Dopo tanto correre ora siamo a un bivio

1406

Intrigante, ricco e stimolante l’ultimo lavoro di Gianfranco Franz, «L’Umanità a un bivio. Il dilemma della sostenibilità a trent’anni da Rio de Janeiro». Un libro che ti prende da subito e dà molte risposte alle domande che attanagliano l’uomo del XXI secolo sull’oscuro futuro che si presenta. La nostra intervista all’Autore

Il libro «L’Umanità a un bivio. Il dilemma della sostenibilità a trent’anni da Rio de Janeiro» (Edizioni Mimesis) è la summa delle riflessioni di Gianfranco Franz dopo trent’anni di letture eterogenee ed esperienze didattiche non canoniche, multilingue, multiculturali e multidisciplinari, svolte in chiostri rinascimentali o nelle favelas latinoamericane, nell’organizzatissima città di Curitiba in Brasile o nelle aule di tante università. In tre anni di lavoro questo intreccio di vita pratica e di studio ha scritto un saggio di storia, teoria e critica del concetto e delle pratiche di sviluppo sostenibile che esamina successi e fallimenti a trent’anni (il prossimo giugno) dal Summit della Terra di Rio de Janeiro.

Franz CopertinaIl libro, in uscita oggi nelle librerie, ripercorre il pensiero ecologico dalla metà del XX secolo ad oggi con approfondimenti multidisciplinari che intrecciano storia, filosofia, geopolitica, studi culturali, scienze naturali, economia e studi urbani, ma anche cinema, letteratura e arti visive, rileggendo i contributi di quelle che l’autore ha definito le Beautiful Mind del pensiero ecologico: Rachel Carson, Edgar Morin e Lynn White, Barry Commoner e Gregory Bateson, Donella Meadows e il gruppo del Club di Roma di Aurelio Peccei, fino ad arrivare a Paul Crutzen, lo sdoganatore del concetto di Antropocene, già intuito nella seconda metà del 1800 dalla fertile mente dell’abate Antonio Stoppani che, inascoltato, aveva intravisto l’avanzare dell’era Antropozoica.

Questo sapere esperto è stato intrecciato con le riflessioni sulle difficoltà contemporanee di narrare il mondo e la vita proposte dalle grandiose per quanto superate teorie di György Lukács sulla crisi del romanzo, con le invenzioni di Cesare Zavattini e Paul Strand nella piccola Luzzara sperduta ai bordi del Po o con le narrazioni cinematografiche di Michelangelo Antonioni, Wim Wenders e altri ancora.

Con grande attenzione verso i lettori non esperti temi complessi come l’impronta ecologica, i Planetary boundaries e i servizi ecosistemici insieme a metodi analitici come l’intersezionalità, l’ecocritica e l’economia circolare sono trattati dall’autore in modo semplificato ed accessibile, mentre grazie alla pluridecennale attività didattica universitaria svolta dall’autore alcuni paragrafi e una parte importante delle note sono stati pensati e scritti per i lettori più giovani spesso non consapevoli della rilevanza di alcuni momenti di svolta della storia del XX secolo, come la crisi petrolifera del 1973/1974 o gli eventi che, dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, hanno condotto al dispiegarsi della globalizzazione dei mercati e all’attuale crisi climatica ad essa fortemente connessa.

Da urbanista Franz dedica un capitolo importante alla città, al ruolo che tale invenzione ha ricoperto nella storia umana e a quello che gli ambienti urbani avranno rispetto al consumo delle risorse naturali, alla loro dissipazione ovvero al loro oculato e sostenibile impiego attraverso una necessaria transizione energetica ed ecologica.

La tesi del libro è che per quanto decisive possano essere le innovazioni tecnologiche, la ricerca e la raccolta di dati sempre più sofisticati e disponibili in quantità crescenti, la via verso la sostenibilità (sempre che abbia senso parlare ancora di sostenibilità) non ci porterà al traguardo di un equilibrio con la Natura fino a quando non saremo in grado di rigenerare un pensiero ecologico capace di modificare le abitudini del genere umano, a partire da quelle dei paesi e delle società più ricche e avanzate.

Sebbene questa tesi possa apparire paradossale e antistorica l’autore, citando i potenti messaggi di Papa Francesco, è convinto che un equilibrio sostenibile fra Homo sapiens e Natura potrà essere più efficacemente ristabilito grazie a una nuova Cultura ecologica che non attraverso il dominio di Scienza e Tecnologie, perché narrazione, racconto, miti, e creatività artistica sono, da millenni, assai più efficaci nel conformare la nostra mente dei dati statistici e alfanumerici di cui oggi possiamo disporre illimitatamente.

Franz sostiene che vivere in maniera più equilibrata, parsimoniosa e sobria, è l’unica risposta possibile alla crisi climatica e al pericolo dell’estinzione di massa degli umani e di tante specie animali e vegetali. La transizione culturale ad una vita ecologicamente orientata è assai più necessaria, per quanto infinitamente più complessa, di qualsiasi necessaria innovazione tecnologica.

In definitiva, il messaggio principale del libro (che si conclude con un’esortazione di inaspettato lirismo) è che solo la Cultura e il racconto di un diverso modo di vivere potranno salvare la nostra vita sul Pianeta. Il libro non poteva non affrontare il concetto precipuamente occidentale di sviluppo, assente nelle culture di molte altre civiltà del passato, alcune ancora viventi. Sviluppo e progresso (insieme all’errore epistemologico cartesiano disvelato dai grandi pensatori del postmodernismo) sono i concetti cardine attraverso il cui trionfo il pensiero occidentale ha imposto a tutti i popoli del Pianeta il modello di conquista e di sfruttamento dello spazio terrestre e di quello extra-terrestre, l’estrazione illimitata delle risorse, lo mortificazione dei più deboli e la sottomissione al dominio economico di ogni aspetto della vita.

L’autore, forte di una pluriennale esperienza in molti paesi del Sud del Mondo, avanza una critica radicale all’egemonia dell’utilitarismo che, se ha creato per alcune società dell’emisfero settentrionale un benessere materiale mai prima conosciuto, ha prodotto anche dipendenza, sottosviluppo e devastazioni ambientali senza fine.

Per questo Giangi Franz, come tutti chiamano l’autore, rilegge teorie economiche minoritarie e oggi dimenticate anche negli studi universitari, travolti dall’enorme mole di articoli usa e getta prodotti dal grande business dell’editoria scientifica globale. Il libro, infatti, ripropone sinteticamente i concetti chiave formulati da studiosi come il domenicano francese Padre Lebret, il rumeno Georgescu-Roegen, i tedeschi Gunder Frank o Ernst Friedrich Schumacher e il suo insuperato concetto di «piccolo è bello». Guardando all’attualità l’autore si sofferma sui due accadimenti che avranno grande impatto sulle future dinamiche della vita di miliardi di esseri umani: circa alla metà della scrittura è giunta la pandemia del Covid 19, causata in parte sia dalle distruzioni degli ecosistemi, sia dall’insensata interdipendenza globale; la devastante guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è iniziata durante la revisione finale delle bozze.

Nelle conclusioni (a guerra iniziata da pochi giorni) l’autore ha sottolineato l’urgenza della pace per evitare morte e sofferenza ma anche per evitare che la prevedibile corsa al riarmo sottragga risorse preziose al cammino della transizione energetica ed ecologica, moltiplicando CO2 e prelievo di risorse naturali, dimenticando l’obiettivo di dare una vita più dignitosa a miliardi di umani.

Covid 19 e guerra, sostiene Franz, non sono altro che due facce della stessa crisi ecologica e umanitaria a cui ci ha condotto la dittatura economica e finanziaria del capitalismo globalizzato e smaterializzato.

Per imboccare una strada di pacificazione fra gli Stati e fra gli umani e il Pianeta è necessario fermarsi in tempo utile davanti al bivio a cui siamo giunti ma per imboccare la direzione giusta è necessario ecologizzare e pacificare il linguaggio e il pensiero.

 

R. V. G.