Dopo 23 anni la nube di Chernobyl è ancora contaminante

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Il gruppo di ricerca della Sezione di Fisica medica ambientale ed epidemiologica dell’Università degli Studi di Perugia continua lo studio sull’identificazione della presenza di altri radionuclidi nel pellet. E con l’allestimento di un piccolo orto-studio verificano il loro ritorno ai vegetali

Durante la tavola rotonda sulla Qualità dell’aria, tenutasi durante l’ultima Convention Arg Bergamo, la dott.ssa Daniela Saetta ha esposto un’attenta analisi sugli ultimi studi effettuati sul pellet dopo il caso scoppiato a giugno quando fu sequestrato, dalla magistratura di Aosta, un campione di pellet proveniente dai paesi dell’Est considerato radioattivo.

Infatti in tale campione, proveniente dalla Lituania, fu riscontrato un valore di concentrazione di attività di Cesio-137 (Cs-137) pari a 320 Bq/kg (Becquerel al chilogrammo), e nelle ceneri di combustione i valori in concentrazione di attività furono di 40.000 Bq/kg.

Il pellet è un combustibile utilizzato per stufe di ultima generazione, recentemente immesso in commercio in sostituzione dei ceppi di legno. È ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri del diametro di 6-8 mm. L’uso del pellet nelle stufe domestiche comporta, rispetto alle stufe tradizionali, una serie di vantaggi di tipo ecologico, energetico e di gestione dell’impianto di riscaldamento grazie alla elevata resa termica (superiore all’80%), al bassissimo residuo finale di ceneri (0,58%) e il basso costo.

Abbiamo rivolto alla dott.ssa Saetta alcune domande per capire meglio questo interessante argomento di cui oggi se ne parla sempre meno.

Anche il vostro laboratorio ha effettuato analisi sui campioni di pellet in esame, cosa avete riscontrato?

Appena scoppiato il «caso» i laboratori di radiometria sono stati allertati e sono scattati i controlli. Le Autorità competenti, i commercianti di pellet, i privati e gli operatori del settore ambientale si sono subito attivati e hanno richiesto all’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiante), all’Università, e altri Enti di effettuare le misure radiometriche. Anche il nostro Laboratorio, che dagli anni 80 è impegnato nel campo della radioattività naturale e artificiale ed effettua misure su varie matrici, ha subito iniziato una serie di indagini radiometriche su vari campioni di pellet e relative ceneri di combustione. Le misure svolte in questo periodo su campioni di varia provenienza hanno spesso evidenziato una presenza del radionuclide Cs-137, in particolare nei campioni provenienti dai Paesi dell’Est.

Perché i campioni presentavano un’elevata concentrazione di radiocesio?

Il fenomeno del turnover del radiocesio viene seguito oramai da un trentennio dai ricercatori della nostra Sezione come pure dai centri di ricerca della radioattività ambientale nei vari Paesi.

L’incidente di Chernobyl si è verificato nel 1986 ma tra i radionuclidi rilasciati in aria ve ne sono alcuni il cui tempo di dimezzamento è tale che l’ambiente resterà contaminato per svariato tempo! Basti pensare che il Cs-137 è un radionuclide che ha un tempo di dimezzamento di circa 30 anni!

Ciò significa che a distanza di 30 anni, l’attività iniziale in una matrice contaminata, è ridotta soltanto del 50%. Per questo motivo gli studiosi sanno che è necessario seguire attentamente nel corso degli anni il fenomeno anche in riferimento al turnover dei radionuclidi, e, nel nostro caso, del radiocesio.

Lei parla di «turnover» del radiocesio, ma che cosa è?

Il cesio si «muove» negli ecosistemi contaminati e passa da una matrice all’altra: dall’aria ricade nelle acque, e da queste torna ai vegetali, ai suoli, agli animali, all’uomo. Se il «fallout» (ricaduta) interessa i suoli si deposita in essi e poi, favorito dalle piogge, passa dagli strati superficiali a quelli più profondi e diviene chimicamente disponibile per l’assorbimento radicale da parte delle piante. Ora che a distanza di anni dal disastro nucleare di Chernobyl il cesio è affondato nei terreni, può essere captato («uptake») anche dalle radici delle piante ad alto fusto e, favorito da meccanismi di competizione con lo ione potassio (per simile comportamento chimico, occupando lo stesso gruppo nella tavola periodica), viene metabolizzato da esse.

Che ruolo svolge il suolo in tutto questo?

Un ruolo importantissimo! Innanzitutto la contaminazione è diversa a seconda che il suolo sia coltivato o non coltivato. Nel suolo coltivato il continuo rimescolamento fa sì che il cesio sia distribuito in modo piuttosto omogeneo nei vari strati; se il suolo non è coltivato invece il cesio ha il tempo di affondare dagli strati superficiali a quelli profondi. Ma i fattori che rendono il suolo una potenziale fonte di rilascio sono molteplici: la composizione del suolo in percentuale argillosa e componente organica, il pH ecc.

Sostanzialmente si instaura tra i suoli e l’apparato radicale dei vegetali un equilibrio di scambio, mantenuto dal cosiddetto «pool ionico labile» del suolo che serve a fornire gli elementi biodisponibili per le radici.

Dunque è per il ritorno dal suolo alle piante che il radiocesio è stato riscontrato nel pellet?

Certo, perché il legno utilizzato per la produzione è contaminato. Infatti il campione «incriminato» proveniva dalla Lituania che, come tutti i Paesi dell’Est vicini al luogo dell’incidente nucleare, risente maggiormente della contaminazione ambientale.

Quindi sono i legnami provenienti dall’Est ad essere contaminati?

Sì, ma non soltanto questi. Dopo l’incidente la «nube radioattiva», costituita sia da radionuclidi in forma gassosa che sottoforma di aerosol particolato (alcalino o alcalino-terrosi), si è spostata, sospinta dai venti e, seguendo il destino dettato dalle condizioni atmosferiche e dai venti anche di bassa quota, ha potuto raggiungere anche Paesi lontani dal luogo dell’esplosione. Le precipitazioni abbondanti nei giorni successivi all’incidente di Chernobyl hanno fatto sì che con la pioggia fossero «eluiti» nelle regioni sottostanti i radionuclidi contenuti nella nube radioattiva. Il risultato finale è stato una contaminazione definita «a macchia di leopardo» ossia nella zone limitrofe a Chernobyl e nei Paesi raggiunti dalla nube. Peraltro la contaminazione riguarda, come detto, varie matrici e non soltanto il pellet.

Quali sono gli obiettivi del vostro studio sui pellet? E quali le prospettive future?

Oggi le nostre misure sono volte a identificare la presenza di altri radionuclidi nel pellet.

Inoltre la nostra ricerca non si limita solo alla misura di campioni di pellet e relative ceneri ma abbiamo approntato un piccolo orto-studio nel quale, come molti privati hanno l’abitudine di fare, si usano le ceneri residue della stufa come concimanti. Ciò ci permetterà di verificare il ritorno ai vegetali dal momento che nella stima della dose efficace impegnata uno dei principali contributi proviene dall’ingestione.