L’Ispra? Armi e bagagli in… cantina

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Oggi presidio presso la sede. Nessuna delle promesse mantenute, dopo l’abbandono del patrimonio museale nessuna speranza per i precari che hanno sostenuto esami perché non sono stati trasferiti i fondi. Inattesi gli aspetti previsti dal protocollo d’intesa siglato lo scorso anno al termine della lotta del tetto

In linea con il sistematico impoverimento della ricerca italiana, nonostante tutte le promesse, gli impegni e le sollecitazioni del Capo dello Stato, continua l’annientamento anche dei centri nazionali di eccellenza istituiti per dare garanzie ai cittadini, razionalità di interventi e, soprattutto, sicurezza scientifica.

Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, sta dimostrando tutta la sua debolezza politica. Il caso Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) è un esempio concreto e drammatico di questa politica.

L’Ispra, infatti, sottolinea un comunicato, rischia di finire in cantina, come già successo al suo prezioso museo. «La drammatica situazione del precariato, la dismissione di sedi centrali e prestigiose, il trattamento riservato ai reperti di proprietà dell’Istituto, la mancanza di un indirizzo chiaro e di fondi per le attività, le divisioni al vertice dell’ente. Tutto sembra mostrare una volontà di ridimensionamento e impoverimento dell’Istituto, che ha portato il sindacato Usi/RdB a chiedere a tutti i lavoratori, precari e strutturati, di impegnarsi per evitare che l’Ispra diventi una semplice succursale del Ministero vigilante (quello dell’Ambiente) o venga smembrata, in primo luogo con la partecipazione di oggi al presidio davanti la sede di via Curtatone, in occasione dell’apertura straordinaria del museo per le giornata del Fai (Fondo ambiente italiano)».

E la nota continua articolando la situazione.

Precari: ultima chiamata

Dopo aver speso soldi e risorse umane per svolgere i concorsi pubblici nazionali conclusi mesi fa, vista la drammatica necessità di personale per il buon funzionamento dell’Istituto, l’amministrazione Ispra dice di non aver ricevuto, al momento, trasferimenti sufficienti dal ministero dell’Ambiente, quindi di non poter andare avanti con le previste assunzioni dei vincitori e tantomeno con gli attesi scorrimenti delle graduatorie di idoneità, nonché l’emanazione di bandi a tempo determinato per i profili non presidiati dai concorsi stessi. Tutti aspetti previsti dal protocollo d’intesa siglato lo scorso anno al termine della lotta del tetto, la cui applicazione integrale consentirebbe finalmente l’«emersione» di oltre 200 lavoratori «in nero» che ancora oggi svolgono le stesse attività dei colleghi a tempo indeterminato, senza però ricevere lo stesso trattamento economico e contrattuale.

Sedi: tutti in periferia

Il previsto abbandono della centrale sede di via Curtatone, in nome di un dubbio risparmio economico, comporterà l’abbandono dell’Auditorium e di qualsiasi possibilità per l’Ispra di avere una sede di rappresentanza a Roma, come si addice a un Istituto così importante e con tanti eventi pubblici da organizzare. Proprio oggi, in occasione delle visite guidate previste al museo per le giornate di primavera del Fai, non si può fare a meno di sottolineare l’allestimento del tutto inadeguato della preziosa collezione, con la maggior parte dei reperti chiusi in scatole di cartone e non accessibili al pubblico, situazione destinata a peggiorare ulteriormente con la chiusura della sede e il trasferimento nel periferico Eur, che inoltre causerà pesanti disagi all’organizzazione della vita di tanti lavoratori. Discorso simile per la sede di via Casalotti, che si trova all’interno di un’area naturale di grande pregio e potrebbe costituire un centro di eccellenza dedicato al mare, se solo si decidesse di investirci invece di dismetterla, impoverendo quel territorio e rischiando di aprire la strada alla peggiore speculazione edilizia.

Le attività in cantina

Insieme al museo, la mancanza di fondi rischia di mandare in cantina anche molte delle attività dell’Ispra, a partire da quelle di ricerca, per proseguire con i controlli ambientali e gli interventi sulle emergenze. In questi ultimi mesi, l’Istituto ha gestito la parte italiana dell’emergenza nucleare causata dal terremoto in Giappone, con l’emissione di bollettini quotidiani sulla situazione, dell’emergenza per lo sversamento di idrocarburi nei mari del nord Sardegna, della vicenda navi dei veleni in Calabria, del monitoraggio della biodiversità nel Canale di Sicilia, di tutti gli interventi legati al dissesto idrogeologico. Nonostante sia evidente, da questi e altri aspetti, l’importanza dell’Istituto, il ministero dell’Ambiente e in particolare la parte dell’amministrazione che ad esso fa diretto riferimento, non sembrano in grado di garantire risorse adeguate al suo funzionamento e al potenziamento delle sue attività per renderlo una vera struttura d’eccellenza.