Dalle politiche ambientali alla città sostenibile: aspetti teorici e un’applicazione al caso di Latina (Economia e Ambiente)

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Università:
Materia: Economia e Ambiente
Estratto*
TESI di LAUREA:

«Dalle politiche ambientali alla città sostenibile: aspetti teorici e un’applicazione al caso di Latina»

? Dott.ssa BARBARA MUSSARDO ?

* Il documento, rispetto all’originale, è aggiornato ad Ottobre 2003.

L’interesse degli economisti per gli effetti delle attività economiche sull’Ambiente risale agli inizi degli anni Settanta, quando dal Primo Rapporto del MIT al Club di Roma fu evidenziata la possibilità che un elevato/eccessivo uso delle risorse naturali non esauribili avrebbe ridotto, o perfino annullato, le possibilità di crescita economica.
Il dibattito che seguì riguardò l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente naturale e la necessità di procedere alle valutazioni economiche di tali influenze.
I responsabili dell’economia dei Paesi maggiormente industrializzati (Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna), infatti, nel contesto del suddetto periodo storico riconobbero che la crescita economica di lunga durata e l’industrializzazione, oltre ai noti vantaggi, originano anche danni irreversibili e altri troppo costosi da rimediare: l’inquinamento dell’aria o la corrosione del patrimonio artistico delle città a causa delle piogge acide, il degrado di mari e fiumi a seguito dei lavaggi di petroliere e cisterne, e così via.
Oggi la trasversalità dell’ambiente è riconosciuta in ogni settore economico; anzi, il rispetto e la tutela ambientale sono funzionali alla qualità di un bene o di un servizio e alla migliore immagine delle imprese produttrici.
Il principale tentativo degli studiosi, soprattutto in seguito ai disastri ambientali di notevoli dimensioni, è stato quello di combinare il concetto di economia con quello di ecologia, per tentare di definire una nuova ?teoria generale? in grado di superare l’idea che la tutela ambientale sia soltanto un costo aggiuntivo per la collettività. Ogni sistema economico, infatti, non può ignorare la simmetrica relazione che automaticamente scaturisce dalle attività umane con i sistemi ecologici interessati e che inevitabilmente dà luogo a conseguenze di tipo economico. Il contributo dell’ecologia, scienza della natura per eccellenza, è invece decisivo per chiarire quale sia il valore intrinseco degli ecosistemi (i sistemi complessi in equilibrio dinamico) e le reciproche influenze tra l’ambiente naturale e gli esseri viventi.
All’interno di ogni sistema produttivo entrano, infatti, una serie di fattori ambientali: l’energia solare, il capitale naturale e il trattamento dei rifiuti s’inseriscono nella fase della produzione in senso stretto di beni e/o servizi; allo stesso tempo sono generati rifiuti industriali ed emissioni, cui seguiranno interventi di depurazione dell’aria e delle acque e trattamenti dei residui di produzione; anche il consumatore finale produce rifiuti urbani ed emissioni civili, che a loro volta incideranno sui beni del capitale naturale e che da questi saranno influenzati. Dall’uso diretto di beni e servizi ambientali deriva, infine, la produzione di energia termica.
I beni naturali e storico-ambientali sono le nuove risorse da dover considerare all’interno di un processo di rinnovamento economico, che possa consentire plausibili e ragionevoli soluzioni per uno sviluppo durevole. La conservazione di questi beni, infatti, oltre a tramandare le condizioni di appartenenza ai luoghi, rappresenta la continuità dei legami con essi, garantendo la conservazione dell’identità culturale delle comunità.

Il concetto di Economia è stato variamente definito, ma ai fini del presente studio assume rilevanza l’espressione secondo cui si tratti della ?disciplina che studia i comportamenti individuali e le relazioni sociali che determinano come sono impiegate risorse scarse tra usi alternativi?.
La scarsità delle risorse presuppone la loro utilità, insieme alla disponibilità in quantità limitata rispetto alla domanda: in tal caso è possibile parlare di risorse economiche. L’ambiente e le ricchezze naturali presentano i caratteri di un insieme di risorse economiche per la loro scarsità (sono generalmente considerate ?finite?), e per l’impossibilità d’essere agevolmente riprodotti dall’attività degli uomini.
Il patrimonio naturale solitamente è suddiviso in risorse esauribili (ad esempio i combustibili fossili o i minerali) che sono utilizzabili in stock finiti, e risorse rigenerabili (la qualità dell’aria, gli animali, le foreste) che devono essere sfruttate entro il limite della capacità di carico (carrying capacity) o capacità rigenerativa del capitale naturale rinnovabile, vale a dire in modo da permettere la loro naturale rigenerazione e il loro mantenimento nel tempo. Troppo spesso l’inquinamento e i rifiuti superano la capacità del pianeta di assorbirli e trasformarli e ciò dimostra che uno dei vincoli all’attuale crescita economica è dato tanto dalla limitata disponibilità di risorse quanto dalla limitata capacità ricettiva dell’ambiente che manifesta, in modo sempre più evidente, chiari segni di insostenibilità.
La determinazione di un indicatore della capacità di carico è di uno dei problemi più complessi attualmente affrontati dagli studiosi della sostenibilità: da una parte manca ancora una conoscenza scientifica approfondita del funzionamento degli ecosistemi; dall’altra ha senso di parlare di capacità di carico a livello globale ma non a livello locale o regionale, soprattutto se non si considerano le importazioni ed esportazioni fra quell’area e il resto del mondo. Può avvenire, infatti, che il rispetto della capacità di carico di una certa area comporti danni causati ad altri ecosistemi lontani nello spazio e/o nel tempo: in sostanza un impiego incontrollato delle risorse ambientali nel presente può impedire un’adeguata tutela dello stock delle stesse per il futuro.
Questo è il problema della sostenibilità e della crescita sostenibile. La teoria economica è in grado di mostrare come affrontarlo, o, meglio, di spiegare come fronteggiare la questione della gestione delle risorse ambientali.
Prima di tutto occorre distinguere tra sviluppo e crescita: il primo riguarda tutte le trasformazioni del tessuto economico, politico, sociale, istituzionale e culturale che avvengono in un Paese sottosviluppato; la crescita invece considera l’incremento annuo del PIL o di altri indicatori dell’attività economica dei Paesi già in grado di attuare un’economia industriale.
Il concetto di sviluppo sostenibile (indicato con la sigla SVS) ha iniziato ad affermarsi soprattutto a seguito della crescente consapevolezza dell’interdipendenza tra sviluppo economico, salvaguardia dell’ambiente ed equità sociale, i pilastri su cui posano le politiche ad esso relative.
La principale definizione di SVS si deve a G.H. Brundtland, Presidente della ?World Commission on Environmental and Development? (WCED): ?Lo SVS, inteso come modello di sviluppo sociale ed economico, è quello che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i propri?. Questa espressione evidenzia due elementi essenziali: i «bisogni» dell’uomo, cui è data la massima importanza e il «limite» determinato dalla condizione della tecnologia e dal tipo di organizzazione sociale.
Nonostante esistano descrizioni diverse, nel concetto di SVS sono compresi i seguenti obiettivi:
– arrestare il degrado ambientale;
– impedire l’impoverimento delle generazioni future (equità intragenerazionale);
– migliorare la qualità della vita e l’equità tra le diverse generazioni (equità intergenerazionale).
La sostenibilità ambientale dello sviluppo, quindi, deve andare di pari passo con quella sociale ed economica. Per ottenere uno SVS in tutte le sue dimensioni occorrono azioni e interventi di varia natura e a diversi livelli:
– soluzioni tecnologiche e di re-distribuzione delle risorse;
– strumenti di mercato;
– interventi volti ad incidere sui valori individuali e sugli stili di vita;
– riforme istituzionali ed economiche.
Le tematiche legate allo SVS e alla sostenibilità si sono diffuse e sono percepite non soltanto dagli organismi sopranazionali, ma anche a livello locale. Ogni luogo, infatti, ha delle sue caratteristiche, una capacità di carico e spiccate potenzialità: per evitare una progressiva e rapida riduzione della disponibilità delle proprie risorse, insieme con il rapido aumento dei livelli d’inquinamento, occorre far sì che i vari fenomeni di crescita siano compatibili con la realtà di quel territorio. È, infatti, corretto distinguere tra Paesi ricchi e Paesi poveri di risorse: possono essere dotati di un’economia e conoscenze idonee ad un efficiente sfruttamento delle proprie ricchezze, oppure sono solcati da un modello di sviluppo lontano dalla propria realtà.
Risorse e sostenibilità hanno origine dalla conoscenza e consapevolezza del proprio ambiente e dall’adattamento ad esso delle scelte di sviluppo. Attualmente molti Paesi industrializzati hanno abbondantemente superato la propria carrying capacity, mentre i PVS ne sono ben lungi: occorrerebbe dunque una ?riconversione ecologica dell’economia? per i primi e un ?sentiero di crescita non distruttiva? per i secondi, al fine di tentare di porre rimedio a quel che ancora è possibile e di indirizzare i Paesi sottosviluppati verso il modello economico basato sulla sostenibilità. A tal fine sono stati individuati svariati strumenti di politica economico-ambientale (altri ancora se ne aggiungono), tutti con l?obiettivo di individuare le condizioni della sostenibilità locale e globale.

Nel 1972 113 nazioni si incontrano a Stoccolma per la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano e redigono un piano d’azione con ben 109 raccomandazioni. E’ inoltre adottata una Dichiarazione recante 26 principi su diritti e responsabilità dell’uomo in relazione all’ambiente, tra cui:
¨ la libertà, l’uguaglianza e il diritto a adeguate condizioni di vita;
¨ le risorse naturali devono essere protette, preservate e opportunamente razionalizzate a beneficio delle generazioni future;
¨ per un’amministrazione più razionale delle risorse e per migliorare l’ambiente gli Stati dovranno pianificare e adottare misure integrate e coordinate, tali da assicurare uno sviluppo compatibile con la necessità di proteggere e migliorare la qualità della vita a beneficio delle popolazioni.
Nel 1987 si riunisce la Commissione Brundtland, dal cui operato scaturisce la prima efficace definizione di SVS, delle sfide collettive, delle preoccupazioni e degli sforzi comuni.
L’improrogabile necessità d’individuare un percorso comune per costruire tale sviluppo conduce la comunità mondiale a riunirsi nel 1992 a Rio de Janeiro. I rappresentanti dei Paesi partecipanti riconoscono che le problematiche ambientali devono essere affrontate in maniera universale, e che le soluzioni devono coinvolgere tutti gli Stati. Sono negoziate e approvate 3 dichiarazioni di principi e firmate 2 convenzioni; inoltre nasce la Commissione per lo SVS delle Nazioni Unite (CSD) con l’incarico di elaborare indirizzi politici per le attività future e promuovere il dialogo e la costruzione di forme di collaborazione tra Governi e gruppi sociali.
Il punto di svolta per la definizione di una politica ambientale internazionale è l’Agenda 21 (indicata con A21), presentata nello stesso Summit di Rio. Si tratta del Programma di sviluppo sostenibile per il 21° secolo, è stato adottato da 179 governi, contiene principi, obiettivi e azioni per il perseguimento di uno sviluppo più equilibrato; si compone di 40 capitoli ed è suddiviso in quattro sezioni: aspetti sociali ed economici, conservazione e gestione delle risorse, rafforzamento del ruolo delle principali categorie sociali, strumenti di esecuzione. Secondo questo documento spetta principalmente ai governi promuovere uno SVS, elaborando strategie, progetti e politiche nazionali. Occorre inoltre coinvolgere attivamente, per quanto possibile, la popolazione, le organizzazioni non governative e gli altri gruppi.
Sostanzialmente Agenda 21 non introduce alcun obbligo giuridicamente vincolante, ma si limita a fornire raccomandazioni e suggerimenti di carattere operativo. Ciò non toglie importanza al testo, che riflette il consenso globale realizzatosi con l’accordo cui quasi 200 nazioni sono pervenute ed è espressione della volontà di cooperare a livello internazionale in materia di ambiente e sviluppo. Rappresenta, quindi, il passaggio dall’approfondimento scientifico e culturale del concetto di sostenibilità all’assunzione di un serio impegno politico, per concretizzare tale principio.
Per quanto riguarda le finalità, l’A21 intende fornire le linee d’azione puntuali necessarie all’attuazione di politiche settoriali e globali di perseguimento degli obiettivi tipici di uno sviluppo davvero sostenibile.
Nel capitolo 28 di tale documento si legge: ?Dal momento che gran parte dei problemi e delle soluzioni cui si rivolge Agenda 21 hanno origine in attività locali, la partecipazione e la cooperazione delle amministrazioni locali rappresenta un fattore determinante per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Le amministrazioni locali gestiscono i settori economico sociale ed ambientale, sovrintendono ai processi di pianificazione, elaborano le politiche e fissano le regole in materia ambientale a livello locale, e collaborano nell’attuazione delle politiche ambientali nazionali e regionali. Rappresentando il livello di governo più vicino ai cittadini, svolgono un ruolo fondamentale nel sensibilizzare, mobilitare e rispondere alla cittadinanza per promuovere lo sviluppo sostenibile?. Si tratta dell’appello rivolto dai firmatari di Rio a tutte le autorità locali affinché prendano coscienza dell’importanza del loro ruolo nel processo di perseguimento degli obiettivi di sostenibilità e, conseguentemente, definiscano autentiche politiche di SVS e avviino azioni precise, adottando una Agenda 21 Locale: l’A21 è il programma definito a livello globale, mentre l’Agenda 21 Locale (indicata con A21L) è il ?mezzo? attraverso cui diventa possibile la realizzazione del piano stesso nei singoli Paesi aderenti.

Per l’implementazione di uno SVS gli studi degli ultimi anni, le preoccupazioni originate dagli incidenti ?ecologici?, l’evoluzione degli scenari complessivi e la maturazione delle consapevolezze, hanno portato a prendere coscienza del fatto che se si vuole davvero giungere all’applicazione pratica del concetto di sostenibilità occorre, in primo luogo, puntare alla sua realizzazione a livello locale, nello «spazio geografico del quotidiano», vale a dire nelle città.
Prima di passare alla trattazione, si vorrebbe però rispondere ad una domanda (forse) scontata: perché nascono le città. Le motivazioni sono essenzialmente tre:
– la possibilità di sfruttare le economie di scala derivanti dalla concentrazione di complessi industriali diversi all’interno della medesima area;
– l’ineguale distribuzione delle risorse sul territorio;
– la necessità di creare dei centri di governo (sin dall’epoca medioevale).
I miglioramenti dei mezzi di trasporto hanno condotto, nel tempo, all’allargamento del mercato di riferimento e alla specializzazione di impianti e produzioni: il contesto odierno è dominato dall’unico imperativo della globalizzazione e la sfida di ogni realtà locale (cellula del mondo complesso), che assume rilevanza strategica per operare in un’ottica di sistema, è contribuire attivamente per la realizzazione di una globalizzazione sostenibile.
Il percorso lungo cui è stata compresa l’importanza crescente del sistema delle città, si è manifestato dagli anni ’90; le tappe sono contrassegnate dall’adozione di molteplici iniziative politiche e dalla pubblicazione di alcuni importanti documenti, fra cui il Libro verde sull’ambiente urbano, il Rapporto sulle città europee sostenibili del Gruppo di esperti sull’ambiente urbano, il Quadro d’azione per uno sviluppo urbano sostenibile nell’Unione europea della Commissione. Il momento senza dubbio più importante risale al 1994, quando ad Aalborg (Danimarca) fu approvata la ?Carta delle città europee per un modello urbano sostenibile?, il documento base della Città sostenibile: con questa dichiarazione i rappresentanti degli Stati presenti alla Conferenza riconoscono che ?…l’amministrazione locale si colloca a un livello prossimo a quello in cui vengono percepiti i problemi ambientali e il più vicino ai cittadini… Le città svolgono pertanto un ruolo fondamentale nel processo di cambiamento degli stili di vita e dei modelli di produzione, di consumo e di utilizzo degli spazi…?. Partendo dai concetti e principi della sostenibilità, si intendono definire le strategie locali per un modello urbano sostenibile, al fine di raggiungere un equilibrio, risolvere i problemi mediante soluzioni negoziate, assicurare l’equità sociale e un uso sostenibile del territorio, giungere a piani di mobilità urbana eco-compatibili. Ruolo fondamentale in questo processo è affidato ai cittadini e a tutti i portatori d’interesse, che attraverso l’attuazione dell’Agenda 21 a livello locale permetteranno l’effettiva realizzazione della Città sostenibile.
Perseguire queste finalità richiede, senza dubbio, una nuova e più efficiente capacità di governo, soprattutto a livello locale, e l’attuazione della sostenibilità (problema ad un tempo locale e globale) non può che poggiare sull’impegno di organismi sopranazionali. In questa nuova prospettiva, anche l’Unione Europea ha dovuto ripensare alle proprie politiche e agli strumenti d’intervento, definendo i principi idonei a sviluppare una strategia comune di sviluppo urbano sostenibile e intervenire nell’articolazione amministrativa dei singoli Stati. Le innovazioni relative alla pianificazione tradizionale concernono il rinnovamento degli strumenti delle politiche urbane, al fine di operare nel pieno rispetto della sostenibilità.
Una delle funzioni che gli enti locali dovrebbero svolgere nel rispetto della sostenibilità, è quella di rappresentare sommariamente le realtà complesse, contribuendo a rendere più comprensibili fenomeni o tendenze altrimenti non prontamente percepibili. Sono tre gli strumenti comunemente impiegati: la contabilità ambientale, il reporting e gli indicatori di sostenibilità. Se le prime due tipologie sono impiegate per definire le strategie, affiancare il bilancio, valutare e monitorare, oltre che comunicare i loro contenuti alla collettività, gli indici servono essenzialmente per:
– sintetizzare grandi moli di dati ed informazioni;
– analizzare le evoluzioni temporali del sistema;
– evidenziare criticità e opportunità di intervento;
– aiutare nell’individuazione di appropriate strategie di SVS;
– supportare la verifica periodica delle altre politiche;
– consentire l’elaborazione di previsioni sul futuro, suggerendo possibili scenari di evoluzione.
È importante menzionare il Progetto dell’UE sugli Indicatori Comuni Europei, lanciato dalla Commissione nel maggio 1999, con l’obiettivo di «monitorare e confrontare, per mezzo di indicatori, i progressi ed i risultati locali, allo scopo di migliorare i processi di A21L e di orientare le politiche europee».
Il tentativo più rilevante fatto nel nostro Paese per misurare e confrontare la sostenibilità degli enti locali è lo studio di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, che da 10 anni sviluppa Ecosistema Urbano, il Rapporto sulla Qualità Ambientale dei Comuni capoluogo.
Si tratta del primo sforzo compiuto e imitato a livello mondiale (ma unico nel suo genere) per organizzare i dati ambientali delle città al fine di fornire un criterio di valutazione della sostenibilità e un benchmarking delle prestazioni ambientali. Presenta dati originali, indicatori di pressione, della qualità e dei servizi, e risposte per i 103 capoluoghi italiani (richiama lo schema DPSIR ? Determinanti, Pressioni, Stato Impatto, Risorse); consente la comparazione tra le prestazioni di città diverse fornendo un indice aggregato di sostenibilità ambientale e un ranking finale. In pratica gli indicatori di Ecosistema Urbano consentono di comprendere, senza soffermarsi sulla sola posizione in classifica, come stia cambiando la gestione ambientale nelle diverse realtà italiane, dove si concentrino i fattori di pressione sull’ambiente e quali siano i maggiori punti critici della qualità ecologica delle città. Occorre ricordare e precisare, però, che la complessiva ?qualità ambientale? di una città è un concetto ampio che include molteplici fattori non sempre misurabili: ad esempio la struttura urbanistica, l’integrazione tra spazio verde e spazio edificato, la qualità e l’aspetto degli edifici, ecc.
Nell’introduzione del Rapporto 2003 si legge: «Ecosistema Urbano misura in qualche modo la ?febbre? ambientale delle città e l’efficacia delle prescrizioni messe in atto: lungi dal rappresentare un Oscar assegnato alla qualità ambientale complessiva di un’area, esso vuole essere una sorta di ?termometro? della sostenibilità».
Ecosistema Urbano ha raccolto informazioni e dati su 57 parametri ambientali, quali: monitoraggio; qualità dell’aria (CO, NO2, PM10, Ozono, Benzene, SO2); rumore; qualità e gestione delle acque (nitrati, consumi, depurazione); rifiuti e raccolta differenziata; trasporto pubblico (rete, passeggeri, piani); ambiente urbano (isole, ZTL, piste ciclabili); verde pubblico e parchi; uso del suolo (edificato, aree recuperate); ecogestione (carta riciclata, biologico, GPP – Green Public Procurement). Altri dati (consumi energetici, motorizzazione, imprese ISO, ecc.) derivano da fonti pubbliche.
Le risposte sono fornite dalle amministrazioni locali che se ne assumono la responsabilità, sono anche verificate da Legambiente e da Ambiente Italia, e coprono, secondo i parametri, dal 25% al 100% dei Comuni.
Per quanto riguarda i metodi e il significato della classificazione, Ecosistema Urbano indica il grado di sostenibilità rispetto ad una città ideale, ma non utopistica (nel 2004 la somma dei massimi punteggi reali conseguiti è pari al 92,5%), impiegando 20 indicatori primari, rappresentativi di fattori di pressione, stato e risposte. Il punteggio di ciascun indicatore è rapportato ad un obiettivo, che omogeneizzi i dati disponibili, pesato secondo la criticità del parametro di volta in volta considerato.
Gli obiettivi di sostenibilità e il peso per ciascun indicatore sono le novità introdotte dall’edizione 2001 del Rapporto, insieme alla valutazione differenziata tra piccole e grandi città, all’indice dell’abusivismo edilizio e ad un fattore di trasparenza relativo alle schede sugli indici, presentate dalle amministrazioni locali a Legambiente.
L’analisi di Legambiente evidenzia come città con redditi simili hanno prestazioni ambientali diverse, così come città con fattori di pressione simili hanno differenti capacità di risposta, poiché ogni centro abitato ha il proprio ?percorso ambientale?: sono le politiche e i comportamenti verso l’ambiente che permettono di determinare il livello della qualità e della sostenibilità di uno spazio urbano.
I principali problemi delle città italiane sono l’inquinamento atmosferico e la gestione dei rifiuti, con la conseguente questione relativa alla dotazione di servizi, necessaria per fare fronte a tali problematiche. Alcuni tentativi concreti per cercare di migliorare la qualità urbana riguardano la depurazione, la raccolta differenziata, la gestione d’impresa; a proposito della gestione della mobilità sono aumentate le isole pedonali, le piste ciclabili (da utilizzare non soltanto per il tempo libero, ma anche per recarsi al lavoro, per lo shopping, ecc.), la disponibilità di mezzi di trasporto pubblici e le zone a traffico limitato (le cosiddette ZTL).
La valutazione distinta per piccole e grandi aree urbane, si riferisce sia agli obiettivi di monitoraggio dell’aria sia a quelli del trasporto pubblico: in questo modo è stato possibile assegnare il punteggio massimo per questi due indicatori anche alle realtà di minori dimensioni.
Sono, infatti, le città medio/piccole ad avere una maggiore dotazione di servizi per la depurazione, anche se superano di poco le zone metropolitane per la raccolta differenziata (si pensi, ad esempio, alla città di Firenze, che ancora non possiede un proprio impianto per il trattamento dei rifiuti solidi urbanie) sono ancora in ritardo per quel che riguarda le isole pedonali. Quanto alle grandi città, come è logico immaginare sono stati sempre e sistematicamente superati i valori-obiettivo relativi ai principali inquinanti urbani (PM10, NO2, CO).
Ecosistema Urbano mostra un quadro complesso della sostenibilità ambientale dei 103 Comuni capoluogo italiani nella tradizionale classifica della sostenibilità ambientale: dietro il valore delle posizioni ottenute sommando una pluralità di indicatori, si può cogliere la rilevanza assunta dalla capacità di governo delle pubbliche amministrazioni, da cui derivano percorsi ambientali differenti:
– città degradate (situate in aree con elevati carichi ambientali e capacità di gestione tali da pregiudicare interventi innovativi: Ragusa, Catania, Reggio Calabria, ecc.);
– città trascurate (città dove si associano condizioni di pressione ambientale contenuta e assenza o grave carenza di gestione ambientale: Nuoro, Frosinone, Trapani, ecc.);
– città stressate (presentano i maggiori carichi ambientali, alti tassi di motorizzazione, consumi energetici e livelli di inquinamento atmosferico tra i più elevati; lo sviluppo di politiche e misure ambientali è stato parziale e discontinuo. Alcuni esempi sono Milano, Alessandria, Padova);
– città in mezzo al guado (rappresentano la maggior parte delle città italiane: sono caratterizzate da livelli di inquinamento elevati ma decrescenti, e da politiche ambientali discontinue, buone o eccellenti in alcuni settori, mediocri se non immeritevoli in altri. Fra queste, Firenze, Napoli, Genova e numerose altre del Centro-Nord);
– città reattive (città che reagiscono ai carichi ambientali legati allo sviluppo economico e dove i livelli di inquinamento, sebbene decrescenti, restano significativi; alcuni esempi sono Roma, Modena, Torino, Siena, Reggio Emilia, Bologna, ecc.);
– città rilassate (si tratta di complessi con grandi potenzialità di miglioramento, ma che, per una qualità ambientale già dignitosa, non hanno politiche ambientali sufficientemente attive e coerenti; sono caratterizzate da bassi livelli di pressione e di inquinamento ambientale. Sono Campobasso, Padova, Alessandria e altre);
– città virtuose (sono aree dove i livelli di pressione ambientale e di inquinamento atmosferico sono bassi o inferiori alla media, hanno un’alta capacità di gestione e dispongono di servizi per la tutela ambientale. Sono le città da tempo in vetta alla classifica di Ecosistema Urbano, quali Cremona, Sondrio, Verbania, Mantova, Bergamo, e Ferrara).
Latina si trova ?in mezzo al guado? e il quadro ad essa relativo non è fra i migliori poiché, per quasi tutti gli indici, la posizione raggiunta non si può definire esemplare. Dal Rapporto 2004 si evince, infatti, che il capoluogo pontino ricopre la 75a posizione (sui 103 Comuni), classificandosi tra le città ?medie? con il punteggio di 46,0% (rispetto al 65,9% di Cremona, il comune risultato migliore). Nei precedenti ranking Latina ha accumulato un punteggio ?insufficiente? nel 2003 sistemandosi all’83° posto (quel Rapporto, in verità, esprimeva un consuntivo dei dati definitivi del 2001 ); nel Rapporto 2001, invece, era al 68° posto, con un punteggio medio pari al 46% netto; nel 2000 ricopriva la 52° posizione (sempre con punteggio medio, pari a 48,9%).
Alcuni parametri (non è stato possibile presentare un rendiconto completo per la mancata disponibilità di dati), indicativi della situazione della città pontina, sono i seguenti.
+ Monitoraggio dell’inquinamento atmosferico.
Legambiente e Ambiente Italia hanno previsto un numero di centraline fisse e di inquinanti da tenere sotto controllo, variabili in base al numero di residenti. Latina (appartenente alla fascia 50.000-150.000 abitanti) è fra i 50 capoluoghi che non sono stati in grado di presentare una copertura totale dei dati richiesti; si colloca, comunque, al 57° posto (88%) e rispetto al rapporto 2003 è salita di 13 posizioni.
+ Qualità dell’aria: PM10.
Fra gli inquinanti atmosferici di cui si preoccupano maggiormente le pubbliche amministrazioni c’è la presenza di polveri sottili nell’aria. Nella classifica di quest’anno Latina è tra le migliori 10 città italiane (7° posto) in fatto di rilevamenti di PM10 (si tratta comunque di una città di medie dimensioni, dunque presenta dati di inquinamento atmosferico che non è possibile comparare con quelli dei grandi capoluoghi).
+ Raccolte differenziate.
Il trend nazionale fa registrare un leggero miglioramento rispetto alle precedenti osservazioni, sebbene al Centro-Sud una politica per la gestione dei rifiuti urbani debba ancora essere effettivamente avviata. Il capoluogo pontino non è ancora in grado di allinearsi con le disposizioni del D.lgs 22/1997, facendo registrare valori che si attestano sul 5,86% (contro il 25% previsto dalla norma menzionata).
+ Uso del trasporto pubblico.
Anche per quanto riguarda l’uso dei pubblici trasporti, a Latina la situazione non è lusinghiera: se nel 1995 si contavano 19 viaggi per abitante in un anno, che nel 1998 sono saliti a 21, nel 1999 questo valore scende a 11, per stabilizzarsi sui 12 del 2001. Nel Rapporto 2004, i dati sono stati suddivisi in base alle dimensioni dei capoluoghi e la città considerata è penultima (posizione 49, 15 viaggi/abitante/anno), seguita solo da Siracusa (3 v/a/a), mentre la capolista è Trieste, con 329 v/a/a.
+ Tasso di motorizzazione.
La densità automobilistica costituisce uno degli elementi più critici per le città e distingue l’Italia nel panorama mondiale. L’indice si riferisce al numero di automobili ogni cento abitanti, e anche in questo caso Latina non riporta valori soddisfacenti. Il dato è 71 (l’anno precedente era 69), ma si tratta di un dato che va analizzato complessivamente: la capolista, Venezia, si presenta con 43 auto per 100 abitanti e Genova la segue con 49; tutti gli altri Comuni hanno oltre 50 automobili su 100 residenti. Le ultime sono Roma (con 76) e Aosta (96), i cui valori, però, non sono paragonabili alla realtà di Latina.
+ L’ambiente urbano.
Dal Rapporto 2004, Legambiente include Latina fra le città italiane prive sia di isole pedonali, sia di ZTL; per quanto riguarda le aree di verde pubblico fruibile (metri2/abitante) questa città ricopre la 16a posizione con il punteggio di 15,8 (contro i 35,6 m2/abitante di Pesaro), mentre occupa la 61 a posizione per il verde pubblico totale.
+ Eco management.
L’indice sintetico in base 100 comprende le scelte gestionali della pubblica amministrazione che risultino ambientalmente compatibili (i cosiddetti acquisti verdi): la preferenza per i prodotti a basso consumo energetico o dotati di etichetta ecologica (Ecolabel), l’utilizzo di cibi biologici nelle mense e di carta riciclata, l’impiego di autobus a metano, ibridi o elettrici. Legambiente ha assegnato il punteggio di 7 alla città di Latina (contro il 100 di Lecce o lo zero di Viterbo).

Tornando allo schema di attuazione di Agenda 21 Locale, si ricorda che le fasi del processo sono le seguenti:
1. Attivazione del processo;
2. Organizzazione del processo;
3. La partecipazione ? Il forum;
4. Analisi dei problemi ? Quadro diagnostico;
5. Definizione del Piano di Azione A21L;
6. Attuazione del Piano di Azione A21L;
7. Monitoraggio (risultati, ostacoli, prospettive future).
La città di Latina ha da poco avviato (settembre 2003) l’implementazione della seconda e terza fase , con un impegno ufficiale dell’amministrazione locale: sono stati rilevati, in ordine di importanza, fondi e incentivi, oltre a meccanismi e modalità gestionali per un migliore coordinamento delle politiche di sviluppo, una maggiore e migliore formazione ed informazione.
Sebbene il 45% circa (Rapporto Focus-Lab di giugno 2002) dei capoluoghi si trovi ancora alla prima fase del processo, va sottolineato che numerose amministrazioni locali hanno avviato autonomamente il processo, ottenendo risultati soddisfacenti. Un esempio fra tutti è quello della città di Ferrara, la prima realtà italiana ad aver ricevuto dalla Commissione europea (in data 05/06/2003) l’ambito premio ?Città sostenibile europea 2003?, ex-equo con Oslo e Heidelberg. Questo non può che dimostrare l’effettiva validità della metodologia qui analizzata, indipendentemente dalle tendenze politiche della maggioranza dell’amministrazione locale, dalla dotazione finanziaria del Comune, dal tessuto storico-culturale o, ancora, dalla dimensione demografica.
Ciò premesso, la speranza è di vedere crescere nel tempo questo capoluogo, al pari di altre realtà, poiché non sono state rilevate motivazioni che inducano a pensare che questa città non debba realizzare uno sviluppo davvero sostenibile.

PER INFORMAZIONI:
Dott.ssa B. MUSSARDO
Laurea in Economia e Commercio, Università degli Studi ?La Sapienza? ? Roma, tesi in Politica Economica (14/07/2003)
E-mail: b_mussardo@hotmail.com