L’industria dei rifiuti e la morte dell’etica ambientale

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Pure abbiamo distrutto, secondo un’etica di folle indifferenza, patrimoni naturali e artistici, una scuola, una ricerca e un «artigianato scientifico» che tutti ci invidiavano, distruggendo il futuro nostro e dei nostri figli. Occorre operare una sintesi culturale di grande spessore, all’interno di un contesto che ne mostri valenze e relazioni che vanno oltre il «settoriale» e che aiuti le persone nel progredire verso quella resilienza che, sola, può aiutarci a superare il rischio anche di estinzione che l’uomo corre per gli effetti ambientali, già in parte irreversibili

• Perché questo dibattito on line 
•L’intervento di Ugo Leone 

Continua il nostro dibattito on line tendente a «scoprire» dov’è finito l’ambientalismo italiano, che strade ha percorso e perché siamo ancora a questo punto dopo anni intensi di elaborazioni scientifiche, iniziative e leggi anche storiche.

Interviene Walter Ganapini, un ambientalista storico in questa Italia distratta che cancella spesso affrettatamente le sue radici.
Ganapini è presente nella ricerca e nelle istituzioni con continuità, dal 1975 in poi, lasciando segni concreti della sua capacità progettuale e manageriale. Chimico, allievo di Vincenzo Balzani, assistente di Umberto Colombo all’Enea, è stato presidente della National Agency for the Protection of the Environment e membro del Comitato scientifico dell’Agenzia europea dell’ambiente, di cui oggi è membro onorario. Nel corso della sua carriera si è occupato con passione di politiche ambientali, di protezione del territorio e digestione dei rifiuti.

 

Nell’Italietta d’oggi, remota marca di confine preda di bande di grassatori che ne hanno spolpato ogni risorsa generando un indebitamento che non ha eguali al mondo, l’ultima delle preoccupazioni dell’attuale «cetino» politico è porre mano al dissesto di un territorio fragile tanto violentato e risanarne le ferite ambientali drammaticamente inferte attraverso quella politica di manutenzione che rappresenterebbe l’unica prospettiva vera di sviluppo sostenibile, non certo di generica crescita (di cosa? cemento, auto?), per quello che è stato il Bel Paese.
Solo si gioca, ancora, con finte emergenze rifiuti nella speranza di alimentare i voraci predatori che da sempre da quel settore, novelli saprofiti, traggono nutrimento illecito.
Si sa, il genere umano si rapporta con i propri rifiuti in logica di rimozione/occultamento, cifra comportamentale «verso l’immondo» quasi assoggettabile a lettura psicanalitica.
Ciò ha favorito, nella «società dei consumi» che diviene «società dei rifiuti», l’evolvere degli aggregati antropici verso la «Leonia» di Calvino, metafora della degenerata cultura materialistico-consumistica che informa lo stile di vita globale imposto dagli «animal spirits» di un capitalismo senza regole.
Rimozione/occultamento hanno reso più facile il citato trasformare la gestione dei rifiuti in fonte di finanziamento della politica, come le opere pubbliche, fenomeno che in Italia supera la soglia della «normale» corruzione in virtù della straripante intrusione, nel settore, di una economia criminale la cui cancerosa diffusione ammorba ancor di più l’aria delle città (che una volta «rendeva liberi») essendo favorita dall’ignobile pratica di una «Trattativa» al cui contrasto pochi, grandi eroi hanno donato la vita in nome di uno «Stato che non c’è», perché così lo si è voluto «colà dove si puote».

«Real-politicanti» della «Trattativa» («la mafia c’è, ha un sacco di denaro su cui si fonda molta dell’economia del Sud e non solo, dobbiamo farci «i conti»… appunto) hanno inventato a metà anni 90 l’«emergenza rifiuti» come strada la più semplice per alimentare le proprie mangiatoie e quelle degli «imprenditori» amici assai poco capaci di davvero «intraprendere sui mercati», delle clientele da moltiplicare, delle cosche da tacitare per i voti generosamente offerti.
Cosa potranno mai dire i cittadini se così la loro «tassa rifiuti» cresce, mica vorranno gli «immondi» rifiuti sotto casa? Da chi verranno ascoltati quei ridicoli ambientalisti che vogliono prevenzione, raccolta differenziata, riciclo e riuso quando il fetore impedirà di aprire le finestre? Chi si accorgerà che i sussidi per le energie rinnovabili vanno agli inceneritori dai costi iperbolici (che si vorrebbero «termovalorizzatori», in contrasto con la termodinamica e con l’Accademia della Crusca), realizzati da cooperatori e compagni di opere sempre più saldamente consorziati? Chi protesterà se con le briciole delle mangiatoie si «crea lavoro» (24.000 figure socialmente utili per i rifiuti in Campania dove basterebbero 6.000 addetti; 8.000 dipendenti in Ama a Roma contro i 3.500 da normale manuale operativo)?
Solo la Milano di metà anni 90 sconfisse l’emergenza eterodiretta che là venne provocata (ed i relativi interessi politici ed affaristici messi a giorno poi da decine di processi) con una risposta sociale ed industriale di forte sapore europeo, limitata allora alla sola città, perché il ministro degli Interni pro-tempore (forse Napolitano?) non volle controfirmare il provvedimento con cui il ministro dell’Ambiente unificava nelle mani di un unico Commissario non «amico degli emergentisti» le «emergenze» comunale, provinciale, regionale.
Negli anni a seguire si è continuato a riempire le prime pagine dei media mondiali con immagini di nuove emergenze rifiuti indotte (si sa, l’appetito vien mangiando) offendendo così i mercati che, anche nella crisi, considerano qualità ambientale di processi, prodotti e territori quale fattore competitivo di prima grandezza, con la propensione alla innovazione e alla qualità sociale.

Pure abbiamo distrutto, secondo un’etica di folle indifferenza, patrimoni naturali e artistici, una scuola, una ricerca e un «artigianato scientifico» che tutti ci invidiavano, distruggendo il futuro nostro e dei nostri figli.
Etica, appunto.
Nell’estate 1990 era agli albori, in Italia, la riflessione sul rapporto Etica/Ambiente: grande fu il contributo a radicarla che venne dal primo Seminario internazionale sul tema, organizzato dalla Fondazione Lanza di Padova,con maitres-à-penser di alto profilo, da Udo Simonis a Christine Schräder-Frechette, dalla Rappaport a Maffettone.

Fu proprio quest’ultimo a spiegare come, per il filosofo morale, fosse difficile prendere in considerazione le nozioni di solidarietà diacronica e di equità intergenerazionale come postulate da noi ambientalisti, essendo non esistenti gli enti/soggetti portatori di diritto ad un ambiente salubre ed a risorse accessibili, cioè le future generazioni.
Ragionammo lì di come gli umani usino occuparsi di ciò che è loro vicino nel tempo e nello spazio, attitudine che rende non semplice interiorizzare la dimensione naturale dei problemi ambientali, di fatto planetaria, come planetario è l’ambiente dal punto di vista temporale, regolato da un orologio ecologico e da ritmi altri dai nostri.

Analizzammo così l’abitudine «ancestrale» a pensare soltanto a ciò che ci è vicino nel tempo e nello spazio, in essa vedendo una delle concause del prevalere dell’idea di dominio dell’uomo sulla natura; vedemmo quanti e quali retaggi rallentassero la percezione di come l’aver eroso il capitale naturale, quasi fosse inesauribile dal punto di vista di qualità e quantità delle risorse ambientali, avrebbe posto problemi gravi, fino a mettere a rischio la prospettiva stessa della nostra sopravvivenza come specie.
L’idea di dominio risultava radicata anche nella elaborazione sul versante ecclesiale: rispetto al San Francesco del rapporto «paritetico» tra uomo e natura, pareva prevalere il San Tommaso della «piramide gerarchica» alla cui sommità si collocava l’uomo.
Focalizzavamo il contesto, costituito dalla moderna società complessa assillata dalla incertezza e governata da un modello culturale materialistico solo finalizzato a massimizzare consumi e profitti, a scapito della larga maggioranza dell’umanità.

A poco era valso l’allarme che, verso la fine degli anni 60, venne dal prestigioso Istituto di Tecnologia del Massachusetts con il testo «I limiti della crescita» (titolato infedelmente, in italiano, «I limiti dello sviluppo»),che studiava l’andamento degli indicatori demografici, dei consumi di energia e di risorse naturali da parte di una società umana il cui modello di vita consumistica, dal secondo dopoguerra, aveva fatto registrare una impennata quasi esponenziale di gran parte di quegli indicatori, il cui legame causale con quanto descritto nel 1962, in termini di effetti ambientali, da Rachel Carson nel suo «Primavera silenziosa» non poteva essere messo in discussione.

Nella seconda metà degli anni 70, poi, si era iniziato ad evidenziare come l’esito più preoccupante delle attività antropiche impattanti sui sistemi naturali avrebbe potuto essere un cambiamento climatico, causato dal riscaldamento globale già allora in atto, che, oltre a modificare i sistemi naturali (circolazione oceanica; livello del mare; ciclo dell’acqua; ciclo del Carbonio e dei nutrienti; qualità dell’aria; produttività e struttura degli ecosistemi naturali; produttività delle terre agricole, praterie e foreste; distribuzione geografica, comportamento, abbondanza e sopravvivenza di specie animali e vegetali, inclusi vettori ed ospiti delle malattie dell’uomo), avrebbe modificato frequenza ed intensità di fenomeni estremi quali ondate di caldo e di freddo, siccità, alluvioni, fenomeni che avrebbero generato, ove non mitigati da forti cambiamenti negli stili di vita, conseguenze pesanti, in primo luogo sui sistemi umani.
Era, peraltro,anche invalso l’uso di sottovalutare l’enorme potenziale distruttivo delle armi nucleari e delle scorie della produzione termonucleare d’energia elettrica: chi dimorerà nel mondo dopo di noi dovrà guardarsi da scorie la cui distruttiva capacità contaminante durerà nel tempo da molte centinaia a molte migliaia d’anni.

Si sottovalutava pure la lettura biologica delle catene alimentari come accumulatori di inquinanti dispersi per diluizione in acque, aria, suolo, il cui terminale è l’uomo.
Terribile, al riguardo, quanto accaduto a Minamata, baia giapponese lungo le cui rive vivevano solo pescatori; nell’arco di 20 anni dall’insediamento di un petrolchimico in prossimità della baia, tra quei pescatori comparve un morbo ignoto che devastava sistema nervoso, vista e udito, trasmesso attraverso il latte materno anche ai neonati.
Il Mercurio metallico, catalizzatore esausto scaricato a mare dalla fabbrica, poteva in così poco tempo distruggere una popolazione di alcune migliaia di pescatori la cui alimentazione era basata solo su quanto pescato nella baia: la ricerca evidenziò come il Mercurio, nei pesci, si organicasse a metilmercurio, biologicamente più aggressivo.
I pochi sopravvissuti sono ancora in attesa di risarcimenti: viene alla mente Seveso.

Ancora, a metà anni 90 l’Ocse verificò in Malaysia come il regime militare sfruttasse ragazzine adolescenti (12-13 anni) prelevate dai villaggi per saldare a bassissimo costo, fuori da ogni regola ambientale e di sicurezza sul lavoro, componentistica per computer: già a 15-16 anni migliaia di loro venivano ridotte alla cecità dai fumi di saldatura, «blind virgins» poi rinviate ai luoghi d’origine senza risarcimento alcuno.
Fenomeni di questa natura negano qualsivoglia libera concorrenza: a questo pensava il Wto quando proponeva l’introduzione, nei trattati commerciali internazionali, di una clausola sociale (tendenziali pari condizioni di lavoro, di garanzie, di retribuzione in tutto il mondo) che includesse una armonizzazione della normativa ambientale.

Fu la consapevolezza della esauribilità qualitativa, prima ancora che quantitativa, delle risorse ambientali, se utilizzate nei modi e nei tempi tipici di quel modello dissipativo, che portò la cultura ambientalista ad assumere la analisi sistemica come unica metodologia capace di comprendere e gestire complessità ed incertezza che esigevano, altresì, che individui e comunità si «educassero» a convivere con la nozione di rischio ad esse intrinseca: il WorldWatch Institute coniò, al riguardo, la definizione di «catastrofi innaturali» per le criticità generate dal citato modello di sviluppo.
Iniziammo a ricercare, all’interfaccia tra scienza e politica come cambiare paradigma dal «fatti consistenti – valori deboli» al «deboli fatti/deboli segnali scientifici – forti valori pubblici», da cui discese il «Vorsorge-prinzip» inserito nella legge tedesca nel 1984, il «Principio di Precauzione» contro cui si sono erte barriere da parte di potenti «vested interests» messi in discussione così come dall’umana resistenza conservativa.
Per i nativi d’America «abbiamo ricevuto la Terra in prestito dai nostri figli», ma all’ambientalismo italiano risultò difficile contagiare di tale consapevolezza l’intero corpo sociale: non ci riuscì di superare l’ambito settoriale in cui ci si voleva tenere, a mio avviso anche per l’errore commesso traslando al mercato politico un pensiero per definizione trasversale e capace di contaminare ceti, culture, saperi, comportamenti.
Cominciò la campagna di discredito dell’«agire locale» sotteso dal «pensare globale» attraverso il continuo rimando alla «sindrome Nimby» («Not in my backyard») come causa del «non fare» in realtà derivante dalla incapacità/inefficienza/corruzione del nostro sistema-Paese, affermando come tutto fosse imputabile a «gente irrazionale», «gente emotiva», «gente che si oppone a tutto», quando il monitoraggio europeo dei conflitti ambientali chiariva già nei primi anni 90 come la prima causa risultasse essere la «sindrome Nimto» («Not in my terms of office»), lo scaricabarile tra istituzioni, l’italico «non è di mia competenza», «non durante il mio mandato», mentre la «sindrome Nimby» si situava al quinto posto nell’ordine di priorità decrescente delle cause di conflitto.
Occorre operare una sintesi culturale di grande spessore, sussumendo i temi sin qui richiamati, cui mi è capitato di dedicare tanta parte del mio vivere, all’interno di un contesto che ne mostri valenze e relazioni che vanno oltre il «settoriale» e che aiuti le persone nel progredire verso quella resilienza che, sola, può aiutarci a superare il rischio anche di estinzione che l’uomo corre per gli effetti ambientali, già in parte irreversibili (dunque «innaturali» per una nozione di ecosistema che include la omeostasi come meccanismo di reazione reversibile alle perturbazioni di situazioni all’equilibrio), di stili di vita materialistici dissipativi fino all’acme della induzione ad un consumismo fine a se stesso e della adorazione di un mercato né regolato né libero e causa di uno scarto dirompente tra pochi ricchissimi e tantissimi sempre più poveri.

Concetti come «segni dei tempi», «indignazione», «identità», «cambiamento» segnano un percorso che attraverso l’adesione alla «resilienza» come parola-chiave possono condurci a quella «custodia» del Creato che è premessa dell’unico «futuro» possibile per l’Uomo. E confido, al riguardo, che una espressione diretta venga da Francesco, anche sotto forma di Enciclica.