La ricerca e la comunicazione scientifica

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microscopio ricerca

La scienza ha bisogno di divulgazione e purtroppo mancano i divulgatori; lo scienziato è troppo impegnato nelle sue ricerche e non ha tempo per divulgare

Il nostro vivere quotidiano è molto distante dai saperi che ha prodotto la scienza anche se poi ognuno di noi ne utilizza pur se passivamente le sue creazioni: dal frigorifero, al pc, ai cellulari. L’ultimo nostro rapporto con la conoscenza scientifica risale probabilmente al tempo della scuola, ma anche lì tutto si è risolto in un insieme di nozioni, presto dimenticate; e non è un caso che i nostri alunni «cadano», proprio nelle materie scientifiche. Colpa dei professori? Delle poche ore impegnate? Della mancanza di aule, laboratori? Un po’ di tutto questo? Non lo so! Certo è che tra il nostro vivere quotidiano e la scienza vi è una distanza incredibile e paradossale.

La comunicazione scientifica

Da cittadini, consumatori, la scienza, è almeno, e per fortuna, quella di Superquark, Ulisse, Passaggio a Nord Ovest, che con un’abilità straordinaria dei conduttori diventano le uniche sedi ove si fa divulgazione, comprensibile anche alla massaia (è l’assillante problema dei nostri redattori televisivi). La scienza ha bisogno di divulgazione e purtroppo mancano i divulgatori; lo scienziato è troppo impegnato nelle sue ricerche e non ha tempo per divulgare. Questo è probabilmente il problema. In alternativa la scienza è quella che filtra dai «telegiornali», tutti uguali, che di fronte alle catastrofi (epidemie, terremoti, vulcanismo, alluvioni, frane, cambiamenti climatici), chiamano l’esperto di turno, che tra l’altro non si lascia mai parlare in modo compiuto, altrimenti le massaie non capirebbero. Parlano invece la politica, i giornalisti televisivi (che sanno poi «tradurre») e, poi nell’era della comunicazione, la stessa informazione si traduce nel caos più assoluto: vedi l’epilogo dell’influenza suina, determinata anche dalla nostra assoluta mancanza di cultura scientifica.

Anche per la scienza si delega all’esperto, lo facciamo per ogni cosa, dalla politica, alla gestione dei condomini e figuriamoci se non lo facciamo per la scienza che è incomprensibile, difficile come ripetiamo spesso: non serve che noi capiamo qualcosa di alimentazione, di acqua da bere, di aria da respirare, tanto c’è chi se ne occupa. E così per ogni nostra scelta, anche quale jogurt comprare, abbiamo bisogno degli esperti, che così si moltiplicano a dismisura (che affollano le rubriche televisive mattutine per le massaie).

E quando non ci danno risposte ci sono sempre i maghi che si moltiplicano in misura maggiore, nonostante stiamo nel terzo millennio. Lo scienziato esiste solo per rassicurarci. E se non può farlo non serve!

I disastri «naturali»

Dopo che l’intervento dell’esperto ci ha rassicurato, ovviamente come ci fa comodo, ognuno di noi può tornare tranquillo al suo quotidiano e la scienza torna ai suoi solitari laboratori. Fin quando, e succede sempre più spesso, nelle nostre società sempre più globalizzate, urbanizzate, mercificate, il quotidiano non si imbatte con una nuova emergenza: disastri naturali, inquinamento, alimentazione/salute, cambiamenti climatici; e solo allora ci accorgiamo che esiste la scienza, perché esigiamo risposte. Paradossale è il nostro rapporto con i disastri naturali che chiamano «calamità naturali» (già nel nome si vede la nostra visione antropocentrica delle cose di natura). La scienza ci dice da sempre che terremoti, vulcani, frane, sono fenomeni del tutto naturali. Ma questa rassicurazione non ci basta affatto!. Che vogliamo di più? Che ci dica che non ci saranno più frane? O terremoti?. Certamente no! Non siamo così ignoranti! «Ma il terremoto si può prevedere?», lo sanno anche i ragazzi di scuola media che i terremoti non si possono prevedere! Invece è questa la domanda che giornalisti televisivi continuano a ripetere allo scienziato. Come si fa d’altronde a prevedere qualcosa che succede a 70/700 kilometri dai nostri piedi? Non è superfluo ricordarsi di come si è gestito il terremoto dell’Aquila: oroscopi, oracoli, visioni comprese quelle del radon. Possiamo invece prevenirli, costruendo con tecniche opportune, in luoghi opportuni ci dicono sempre i sismologi, ma questa non è la risposta che vogliamo.

Si spendono e si fanno molti soldi a ricostruire: parla di prevenzione anche Bertolaso e non ci spiega perché è super impegnato solo a spenderli per ricostruire. Le macerie dal centro storico dell’Aquila? Bastava chiederlo e lui le avrebbe rimosse.

In Giappone si hanno in media 50 scosse di intensità medio-alta all’anno e si registrano non più di 20 morti; in Italia, uno solo ne ha fatto più di 200. Allora ha senso la prevenzione? Sì ma costa di più per cui si può continuare a fare come prima. Ma il nostro Gargano, la Capitanata, non hanno un quotidiano tranquillo per i terremoti. Proprio nella provincia di Foggia (epicentro Serracapriola/Torremaggiore) si è verificato uno dei più catastrofici terremoti italiani (1627). A seguito del sisma in mare si crearono onde gigantesche che si abbatterono su tutta la costa settentrionale della Puglia (fonti letterarie parlano di un numero di morti elevatissimo, con dati incerti ma stimabili da alcuni in 4.000 altri di addirittura 17mila).

Il quotidiano della provincia di Foggia invece, fa sonni tranquilli, nessuna azione educativa o fatta senza le necessarie consapevolezze, nonostante la scienza sappia anche come stanno le cose: la lunga faglia del Candelaro che separa il Gargano dall’Appennino; il Gargano a sua volta fratturato in diverse piccole placche, e così via dicendo.

I cambiamenti climatici

Altra questione ove il rapporto tra scienza e quotidiano è ancor più paradossale è quella dei cambiamenti climatici: il clima è impazzito, è cambiato! E a tutta forza alla ricerca di primati: non nevicava così da trent’anni; non pioveva così da 50 anni; ma, cari giornalisti televisivi, direbbe la nostra massaia, allora non è vero che il pianeta si sta riscaldando? Ogni meteora, se piove, nevica, o fa freddo, diventa notizia. Quando mai ci siamo così interessati del «tempo che fa», prima se ne preoccupavano solo i contadini ed era ovvio (i prodotti da raccogliere). Allarme meteo, allertata la protezione civile! Che ci spaventa? La neve? L’acqua? Ma non abbiamo comode e calde case, superaccessoriate automobili? Abiti, pellicce che ci proteggono dal freddo. Ah! Probabilmente ci preoccupa di attraversare strade che quando piove si trasformano in pantani, sottopassaggi in piscine o anche case che possiamo trovare seppellite dalle frane.

«Ma cosa sta succedendo?, chiede ai primi di marzo (è ancora inverno) al climatologi del Cnr di Firenze l’acuto conduttore Emilio Fede che ha dimenticato marzo come un mese pazzo; ma lui insiste: «Ma questo tempo è proprio pazzo». Lo sanno anche i contadini che la primavera, come ogni stagione intermedia, ha andamenti climatici instabili, che la linea di demarcazione tra l’area boreale e quella tropicale del nostro pianeta non si sposta verso nord come un orologio, ogni anno allo stesso giorno. Il telegiornale bisogna pur riempirlo di notizie (questa è la loro informazione) e ogni giorno: «Quando arriva la primavera?».

Quest’anno quella linea di cui si diceva sta ancora sull’Italia settentrionale e quindi la primavera può proprio non arrivare a marzo (in media dovrebbe stare già all’altezza della Gran Bretagna). Nei detti della cultura contadina emerge che questa instabilità è stata ben compresa e sperimentata; se «ingrogna (arrabbia) aprile – recita infatti uno detto del Gargano – ti fa guardare il cinarile» (camino, bracere, ecc.). Sì, ma dopo aprile ormai ci siamo! Non è detto, il tempo non è un orologio! Il nostro contadino ha sperimentato anche che «se non viene giugno lotto non mi tolgo il mio cappotto». Allora? Capiamoci dice la scienza! Il clima è modellizzato (il suo comportamento) solo su base statistica, come facciamo per quantizzare il consumo annuale di carne degli italiani. Diversamente non è possibile. Ma se è un modello in quanto tale deve essere predittivo: un modello di atomo è tale perché applicabile ad ogni atomo; un modello di primavera a marzo invece lo è relativamente, poiché, come tutte le metodologie statistiche, ricava la previsione dalla storia meteorologica della zona in esame. Con questo modello possiamo stimare rischi, probabilità di eventi: il rischio sismico del Gargano è valutato considerando serie storiche di eventi (si conteggiano le scosse) e, se per lo stesso periodo sono maggiori di quelle del Tavoliere allora diremo che il rischio è maggiore per il Gargano; il modello è predittivo solo in termini di probabilità (che il terremoto o la primavera a marzo hanno maggiori probabilità di realizzarsi), ma senza nessuna possibilità di prevedere anno, giorno o ora.

I modelli matematici

Modelli si usano anche per le previsioni del tempo ma sono costruiti con parametri più oggettivi, poiché ogni meteora è il risultato di una combinazione di molte variabili, certe anche se numerose (umidità, pressione, temperatura, ecc.). Il modello funziona (la previsione è azzeccata) se tutte le variabili considerate si verificano: basta che si realizza un altro valore, ad esempio di pressione rispetto a quello considerato, per avere un evento meteorologico diverso da quello previsto. «Hanno sbagliato le previsioni», è invece la nostra interpretazione comune, e ovviamente sbagliano anche per l’arrivo della primavera.

Non vi è nessun errore o non si può parlare di sbagli, se capiamo come la scienza ragiona o può ragionare per alcuni fenomeni come l’andamento meteorologico.

Sommando i dati di temperatura (minima e massima) di questi primi nove giorni di marzo e facendo la media avremo un dato di medio di temperature minime e massime; facendo questo calcoletto sui dati che ormai da un anno ci fornisce la Stazione meteorologica del Liceo Classico di Vico del Gargano (installata nel 2009), viene fuori che la media delle minime è di 4,1 e la media delle massime è di 11,4. In quanto tali questi dati non ci dicono niente se non li confrontiamo con una serie storica. E la serie deve essere abbastanza lunga, non certamente di due o tre o dieci anni. Su Vico, per continuare con lo stesso esempio, vi sono dati per il periodo 1950-1992; sommando tutti i valori medi di marzo di questo quarantennio e facendo la media viene fuori che la media delle minime è di 4,9 °C e la media delle massime  di 12,3 °C. Come si sta comportando il nostro marzo del 2010 rispetto al quarantennio considerato? Siamo nella media di un marzo vichese, in cui mediamente fa ancora freddo e che la primavera (temperature minime medie superiori ai 7 gradi) è ancora lontana o più precisamente che i valori medi sono di pochissimo maggiori (decimi di grado), fino ad oggi, rispetto alla serie storica considerata. Il modello funziona dunque ma con i limiti di una serie storica di pochi decenni. Ma marzo non è ancora finito! E prima cosa succedeva? Non sapremo mai rispondere poiché non si hanno dati se non per la sola piovosità.

Con questi stessi calcoletti abbiamo potuto cominciare a studiare la questione dei cambiamenti climatici che assilla i nostri tempi (e i nostri telegiornali), troppo complessa per affrontarla in questa sede su scala planetaria. Può essere interessante riferirci al Gargano. Utilizzando i dati della stazione di Vieste, questa volta, ed in particolare i valori medi annui di temperatura dal 1970 al 2000: se nel 1970 la media era di 15,9 °C circa, nel 2000 è stata di 17,1 °C (circa); l’ovvio commento dei dati è quello di rilevare un aumento delle temperature medie (0,04°per ogni anno); lo stesso andamento si rileva utilizzando i dati della stazione della Foresta d’Umbra (da circa 10,4 a 12,2) con un aumento medio annuo di 0,009 °C. Andamento inverso hanno avuto le piogge. Sta cambiando il clima? Anche il Gargano si sta riscaldando? La stazione del Liceo citata ha dato per il mese di febbraio 2010, 139 mm di pioggia che se confrontati con il periodo 1950-1992 sono nettamente superiori alla media del periodo che è stata invece di 112 mm. «Febbraio 2010 straordinariamente piovoso», potrebbe titolare a caratteri cubitali un quotidiano. Stesso andamento stanno avendo le piogge su scala nazionale che fanno registrare valori nettamente superiori a quelle del periodo 1980-2000.

L’Italia frana per questo? No! Non per calamità naturali e lo sa bene il nostro Bertolaso ma non lo dice o lo dice in sordina. Stanno ritornando i livelli di pioggia antecedenti al 1980, e fin qui niente di anormale (anche le piogge non si comportano come un orologio) con la novità però che cadono su una maggiore superficie cementata, su nuove strade, case, strutture, costruite in fretta e in ogni luogo (è stato calcolato che il nuovo edificato, circa il 70% del complessivo è stato costruito dopo il 1980).

Se nostri antenati avessero costruito i loro borghi con le nostre logiche oggi non avremmo nessuna traccia di centri storici.

La scienza sa dirci del come, del perché si formano le frane, i geologici ci disegnano mappe del rischio, come fanno per i terremoti. Per chi? Tanto è la politica che deve decidere se, come e quando utilizzarli. Anche Quark ci ha più volte ripetuto che le acque del rubinetto non sono peggiori di quelle che compriamo, altra questione questa della distanza inconciliabile tra il nostro vivere e la scienza, ancora più paradossale: siamo la prima nazione al mondo per il consumo di acque minerali (acque comprate). Fiumi e sorgenti pubbliche (ci ha informati «Presa Diretta», bellissima trasmissione che pochi probabilmente vedono) potrebbero dissetarci tranquillamente. Ci fermiamo qui per par condicio e per non peccare di «antipolitica».

 

Nello Biscotti, Dottore di ricerca in Geobotanica