Acquacoltura – Perché non si chiama il veterinario?

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Una delle maggiori criticità riscontrate in questo settore è rappresentata dalla scarsa presenza del veterinario e la difficoltà nel raggiungimento delle sue competenze, cui spesso si sostituiscono biologi e, nel peggiore dei casi, anche negozianti o inservienti

Apparso solo all’inizio dell’anno, il nuovo dossier Fnovi (Federazione nazionale Ordini veterinari italiani) è un rapporto a tutela della professione, dedito alla ricerca di un ruolo sempre più attuale per il medico veterinario, quello all’interno dell’importantissimo settore degli animali acquatici.

In questo ambito, la figura del veterinario (malgrado la normativa europea e nazionale ne dispongano la presenza) è fortemente sottovalutata ed assai poco stimata. Si calcola che, ad oggi, i colleghi impegnati in questo nuovo settore, così poco conosciuto, siano soltanto poco più di un centinaio. Eppure si tratta di un mercato in espansione, un mercato che è ancora in forte crescita. La nostra produzione nazionale di pesce allevato è notevolissima. Secondo il dossier recentemente pubblicato dalla Fnovi, in Italia sono presenti ben 1.000 siti produttivi, distribuiti in gran parte al nord (60%), ma anche al centro (18%) ed al meridione (22%). La loro produzione lorda è di circa 556.900 milioni di euro. Si tratta di una cifra importante, resa possibile dall’aumento del consumo medio di pesce (che nel nostro paese si attesta sui 22 kg di prodotto procapite) ma che è in egual modo messa a dura prova da una concorrenza aggressiva, portata avanti soprattutto dai Paesi terzi.

Gli unici mezzi con cui il nostro paese potrebbe difendersi ed imporsi sul mercato, rimanendoci in maniera stabile e globale, sono due fattori intimamente legati alla professione veterinaria: il controllo degli animali allevati e dei prodotti da essi derivati. Stiamo parlando di qualità, di salute animale e di sicurezza alimentare. La salubrità ed il conseguente impatto del nostro prodotto nazionale sui mercati dipendono in massima parte soprattutto da questo, da quanto il ruolo del veterinario verrà valorizzato. Certo, le difficoltà sono molte e spesso legate alla burocrazia: la scarsa disponibilità di principi attivi registrati per l’utilizzo in acquacoltura, la normativa poco specializzata e le più elementari regole di benessere animale spesso dimenticate creano non pochi problemi al fattivo esercizio della professione.

Una riflessione particolare, in merito alla questione del benessere animale, va dedicata all’elettropesca. Questa metodica permette di raccogliere il pesce, sia di cattura che di allevamento, mediante particolari strumenti, quali attrezzi a batteria o generatori a scoppio, a zaino o carrabili. Se nel resto d’Europa la parte della procedura relativa al benessere animale è fortemente enfatizzata, in Italia non è minimante accennata, tanto che il suo impiego prevede soltanto l’adozione di una procedura tecnico-amministrativa per la tutela della sicurezza e la prevenzione degli infortuni degli operatori addetti. Fra questi troviamo allevatori, biologi, tecnici ittici, guardapesca dipendenti, agenti e perfino operatori volontari di società sportive, ma mai veterinari.

D’altra parte, anche l’operato del veterinario pubblico è messo a dura prova, a causa della mancanza di un censimento completo delle aziende impegnate nel settore. Il dossier, infatti, evidenzia come, nonostante sia prevista dalla legge, l’anagrafe delle imprese di acquacoltura non sia ancora né completa, né efficiente. Conseguenze di cui risente soprattutto l’attività di filiera e di tracciabilità del prodotto.

Ad ogni modo, il settore degli animali acquatici non è soltanto acquacoltura. L’attività di pesca professionale, così come quella sportiva, non è meno importante. Il pesce pescato è spesso molto lontano dal controllo veterinario. Sono altre le figure che hanno occupato il posto che più sarebbe adatto al ruolo ispettivo veterinario: biologi e tecnologi alimentari. Come spiegato dal documento Fnovi, sarebbe fondamentale invertire queste tendenze, rivendicando le competenze sul controllo sanitario, non solo sul prodotto in fase di commercializzazione, ossia nel mercato ittico, ma anche e soprattutto nella fase immediatamente precedente, quella della pesca in mare, direttamente su peschereccio.

C’è, poi, la cosiddetta «Pesca Sportiva», un’attività prevalentemente hobbistica tipica delle acque interne, ma anche di quelle marine. Sebbene possa sembrare che si tratti solo di un’attività folcloristica, quello che sfugge ai più è che i pescatori amatoriali restano pur sempre dei produttori primari. L’assenza del veterinario in questo settore lascia ampio spazio alle decisioni di tecnici improvvisati che, sottolinea il dossier, spesso consegnano pareri non validati alle amministrazioni locali. Si tratta di un mondo complesso, regolato per lo più da norme locali, diverse in ogni provincia e oltremodo prive di principi legati al benessere animale, principi che forse contribuirebbero a ridurre ed emarginare l’impostazione gestionale corrente della pesca cosiddetta sportiva.

Infine, vi è il grande comparto dell’acquariofilia e dei pesci ornamentali. L’Italia, paese leader nella produzione di accessoristica per acquari, sia a marchio proprio sia per conto terzi, ha la maggior concentrazione di aziende produttive nella regione del Veneto. Come sottolineato nel dossier Fnovi, quella del medico veterinario è l’unica figura professionale abilitata alla diagnosi e cura degli animali, compresi quelli propri dell’acquariologia. Una delle maggiori criticità riscontrate in questo settore è rappresentata dalla scarsa presenza del veterinario e la difficoltà nel raggiungimento delle sue competenze, cui spesso si sostituiscono biologi e, nel peggiore dei casi, anche negozianti o inservienti. Questo aspetto, sottolinea il documento, è percepibile sia a livello di ingrosso sia di vendita al dettaglio ed è alimentato dalla carenza di farmaci e prodotti disponibili, specificatamente registrati per l’uso in acquariofilia.

Quello degli animali acquatici è senza dubbio un settore misconosciuto, sottovalutato e troppo spesso sommerso. C’è molto lavoro da fare, che deve necessariamente essere fatto. Tutta la categoria deve esserne convinta, condividendo lo spirito della Fnovi, al fine di riappropriarsi di un comparto il cui ruolo centrale spetta di diritto alla figura del medico veterinario.