante degli impegni presi, ricordare il messaggio di Papa Francesco al presidente della Cop26.
«Non c’è più tempo per aspettare», scrive Papa Francesco e constata amaramente come siamo lontani dal raggiungere gli obiettivi desiderati per contrastare il cambiamento climatico. «Bisogna agire con urgenza, coraggio e responsabilità. Agire anche per preparare un futuro nel quale l’umanità sia in grado di prendersi cura di sé stessa e della natura».
È dall’inizio del pontificato che Francesco, il vescovo di Roma che viene da uno dei Paesi più ricchi di risorse ambientali e insieme più sfruttati, insiste sulla necessità di salvaguardare il creato.
Per il Papa e la Santa Sede è stretto il legame fra cambiamenti climatici e impoverimento di intere popolazioni. Più volte ha tuonato contro le lobby del petrolio che si arricchiscono ai danni dei più. Per questo spiega che anche gli investimenti economico-finanziari devono «realmente salvaguardare le condizioni di una vita degna dell’umanità di oggi e di domani in un pianeta “sano”». «Si tratta — dice — di un cambiamento d’epoca». Sono i Paesi con maggiori capacità che devono «assumere un ruolo guida nel campo della finanza climatica, della decarbonizzazione del sistema economico e della vita delle persone, della promozione di un’economia circolare, del sostegno ai Paesi più vulnerabili per le attività di adattamento agli impatti del cambiamento climatico e di risposta alle perdite e ai danni derivanti da tale fenomeno».
Papa Francesco sta sempre dalla parte degli ultimi. Per questo chiede di rivolgere «particolare cura» alle popolazioni verso le quali è stato maturato un «debito ecologico, connesso sia a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ambientale, sia all’uso sproporzionato delle risorse naturali del proprio e di altri Paesi». «Non possiamo negarlo — dice ancora il Papa —. Il “debito ecologico” richiama, per certi versi, la questione del debito estero, la cui pressione ostacola spesso lo sviluppo dei popoli».

 

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia