Perché una giraffa non può essere libera?

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Ritorna il problema degli animali nei circhi e il diritto della libertà animale. Ancora irrisolto il tema dell’ipocrisia della spettacolarizzazione degli animali

È di pochi giorni fa la notizia che una giraffa fuggita dal circo Martini attendato ad Imola è morta qualche ora dopo esser stata ricatturata. La vicenda è finita su molti giornali che hanno laconicamente riportato l’accaduto e le reazioni di qualche politico. Il sindaco di Brindisi, ad esempio, ha scatenato l’ira di circensi ed amanti dei tendoni dichiarando di voler emanare un’ordinanza contro i circhi con gli animali.

In pochi hanno, però, raccontato le sfumature che si celano tra le righe di questo triste avvenimento.

Innanzitutto, l’animale è fuggito. Questo vuol dire che il luogo in cui era prima della fuga non si confaceva alla sua natura, altrimenti non avrebbe avuto motivo di scappare. D’altra parte, per quanto superficiali menti possano non riuscire proprio ad immaginare un circo senza animali, è facile convenire che una gabbia di pochi metri quadri, un’alimentazione surrogata, lunghe ore di spostamenti col collo piegato in rimorchi malmessi, esercizi assurdi e corse intorno ad un palcoscenico non hanno nulla a che vedere con la savana africana. Per mettere le cose in chiaro, va detto che anche nella migliore condizione di detenzione e sfruttamento degli animali che i gruppi circensi possano attuare, si tratta sempre di detenzione e sfruttamento.

La storia del circo è lunga e ricca di aneddoti e tradizione. Il suo valore è fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui i messaggi subliminali s’insinuano in ogni contesto e danneggiano la semplicità della gioia riflessa negli occhi dei bambini. La sua esistenza è imprescindibile. È molto più che uno spettacolo, molto più che un semplice tendone. È una cultura, uno stile di vita. Nessuno potrebbe negarlo.

Ciò che invece è contestabile ed andrebbe regolamentato è l’assurdo utilizzo della spettacolarizzazione animale. A prescindere dal fatto che possano scappare o meno e finire deplorevolmente uccisi da una scarica di sedativi (che sono la vera ragione per cui la giraffa di Imola è morta), gli animali hanno diritti inalienabili e la loro natura dev’essere considerata sotto il più alto profilo morale. Così, quella che già all’epoca dei Romani era la rappresentazione dell’eterna lotta tra la «bestia della Natura» e l’incontrovertibile forza dell’essere umano, con arene piene di leoni, tigri ed elefanti, è diventata tra il Medioevo ed il nostro Decadentismo, l’esibizione del fenomeno.

I circhi, infatti, sino a pochi decenni fa non erano soltanto zeppi di «bestie africane», ma luoghi in cui raccogliere stranezze provenienti da tutto il mondo. Era facile incontrare pigmei, noti per le loro dimensioni ridotte, persone affette da megalocefalia, da nanismo o ipertricosi rinchiusi tra le sbarre di quelle gabbie che l’assurda concezione di normalità costruisce intorno ai fenomeni da baraccone.

Col passar del tempo e con l’evoluzione della coscienza collettiva e della morale sociale, affievolitasi anche la sbornia sogghignante della curiosità nel «mostro», tutti coloro che venivano inseriti nella categoria «umano» non potevano più essere esibiti all’interno di spettacoli per il pubblico pagante. Tale spettacolarizzazione era ritenuta immorale.

Ovviamente, il passo è stato importante, ma breve. L’umanità non è riuscita ad andare oltre la sua stessa ombra ed a riconoscere agli altri animali la dignità di una vita libera, lontana dai palcoscenici dove s’imbandisce la tavola per i mai sazi conviviali. Troppo costoso rinunciare a chi non desta dilemmi morali nella maggioranza. Troppo rischioso liberarsi dei meccanismi animati e coperti di pelli che saltellano a comando da un trapezio all’altro ed a suon di frustate saltano nel cerchio infuocato. Di recente, lo squallore morale e l’idiosincrasia sociale hanno portato alla ribalta «le stranezze umane», stavolta mascherata dal velo di tutela che offre la fantomatica civiltà dei diritti. Così i programmi TV si sono riempiti di Guinness, dalla donna più piccola all’uomo più peloso, di corpi di ballo ridotti al nano, di piccoli aumentatori d’audience, che però non scandalizzano più l’opinione pubblica.

Figurarsi poi se quel salto, mai fatto, verso i diritti degli animali possa esser compiuto in un’epoca come questa, dove lo share televisivo riporta in auge la spettacolarizzazione del fenomeno.

Allora un sindaco che propone di fermare il circo con gli animali viene subito attaccato e divorato dalle bestie (vere, queste) che popolano il suo consiglio comunale, perché reo di danneggiare il lavoro di centinaia di persone. Certo, il solito ricatto del lavoro. Ma se fossero cuccioli di uomo ad esser relegati in gabbia dalla nascita, strappati al loro gruppo, addestrati, frustati, trasportati al buio, obbligati ad esercizi inverosimili, cosa ne direbbero i benpensanti dei diritti del bambino? E non ha eguali esigenze ad una vita libera, felice e priva di soprusi un cucciolo di giraffa o di elefante o di leone? Non ha gli stessi diritti di un bambino l’ippopotamo che ruota su se stesso non riuscendo a guardare oltre la recinzione, che riflette gli accecanti flash, non tanto dei bambini incuriositi (che gli animali in tutto il loro splendore possono oramai ammirarli nei documentari o direttamente in natura), ma dei genitori che si illudono di far del bene ai propri figli.

In questo modo, fanno del male ad entrambi. All’animale non umano che passerà i suoi giorni alienato dal suo modus vivendi, se non sceglie di finire abbattuto in tentativo di fuga, ed al bambino, animale umano, che inizia così sin da piccolo a ritenere indegni di libertà, non meritevoli di altro che una scodella di cibo e dell’acqua, confacenti alle sbarre in cui vivono, quegli oggetti-animati protagonisti di Madagascar. È la Disney che racconta della loro voglia di tornare al circo, stanchi della noiosa savana africana, no? E perché mai dubitare di un personaggio del vecchio Walter (che probabilmente, se fosse in vita, non approverebbe la trama dell’ultima ridicola versione, la 3^, di quello che inizialmente era un inno alla libertà e che la multinazionale del cartoon ha trasformato in un lavaggio del cervello in favore degli spettacoli con animali).

Di certo la bravura di acrobati, pagliacci, giocolieri e veri artisti dello spettacolo dal vivo paga più che la solita riproposizione del salto della tigre o della corsa degli elefanti. Lo dimostra il Cirque du Soleil che fa il pienone ad ogni tappa. Ma per quelle baracche rappezzate, che molti circhi in giro per l’Italia rappresentano, la perdita dei loro animali potrebbe significare doversi inventare uno spettacolo completamente diverso, in cui la bravura dell’uomo soddisfa, da sola, la curiosità e l’entusiasmo dei bambini. Il passo sarebbe notevole ed uno spettacolo, che ormai di anno in anno registra perdite notevoli, potrebbe sfruttare la creatività e l’ingegno del popolo circense per rinascere e sancire il diritto alla libertà di ogni essere vivente.

Chi ci perderebbe, davvero, dal cambio di messinscena sarebbero gli affaristi che alimentano il traffico di animali, i bracconieri, gli allevatori, gli addestratori e, soprattutto, gli zoo che con la scusa della conservazione diventano i parcheggi a pagamento per i vecchi protagonisti del tendone.

La giraffa di Imola, nella sua ultima disperata corsa verso la libertà ha lanciato un messaggio per chi ha voluto coglierlo. Quelle gambe slanciate, quella pelle maculata, quel collo proteso verso il cielo inseguivano il sogno di ogni creatura, uomo compreso.

Un sogno che la civiltà dei fenomeni ha spezzato, in silenzio, sul giaciglio di un essere mastodontico e meraviglioso, poggiato su un fianco e con lo sguardo spento dai veleni dell’uomo. Quegli stessi narcotici affievoliscono le coscienze del popolo e spingono a credere che guardare il mondo per cui sei nato, come un miraggio lontano, attraverso le sbarre di un circo antiquato sia ciò che ti rende felice.

Allora, è meglio morire nell’ultima disperata corsa verso la vita, che passare i tuoi giorni a chiederti il perché di tanta sofferenza.