Da quando fido ci fa compagnia?

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Il lungo cammino dal neolitico che ha affrancato l’uomo dalla caccia e lo ha trasformato in produttore così l’uomo iniziò ad intravedere la possibilità di controllare ciò che lo circondava per un tornaconto personale

Con il termine domesticazione si indica la trasformazione genetica delle forme selvatiche in forme domestiche, mediante adattamento ecologico e variazione fenotipica. La domesticazione è storicamente frutto delle azioni dell’uomo, azioni inizialmente inconsapevoli e poi esacerbate.

Attualmente riconosciamo tre diversi modelli di correlazione uomo-specie viventi (animali o vegetali):

  • Specie selvatiche;

  • Specie allevate o coltivate;

  • Specie migliorate.

Vediamo, nel dettaglio, come iniziò questo processo.

Convenzionalmente la domesticazione si fa risalire all’inizio del Neolitico, età della pietra levigata, una nuova era che rappresentò la più grande svolta dell’umanità. Fu questo il periodo in cui l’uomo visse la più importante delle trasformazioni culturali, stabilendo nuove relazioni tra sé e l’ambiente esterno. Egli cessò di essere raccoglitore e divenne produttore. Aiutato dall’evoluzione e supportato dalle innovazioni nella litotecnica, l’uomo iniziò ad intravedere la possibilità di controllare ciò che lo circondava per un tornaconto personale. Fu così che, con il suo intervento, iniziò a modificare il gioco della selezione naturale delle specie animali e vegetali, favorendo la riproduzione di quelle che avevano, e hanno tuttora, uno spiccato interesse alimentare.

Il cambiamento fondamentale delle abitudini dell’uomo fu costituito dal passaggio da un’attività di caccia e raccolta ad una di tipo produttivo, basata proprio sulla domesticazione di piante ed animali.

Questa trasformazione avvenne in forme e tempi diversi nelle varie parti del vecchio e nuovo mondo, ma sempre si realizzò con la nascita dell’agricoltura prima e della domesticazione poi. Domesticazione che gettò le basi per il gradino successivo, una forma di controllo sempre maggiore, che si tradusse nell’allevamento di animali. Le prime specie allevate furono pecore, capre, suini, bovini e cavalli.

Nacquero così le prime forme di economia: l’economia agricola, quella pastorale e le forme miste, che prevedevano l’unione di popoli di pastori e di agricoltori. È questo periodo in cui si è giunti all’altra grande innovazione tecnologica: la ceramica. Essa rappresentò la logica risposta ai bisogni ed alle possibilità derivanti dall’agricoltura e dalla sedentarizzazione dell’uomo. L’uomo impara a produrre da sé il proprio cibo e comincia ad aver bisogno di contenere e conservare, inizia a possedere la natura. Il sistema di sussistenza, prima così precario, muta radicalmente e favorisce l’incremento demografico.

Lo sviluppo della sedentarizzazione porterà alla formazione di villaggi agricoli, base della futura civiltà urbana. È la rivoluzione neolitica.

Notizie più dettagliate inerenti l’agricoltura e la domesticazione animale le abbiamo dall’archeologo Gordon Childe, il primo studioso che intravede in questi processi le fondamenta del successo umano. Alla base della rivoluzione urbana c’è sicuramente la rivoluzione agricola.

I nuovi sistemi di sussistenza, basati sulla coltivazione di cereali e leguminose e sull’allevamento di alcune specie animali, fornirono la prima vera forma di indipendenza alimentare dell’uomo preistorico. La possibilità di accumulare un surplus determinò cambiamenti inarrestabili nei rapporti di produzione e la diretta conseguenza di tale mutamento fu un’alterazione irreversibile dell’equilibrio del rapporto uomo-ambiente. L’origine e lo sviluppo delle civiltà si basano, quindi, su due grandi rivoluzioni economico-sociali: la rivoluzione agricola e quella urbana.

Le attività agricole fondamentali, legate alla sussistenza, furono soltanto di due tipi: l’agricoltura basata sui cereali (grano, orzo, farro, riso e miglio) e quella basata su tuberi e radici (patata, taro e manioca).

Le piante che, in forza delle loro virtù, ebbero maggior successo furono i cereali. La loro crescita era rapida, venivano prodotte in grandi quantità ed erano molto ricche in carboidrati. Piante meno importanti, come le leguminose (lenticchia, pisello, veccia e favino), erano in grado di compensare le carenze dietetiche proteiche delle prime. Occasionalmente, all’interno dei siti neolitici, vennero rinvenute anche tracce di piante oleose, come lino e papavero.

Così come l’agricoltura, anche l’allevamento ebbe i suoi inizi nelle regioni della mezzaluna fertile, a partire dal VII millennio a.C., prima della lavorazione della ceramica.

I primi animali addomesticati furono erbivori di piccola taglia, pecore e capre (9000 a.C.). Si aggiunse poi l’allevamento dei suini (inizio VII millennio a.C.) e, in seguito, quello dei bovini (metà del VII millennio a.C.). Con l’allevamento avvenne anche la domesticazione del cane, il quale, da cacciatore, diventò pastore, affiancandosi all’uomo nel sorvegliare le greggi.

Sebbene, come l’agricoltura, anche la nascita dell’allevamento può essere spiegata con la necessità di disporre di una riserva costante e controllabile di nutrimento (in forma di proteine animali), l’intervento dell’uomo non si limitò ad un generico controllo degli animali in spazi chiusi.

Non a caso, infatti, le prime forme di interazione con gli animali implicarono tre processi che sono tutt’oggi alla base dei moderni allevamenti intensivi:

  1. La cattura e l’addomesticamento di quelle specie che presentavano caratteristiche particolari di comportamento;

  2. L’allontanamento dal loro ambiente naturale e dal gruppo d’origine;

  3. Il controllo della loro riproduzione per assicurarsi un vantaggio economico.

Gli animali selvatici, sottoposti nel tempo a tali pratiche, subirono modificazioni morfologiche, che portarono alla creazione di nuovi fenotipi, ancora oggi in parte presenti.

Per questi motivi, quelle specie che si sono meglio adattate alle pratiche di addomesticamento oggi si differenziano notevolmente dai loro predecessori selvatici, soprattutto nei caratteri fisici.

Una delle modificazioni più evidenti, conseguente alla domesticazione, è la riduzione delle dimensioni della taglia dell’animale. Più spesso questo cambiamento è, altresì, associato anche al mutamento del colore del mantello, alla quantità di grasso prodotto e ad una generale riduzione delle strutture di offesa (corna, zanne, etc.).

Recenti studi hanno messo in evidenza come delle 148 specie selvatiche potenzialmente addomesticabili nel mondo solo 14 sono state realmente addomesticate dall’uomo.

Questo processo, infatti, riuscì a svilupparsi solo nei casi in cui le specie selvatiche presentavano caratteristiche favorevoli alla cattività. I caratteri più ricercati nelle varie specie animali erano quelli che ancora oggi guidano, in parte, la selezione genetica operata dall’uomo:

  • Scarsa aggressività;

  • Adattabilità al cibo;

  • Disponibilità a nutrirsi anche di rifiuti umani;

  • Territorialità non particolarmente rigida;

  • Gregarietà e socialità con forte organizzazione gerarchica del gruppo.

Tuttavia, il primo animale ad essere addomesticato fu il cane. Il cane comparve in numerose località del vicino oriente e dell’Europa forse sin dal Paleolitico superiore, ma sicuramente dal Mesolitico.

Successivamente toccò agli ovicaprini. Sebbene vi siano evidenti indicazioni di una precoce addomesticazione delle pecore rispetto alle capre, è noto che, almeno nelle prime fasi di allevamento, le capre erano usate più comunemente delle pecore come fonte di carne. Inoltre, poiché sono solite brucare nelle macchie spinose, le capre spesso completavano lo sfruttamento delle risorse disponibili, al contrario dei greggi, che, normalmente, necessitano di ampie distese erbose per la loro alimentazione.

Per quanto riguarda i suini, si sa che i maiali domestici discendono tutti dal cinghiale selvatico (Sus scrofa), ancora oggi relativamente comune in molti paesi d’Europa, Asia ed Africa settentrionale.

Durante il processo di neolitizzazione dell’Europa, maiali e bovini acquisirono un ruolo molto più importante rispetto agli ovicaprini. Il maggior favore di questi animali fu sicuramente dovuto alle caratteristiche del territorio europeo, al tempo fittamente ricoperto da foreste.

Tutti i bovini domestici, tranne quelli dell’Asia sud-orientale, discendono da una sola specie selvatica, l’Uro (Bos primigenius). Questo animale, ormai estinto, era molto diffuso e ben adattato all’ambiente.

Altri animali domestici, come cavalli, asini, cammelli, dromedari, bufali, zebù, pollame e gatti, furono addomesticati in regioni diverse dell’Euroasia in momenti differenti, ma, in ogni caso, di molto posteriori a quelli citati in precedenza.