Alluvione Marche, le vere colpe delle «catastrofi naturali»

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Agricoltura si fa il suolo sterile
Certe pratiche agricole contribuiscono a rendere il suolo sterile

La mania di gestire la natura ci sta distruggendo

Dopo l’ultima «Catastrofe Naturale» è tempo di denunziarne le vere cause, per contrastarle con la massima decisione. Tassi: «Mi pare evidente che a riportarci indietro, verso questa “candela” simbolo della crisi energetica, siano piuttosto certe politiche iper-liberiste dominanti. E chi teme minori profitti, dovrà rendersi conto del fatto che l’attuale catastrofe economica non è stata provocata certo dall’ecologismo, ma dalla sfrenata corsa verso “crescita e sviluppo”»

Alluvioni e Clima

Alle prime piogge autunnali, l’ennesima alluvione ha colpito le Marche, occupando le prime pagine dei media e riaccendendo discussioni e polemiche sulle cosiddette «catastrofi naturali». Le quali, in realtà, di naturale hanno ben poco, essendo in gran parte provocate dall’uomo, per lo sfruttamento eccessivo di risorse, l’alterazione degli equilibri, la violenza agli ecosistemi, e lo spreco di patrimonio ambientale, senza mai preoccuparsi delle future conseguenze.

Questa Italia sempre più martoriata da fenomeni estremi, mai visti prima, passa da periodi di assoluta siccità a momenti di piogge disastrose, e si mostra tanto ineguagliabile nel provocare sconquassi, quanto inarrivabile nel non saperne individuare le cause.

Ma sarebbe davvero difficile capire che più si tagliano gli alberi e i boschi, più si massacrano le praterie, più si devasta la natura, e più saremo sommersi dalle acque traboccanti e dai fanghi soverchianti?

Per affrontare adeguatamente questi disastri occorrerebbe una cultura adeguata, ma purtroppo molto spesso impera l’analfabetismo ecologico (ignoranza o malafede?), come confermano le cronache quotidiane. Le quali, pronte ad esplorare in basso la melma dilagante, si mostrano invece piuttosto riluttanti a volgere lo sguardo più in alto, per scoprire come mai la montagna stia rovinosamente crollando…

Alveo fluvialeLamentele e rimedi peggiori del male

Gran parte dei servizi giornalistici e televisivi sono infatti concentrati sulle conseguenze dell’alluvione, raccolgono lamentazioni, accuse incrociate e riferimenti alla maledetta fatalità. Ma solo raramente qualcuno tenta di risalire alle cause, e cerca di individuare i rimedi.

Vengono interpellati, ascoltati e intervistati, nell’ordine: politici (anzitutto poveri sindaci disperati), esperti (meteorologi, capaci di sciorinare complesse teorie, o geologi, pronti a raccomandare interventi di ingegneria idraulica, cementificazioni e grandi opere), e infine cittadini comuni (vittime del disastro). E proprio dalla voce della gente, emerge non solo la comprensibile rabbia per le sofferenze, ma anche una totale inconsapevolezza della genesi della catastrofe. Tra le reazioni, spiccano appelli come: «tagliamo la vegetazione e gli alberi accanto al fiume, altrimenti i tronchi ostruiranno i ponti», «ripuliamo i boschi a monte», «costruiamo dighe e barriere invalicabili», e via dicendo. Rimedi, ovviamente, peggiori del male.

Franco Tassi e la difesa degli ecosistemi

Per tentare di rispondere ai molti ardui interrogativi, riportiamo qui l’estratto di una lunga intervista, rilasciata di recente alla stampa straniera dal prof. Franco Tassi, docente di Ecologia e di Conservazione della Natura, da lungo tempo impegnato nella difesa degli ecosistemi, e nello studio dei rapporti corretti tra uomo e ambiente.

Schema fiume Nisa
Schema fiume Nisa

Secondo lei, qual è la causa di queste terribili catastrofi ricorrenti?

Va anzitutto chiarito che spesso la causa non è una sola, ma a provocare il disastro possono contribuire molteplici fattori, talvolta ignorati. Di certo lo sconvolgimento del clima gioca un ruolo fondamentale, ma per una diagnosi completa si deve guardare più in alto (disboscamenti, alterazioni del suolo, pratiche agrarie dannose, strade e piste). E poi occorre analizzare a fondo anche più in basso, per scoprire i gravissimi errori nell’assetto del territorio (vegetazione riparia eliminata, zone golenali e casse di espansione soppresse, agricoltura, edilizia e antropizzazione spinte fino ai bordi dei fiumi). Tutti fattori che mostrano un ambiente incoscientemente alterato, modellato nel modo più comodo per interessi locali, settoriali, padronali, contingenti. Ma non più in grado di sostenere i cicli della natura, assorbire le piogge, regolare il flusso delle acque: in altre parole, di consentire la convivenza tra le attività produttive e il dinamismo idrogeologico.

In che modo certe modificazioni a monte possono provocare enormi sfaceli a valle?

La casistica è molto varia, a partire dalla mala gestione delle foreste, ridotte oggi a miseri cedui, o «boschi-stecchino», che sulle pendici acclivi non trattengono più il suolo, e generano fiumi di fango. A ciò si aggiunga l’assurda tendenza alla «pulizia del bosco», eliminando gli strati inferiori a quello arboreo (arbustivo, erbaceo, muscinale e fungino) essenziali per l’assorbimento delle piogge, e per la graduale restituzione delle acque. Ma sono corresponsabili anche alcune pratiche agricole produttivistiche: come l’uso di fertilizzanti chimici che impermeabilizza il suolo, l’eliminazione delle erbe prative che sterilizza il terreno, e quasi ovunque anche la soppressione delle siepi e dei fossi, che provoca danni inimmaginabili. Aggiungiamo poi l’apertura capillare di carrarecce e piste sciistiche, e da ultimo di strade di penetrazione ad alte quote, per realizzare gli enormi e invadenti impianti eolici. L’acqua non penetra più nella terra, ma scorre rovinosamente a valle. In gergo tecnico, questo è definito come il «tempo di corrivazione», che le acque piovane impiegano per giungere al mare. In passato era articolato in mille passaggi e durava mesi, oggi è incanalato e ridotto a poche ore. In sostanza, terribili bombe d’acqua corrono a valle, ingrossandosi sempre più e travolgendo ogni cosa.

Quali possono allora essere i rimedi?

Come sempre, occorre agire a livello locale, ma al tempo stesso anche globale. La tutela del «Manto Verde» del pianeta è il presupposto essenziale: comprende tutta la copertura vegetale, dalle selve primigenie, attraverso foreste, boschi, savane e steppe, fino alle praterie integre. Uno strato prezioso, che viene sempre più lacerato, scorticato, frazionato, cementificato, impoverito. Con l’evidente risultato di una progressiva aridificazione, desertificazione, mineralizzazione, sterilizzazione. Le conseguenze sull’equilibrio ecologico, idrogeologico e climatico sono gravissime, ma vengono purtroppo sottovalutate. Conservare il Manto Verde dovrebbe essere un obiettivo prioritario per tutti i Governi, che invece continuano a promuovere interventi disastrosi in senso contrario.

Ma anche a livello locale, una progressiva graduale rigenerazione sarebbe possibile, su impulso di comunità più consapevoli e responsabili. Tutte le pratiche nefaste potrebbero essere sostituite con metodi alternativi più generosi verso la natura: la monocoltura industriale con l’agricoltura ecologica, la diffusione di pesticidi con la lotta biologica, l’invasione tecnologica con la rinaturalizzazione ambientale. E si potrebbe continuare …

Ma queste strategie non porterebbero al regresso? Non si rischierebbe una recessione economica e, come dicono gli eco-scettici, quel paventato «ritorno alla candela»?

Mi pare evidente che a riportarci indietro, verso questa «candela» simbolo della crisi energetica, siano piuttosto certe politiche iper-liberiste dominanti. E chi teme minori profitti, dovrà rendersi conto del fatto che l’attuale catastrofe economica non è stata provocata certo dall’ecologismo, ma dalla sfrenata corsa verso «crescita e sviluppo». Ma non ci rendiamo conto che i danni del dissesto idrogeologico, soltanto negli ultimi 40 anni in Italia, ammontano a oltre 50 miliardi di Euro? Con un preveggente investimento assai inferiore, sarebbero stati facilmente evitati. Tutto quello che avviene oggi va contro la natura, e quindi si tratta di una calamità non naturale, ma «antropogenica». È stata certamente causata dall’uomo, ed è quindi su di lui che ora incombe il dovere etico di cambiare rotta, riparare al malfatto e riconciliarsi con la natura.

 

Margherita Martinelli, Gruppo Alberi Sacri