Agricoltura, è finito il tempo delle deleghe

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Cop99 campagna Image by Adam Tumidajewicz from Pixabay
Image by Adam Tumidajewicz from Pixabay

O ce la facciamo con il nostro cervello a capire la gravità della situazione e la necessità di prendere iniziative o il nostro destino è segnato e, secondo una scuola di pensiero, va verso la nostra estinzione. I contenuti del Trimestrale

«Stiamo vivendo, soprattutto, una crisi più insidiosa, invisibile e radicale: la crisi del pensiero». Scrive Edgar Morin, in «Svegliamoci!», il suo ultimo libro in uscita l’8 settembre. Parole sante. Come spiegare altrimenti il decadimento cognitivo che avvolge la popolazione? E non è un’offesa generica che vogliamo diffondere ma la constatazione scientifica di una grave carenza già segnalata anni fa sul QI da una ricerca norvegese che riportava valori in calo dalla metà degli anni Settanta, ed ora riaccentuata con il cosiddetto «neurocovid» nello strascico delle infezioni da coronavirus anche nei casi precedenti al Covid-19.

Questo numero del nostro Trimestrale «Villaggio Globale», da oggi on line, dedicato all’agricoltura futura, mette insieme alcune problematiche e, senza troppo entusiasmo segnala una traiettoria negativa avendo in trasparenza i problemi di questo settore illustrati da vari specialisti.

Ora, o ce la facciamo con il nostro cervello a capire la gravità della situazione e la necessità di prendere iniziative o il nostro destino è segnato e, secondo una scuola di pensiero, va verso la nostra estinzione.

Vani sono tutti i tentativi di delegare iniziative politiche di rinnovamento. Il nuovo può solo venire dal nostro impegno individuale a prescindere, anzi, prepariamoci, in contrasto con l’establishment che ha fino ad ora dimostrato una chiara incapacità ad opporsi al potere economico predatorio che ormai domina tutti i settori della società.

Nessun segnale dalla politica, di nuovo. I volti noti sono tutti là, allineati e sorridenti. Il mercato, che doveva essere una garanzia equilibratrice tramite la concorrenza, si sta rivelando in tutti i settori, un nodo scorsoio.

«Le due attuali crisi globali, ambientale ed economica, sono profondamente correlate e molti autori affermano che la radice comune è l’attuale modello di crescita economica: la spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, caratteristici della modalità capitalistica di produzione e consumo, ancor più devastante nella sua attuale fase di «neoliberismo» e peggiorata da un mondo finanziario completamente fuori controllo», scrive Massimo Scalia in un articolo pubblicato in un inchiesta che avevamo avviato qualche anno fa

Come anche illuminante è l’articolo che Giorgio Nebbia ci scrisse nel 2015

Noi seguiamo dalla nostra nascita (1998) queste tematiche, perciò, possiamo ben dire, «nulla di nuovo sotto il sole» e per questo l’appello al cambiamento diventa disperato.

Qui di seguito c’è l’Editoriale di presentazione del numero 99 del Direttore, Ignazio Lippolis, e in home una scelta di alcuni articoli per dare l’idea della linea di questo numero. (R. V. G.)

 

Editoriale

 

Parlare di campagna al futuro significa fare un discorso fantascientifico. Anzi, seguendo la nuova terminologia, direi distopico, perché di un futuro negativo si tratta.

Fra Ogm, ingegneria genetica, controllo della proprietà dei semi, riduzione della biodiversità, orti verticali in città, orti idroponici urbani… proprio è difficile immaginare un futuro per la campagna di domani.

I vari centri di potere si stanno organizzando perché ormai è evidente che il comando non sarà nelle mani dell’energia, perché prima o poi si romperà la diga del fossile e le energie alternative dilagheranno in tutta la loro variabile potenza. È evidente che il potere sarà nelle mani di chi gestisce il cibo.

Io però penso un altro orientamento. Anche se la cultura e la conoscenza le stanno azzoppando in tutte le maniere, anche se stanno contrastando un vero sviluppo dell’educazione e infarcendo i media con notizie false, il tam tam delle notizie certificate si sta facendo strada. Stanno aumentando i giovani che si orientano verso una vita all’aria aperta, si stanno recuperando vecchie piante, antichi semi, vecchi metodi di coltivazione, e si stanno recuperando i sapori, che una massiccia propaganda consumistica aveva fatto perdere nella sensibilità del nostro palato.

Ma nonostante queste notizie positive, ormai nell’evidenza dell’informazione globale, la «battaglia» non è vinta. Bisogna spegnere i grilli parlanti pagati dalle multinazionali, vincere le comodità acquisite e abituarsi a nuovi stili di vita. E, soprattutto, bisogna fare tutto da soli. Diffondere la conoscenza, offrire aiuto ma non cedere il know how. Salvaguardare il metodo significa salvare le specie, tramandare la tradizione. Tutto quello che ha portato a godere ancora di antichi frutti, scoperti in un vecchio podere abbandonato.

Un giardino segreto a macchia di leopardo che alimenta quasi di nascosto insetti e impollinatori.

Vorrei essere esagerato, in quello che dico, ma la direzione che ha preso la nostra società che ha ridotto il grano a strumento strategico, che da decenni lascia morire milioni di bambini, che è incapace, nonostante gli allarmi qualificati, di interferire sul degradare dell’ambiente e del clima, ormai ostaggio della più speculativa dell’economia conosciuta sul pianeta… tutto questo e molto altro non lasciano aperta nessuna porta alla speranza. Bisogna solo agire, e lasciare che la desertificazione economica colpisca coloro che fino ad ora hanno desertificato e condizionato le nostre speranze.

 

Ignazio Lippolis